Scegliere cosa mangiare non ha prezzo, per il resto ci sono i volantini

I consumatori di oggi non si fanno più distrarre dalle politiche commerciali fatte di soli numeri

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Si torna dalle vacanze con gli occhi pieni di panorami mozzafiato, coi tempi dilatati e con la fatica di riprendere i ritmi della quotidianità ed ecco che siamo subito assaliti da volantini pieni di offerte e promozioni che ci istigano a riempire frigo e dispensa.

Alcune recentissime ricerche hanno dimostrato che gli italiani, oggi più che mai, sono più soli, più vecchi, più diseguali, ma anche più smart, più healthy, più green e più clean. Siamo, in Europa, quelli più attenti alle etichette e quindi a ciò che mangiamo.

Ne da conferma il fatto che tutto il comparto del bio sta vivendo un momento felicissimo che lo vede esibire un indice di crescita a due cifre, ma è lo stesso per tutto il cibo “senza”: senza glutine, senza lattosio, senza sale. E, ancora, c’è un recupero di alimenti antichi come lo zenzero (+141%), la curcuma (+93%), la quinoa. Ma non è finita: le private label premium stanno performando molto bene come i prodotti ad alto livello di servizio. In calo irrefrenabile, invece, i prodotti di primo prezzo.

Tutto questo non ci sta forse dicendo che non è più la leva del prezzo a muovere a consumi? Che gli italiani hanno raggiunto una buona consapevolezza e attenzione per il reale valore delle cose?

Il cliente che torna dalle vacanze dovrebbe trovare nel suo punto vendita ciò che cerca: accoglienza, conoscenza dei prodotti, linee dedicate e tanta informazione che non lo forzi all’acquisto bensì lo aiuti a valutarne le qualità, le proprietà, le origini. Questo è il dovere di un buon imprenditore: promuovere un cambiamento della cultura e delle abitudini alimentari che evitino sprechi, come successo in passato e propongano un modo di mangiare sano, gustoso e sostenibile.

I punti vendita dovrebbero ripopolarsi di persone che conoscono ciò che vendono, che propongono e raccontano il meglio che hanno sul banco. Vi ricordate quei venditori che animavano i mercati proponendo il pescato del giorno, la verdura coltivata senza prodotti nocivi, i prodotti fatti da loro con materie prime tracciate? Ecco, nei punti vendita “tradizionali” dovrebbe esserci quel fermento, quella familiarità e quei suoni. Un sogno? No, il recupero di una cultura che molti, fortunatamente, riconoscono e vogliono promuovere e che cominciamo a vedere operativa sempre più spesso specialmente nei negozi di vicinato.

La piccola distribuzione organizzata, maggiormente inserita nel suo territorio di appartenenza, più liquida e fluida nella struttura e nella gestione, si sta muovendo in questa direzione. Gli imprenditori investono tenendo conto di analisi territoriali e bacini di utenza e scelgono di riqualificare i centri urbani favorendo anche l’economia locale con la ricerca di realtà produttive locali capaci di garantire la trasparenza e l’affidabilità tanto ricercate dai nuovi consumatori.

Dobbiamo prendere coscienza che certi livelli produttivi, così come ieri concepiti, non reggono più: siamo davanti ad un forte cambiamento culturale, salutistico, etico. La nuova conformazione sociale, le esigenze dei singoli e delle diverse comunità che compongono la nostra società ci stanno dicendo che ciò che dobbiamo promuovere è l’attenzione allo spreco, dobbiamo trasferire ai clienti la conoscenza di prodotti che nutrono nel rispetto della salute, dell’ambiente e delle persone, dobbiamo sostenere l’importanza di recuperare sane e buone abitudini alimentari.

La miopia della Grande Distribuzione è il reiterare una strategia che non mette al centro il cliente e non tiene conto dei nuovi comportamenti che influenzano gli acquisti ma asseconda le esigenze della produzione industriale.  Succede di trovare tre prodotti identici, l’uno a pochi centimetri dall’altro sullo scaffale e tutti e tre in promozione: non vi sembra che già questo dimostri la schizofrenia delle promozioni e la loro conseguente scarsa efficacia?

Per molto tempo siamo stati distolti da proposte commerciali legate solo al potere dei numeri, adesso è il momento della consapevolezza dell’acquisto, del cambiamento delle abitudini alimentari, del miglioramento della qualità della vita di ognuno di noi. Siamo così fortunati: viviamo nel paese della dieta mediterranea, delle biodiversità, abbiamo una cultura culinaria che il mondo ci invidia. Non dimentichiamocelo mai.

Presidente dal 2002 di Coralis, consorzio di imprese della piccola distribuzione. Dopo una lunga esperienza in qualità di imprenditrice, è oggi l’unica donna alla guida di un gruppo distributivo. Si occupa inoltre di Coralis Servizi in qualità di amministratore unico ed è consigliere dell’associazione ADM e di INDICOD-ECR. Genovese di nascita e milanese d’adozione, è anche moglie e madre: un mix che le ha permesso di esprimere al meglio la sua personalità sul lavoro. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

  • Francesco Siri

    “I punti vendita dovrebbero ripopolarsi di persone che conoscono ciò che
    vendono, che propongono e raccontano il meglio che hanno sul banco.”

    Condivido il pensiero legato alla necessità di maggiore conoscenza e preparazione da parte di chi opera nel settore Food&Beverage. Purtroppo tanti si fingono, più o meno consciamente, grandi esperti. Sarà forse una deriva portata dalla proliferazione di programmi televisivi di cucina (e, ahimè spesse volte, di pseudo-cucina), o dall’impazzare di autodefiniti food-bloggers? O peggio ancora critici gastronomici, sempre in vena di attaccare aspramente il ristoratore di turno, solo per guadagnarne in celebrità?
    Quello che vedo, anche nel mio lavoro, è l’incapacità di valutare veramente le competenze delle persone da assumere, da parte di molte aziende alimentari: solitamente in selezione per un responsabile acquisti vince il candidato con laurea in economia, ma privo di qualsivoglia preparazione sui prodotti che dovrà selezionare.

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