Rione è una bella parola

Da rione a rione raccontiamo la Napoli della rinascita, da un'associazione che recupera i giovani svantaggiati alle creazioni di una giovane designer orafa.

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Fiera, verace, sognatrice, indomita, generosa, rassegnata. Senza pretesa di completezza, sono le tante facce di Napoli in cui ci si imbatte nel percorso che da Vico Cristallini porta a Vico Belledonne. Poco meno di otto chilometri in cui si può incontrare la città della voglia di fare, di intraprendere, ma anche quella del disagio sociale e del lavoro che manca, animata da un melting pot socioculturale che è avamposto di un inarrestabile processo di riscatto. La raffinata Chiaia e la degradata Sanità racchiudono tutte le contraddizioni di una città che troppo spesso la narrazione collettiva vuole tra le ultime ruote del carro di un’arrancante Italia, incapace di mettere a frutto le sue tante ricchezze. Quelle culturali e turistiche, ma anche quelle legate all’innovazione, come l’onda dell’economia digitale che stanno cavalcando le startup partenopee.

E non è un caso se proprio nella registrazione di nuove imprese digitali Napoli occupa la posizione migliore nella classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore. Numero 63, dice il quotidiano economico, a fronte del 107esimo gradino generale su 110, per il secondo anno consecutivo. E la ricerca snocciola le cifre che ne spiegano il motivo: reddito pro capite di 16.000 euro, a fronte dei 23 della media nazionale; tasso di occupazione del 39% (la media italiana è 57%); quello della disoccupazione giovanile al 47%.

Ma i dati hanno un difetto: occupandosi del tutto, non sempre riescono a fotografare la parte. E la parte qui a Napoli è fatta di quelle realtà che operano nel contesto economico per migliorare la collettività, far lavorare le persone, usare il capitale umano e intellettuale di un territorio. In due parole, farlo rinascere. Due donne (e forse non è un caso) faranno da cicerone al nostro viaggio per le strade della rinascita: Elena Iannotti e Sara Lubrano.

 

La bellezza come imperativo

È la prima cosa che dice e ripete più volte Elena Iannotti, già presidente e oggi consigliera di amministrazione della Casa dei Cristallini: la bellezza come strumento pedagogico per guadagnarsi un futuro diverso. «Facciamo in modo che vivano e sperimentino la bellezza affinché possano valorizzare le cose belle del loro territorio da grandi». La “Casa” è uno spazio bello davvero, nel cuore del Rione Sanità (quartiere che fu di Toto’), dove circa quaranta ragazzi ogni giorno liberano la bellezza che hanno dentro attraverso lo sport, l’arte, la musica, la scrittura.

 

 

Grazie ai finanziamenti di fondazioni private e fondi europei, la Casa dei Cristallini toglie i ragazzi alla violenza dei vicoli con il lavoro di operatori, che quasi sempre sono gli stessi bambini diventati grandi fra le sue stanze. Giovani specializzati, che hanno studiato e si sono formati per combattere l’isolamento con le lingue straniere, il degrado con la lettura, l’abbandono con il teatro.

La Casa dei Cristallini fa parte di una rete educativa, insieme ad altre realtà del quartiere che lavorano insieme verso un obiettivo comune: «Offrire ai ragazzi un ventaglio maggiore di attività», spiega Elena Iannotti. «La Fondazione San Gennaro propone, sprona, sostiene e accompagna le associazioni del territorio. Collaboriamo, tra le altre, con Pegaso, l’Altra Napoli, il Grillo Parlante, Tra Parentesi, il Centro La Tenda, l’Alternativa, l’Altra Casa, i punti luce di Save The Children».

Secondo Iannotti, lavorare a Napoli non è più difficile che farlo in altri territori, perché ragazzi in sofferenza si trovano in tutte le periferie d’Italia, anche se certo, dove l’istituzione scolastica è più presente c’è meno bisogno del no-profit. E se le si chiede qual è stata la cosa che più ha lasciato un segno positivo risponde la collaborazione con i Carabinieri, «i progetti di educazione alla legalità e i laboratori ricreativi in cui abbiamo coinvolto l’Arma hanno cambiato l’immagine che i ragazzi avevano di loro. Da “infami” che arrestano i loro papà sono diventati persone con cui condividere momenti di gioco e che rappresentano ciò che è giusto».

 

Il Rione Sanità e i suoi piccoli principi

È così che, dopo quasi vent’anni, quello spazio per il doposcuola voluto da padre Antonio Loffredo è diventato molto di più. Un caposaldo per tutto il Rione. «Siamo entrati in punta di piedi nel quartiere, disponibili a modificare i nostri servizi a seconda delle esigenze della gente. Ci siamo fin da subito messi all’ascolto dei loro bisogni, dei loro sogni, e da lì siamo partiti come compagni di strada», continua Iannotti.

Qui le occasioni per i ragazzi sono tante. Alcuni giocano a rugby, «lo sport più indicato per affrontare situazioni di disagio sociale»; altri imparano a fare la guida nei luoghi storici del quartiere; qualcuno è diventato musicista nella Sanitansamble, l’orchestra del quartiere, oggi arrivata alla seconda generazione di ragazzi. «Hanno suonato per il presidente della Repubblica, per il Papa e in varie occasioni in Italia e all’estero. Sono ragazzi che parlano di Mozart, di Beethoven, che accorciano le distanze con il mondo, imparano a stare nella società. In fondo l’orchestra è una piccola realtà sociale», ripete la consigliera.

L’ultima avventura è forse la più ambiziosa. Si chiama I piccoli principi del Rione Sanità, ed è un libro che ha visto la luce grazie alla Fondazione Riva. Si tratta di una rivisitazione in salsa napoletana del più famoso testo di Antoine di Saint Exupery; è stato adottato da molte scuole elementari e medie. «È un progetto che pone la scrittura condivisa come strumento di crescita collettiva. Scrivere questo libro ha dato loro la possibilità di riscattarsi perché non sono più i ragazzini “sfigati” di un quartiere sfortunato, ma quelli che hanno scritto un libro e vanno in giro a presentarlo, portando un’esperienza positiva del quartiere», conclude orgogliosa Elena Iannotti.

E come Uhuru (il protagonista del libro, N.d.R.) questi ragazzi imparano a essere “uomini liberi” che provano, con la bellezza, a cambiare le cose da dentro.

 

sTufo, ‘a ricetta ‘e Napule contro i luoghi comuni

«Vedi Napoli e poi vivi». Come? “Con un po’ di Vomero, venticinque grammi di Mergellina e un pizzico di Posillipo”. Parafrasando una canzone di Mario Abbate, Sara Lubrano spiega così la sua Napoli: una medicina per curare e valorizzare il malato. Giovane designer di successo, innamorata della sua città a tal punto da investirci per realizzare il suo sogno, quello di aprire un atelier di arte orafa tutto suo. Lo fa a 24 anni nel 2009 a Chiaia, uno dei più raffinati quartieri della città, dopo anni di formazione e apprendistato in diversi laboratori.

Di lei dice di non sentirsi né un’artista né un’artigiana ma piuttosto una creativa. «Curo tutte le fasi di lavorazione: dall’idea al disegno al modello in cera, per poi rifinire il grezzo dando vita a un monile artigianale». Per le sue creazioni utilizza la cera persa, una tecnica scultorea che risale al V secolo a.C., cercando di coniugarla con il design moderno «per proporre un oggetto attuale ma al tempo stesso dal sapore antico». Come la collezione Logo, ad esempio, un tributo all’antica Pompei. E, se dovesse realizzare un gioiello per Napoli, non ha dubbi: «Utilizzerei brandelli di tufo misto ad argento, oro e zafferano del Vesuvio. La collezione la chiamerei sTUFO, come protesta verso tutti i luoghi comuni su Napoli».

La scommessa della designer napoletana sulla città è doppia. C’è quella personale, della giovane donna che fa impresa sul suo territorio, e quella condivisa con altre realtà cittadine che, in rete, lavorano per liberare Napoli dai luoghi comuni attraverso la promozione delle sue eccellenze, gli spazi urbani e l’arte. Nascono così le collaborazioni con marchi storici dell’alta sartoria e del made in Napoli: Marco Talarico, l’atelier Antonelli, Vittorio Pappalardo e il re delle cravatte Maurizio Marinella. Le partnership con aziende di settori diversi hanno portato a progetti originali come i gioielli alla liquirizia Amarelli e quelli allo zafferano della Masseria Clementina.

 

 

Seguendo l’ottica della rete nasce anche EnterprisinGirls, associazione partenopea che vede insieme imprenditrici, libere professioniste e donne del terzo settore per la promozione e la valorizzazione del talento nel lavoro, grazie alla quale la designer ha raggiunto un traguardo importante. «Con “la Mitra della Rinascita” ho avuto il privilegio di vedere una delle mie creazioni entrare a far parte del Museo del Tesoro di San Gennaro. È la prima volta che tale onore viene concesso a un’artista vivente donna», racconta la giovane orafa.

Oggi Sara Lubrano è impegnata nel progetto Demetra, che punta sul ritorno alle origini per valorizzare il sud Italia e le sue ricchezze, attraverso raffinate creazioni di oreficeria, alta sartoria, pittura su tessuto e artigianato, unite ai prodotti della terra. Fanno parte del progetto EnterprisinGirls e due realtà pugliesi: ABOUT Architectural Bureau – Osservatorio Urbano Territoriale di rigenerazione urbana e C.E.A.

Bolognese d’adozione ma orgogliosamente pugliese, di mestiere scrive: è giornalista professionista e si occupa di comunicazione per il sociale e la sanità. Ha iniziato dalla tecnologia, è finita a scrivere di politica. Del giornalismo ha capito che è provare a capire il mondo ma soprattutto saperlo raccontare con gli strumenti giusti. Femminista 4.0, è convinta che una società “alla pari” sia un bene per tutti. Per questo siede nel Consiglio direttivo dell’Associazione PerLeDonne di Imola, che si occupa di diritti delle donne e contrasto alla violenza di genere. Adora, in maniera maniacale, il silenzio. Da quando ha letto “L’arte di correre” non ha più tolto le scarpe. [ Guarda tutti gli articoli ]

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