Se “Napoli” a Milano diventa un’etichetta

Due luoghi che non si mescolano, due generazioni che non si capiscono: la storia di un emigrato al Nord racconta quella di molti. La recensione di “Stiamo abbastanza bene” di Francesco Spiedo.

La direttrice Nord-Sud: un classico della storia sociale e lavorativa italiana. Questa la colonna su cui si regge il romanzo d’esordio di Francesco Spiedo, Stiamo abbastanza bene, uscito da poco per Fandango Libri.

L’autore, napoletano emigrato a Milano come il suo protagonista, racconta di una realtà critica e attuale: lo straniamento vissuto lontano dalla propria terra, gli stereotipi subìti che negano un’identità personale, l’arrabattarsi fra mille lavoretti precari (o in nero) per sopravvivere.

L’emigrazione dei Millennials, così diversa e così uguale

Andrea Lanzetta, venticinquenne laureato in Matematica, si trasferisce da Napoli a Milano: la sua è una fuga improvvisa, spinta da una delusione sentimentale, ma dalle profonde radici esistenziali. Non si ritrova, infatti, nelle aspettative sociali derivanti dalla sua laurea, né nel conseguente futuro già cucitogli addosso dai genitori, con la pressione di un affetto soffocante e con un continuo rinfacciamento dei sacrifici fatti per mantenerlo agli studi.

Andrea, con poca esperienza e privo di riferimenti, si affaccerà in un mondo di adulti molto diverso da quello abituale. Svuotato, si lascerà vivere, privo di prospettiva che non sia la stretta sopravvivenza. Conoscerà in questo modo l’universo deilavoretti”, tutti ottenuti per raccomandazione di altri emigrati conterranei: il sostituto portiere, l’addetto alla sicurezza in un supermercato, il cameriere in un pub.

L’incertezza, la mancanza assoluta di prospettiva, che diventano sue compagne di viaggio, sono quelle di una generazione intera: i Millennials (nati fra i primi anni Ottanta e la metà dei Novanta), il cui futuro troppo spesso non riesce a prendere forma, inafferrabile e liquido.

Quando Nord e Sud non si mescolano, nella vita e nel lavoro

Un tema sociale importante nel libro è quello della mancata amalgama fra Sud e Nord: un confine invisibile ma reale, che condiziona il rapporto fra persone e il loro inserimento personale e professionale.

Ad Andrea per molto tempo ci si rivolge con l’appellativo “Napoli”, anche in luoghi che frequenta abitualmente. Riuscire a essere considerato e vissuto dalla società come persona slegata dalla propria provenienza diventerà per lui un obiettivo, una necessità, che lo condurrà a fare una scelta pericolosa.

Le gabbie mentali dei pregiudizi spesso si portano dietro anche conseguenze lavorative. Da un ragazzo napoletano ci si aspetta una propensione per certi atteggiamenti (come non essere fiscale nel seguire le regole di un determinato impiego, una “flessibilità genetica” dal significato ambiguo) e certi contesti. Universi, ovviamente, sempre al ribasso, ai margini, e comunque diversi da quelli riservati a un milanese di origine. Il ghetto dell’appartenenza geografica è un marchio acquisito; uscirne non è semplice e non dipende solo da se stessi, ma dall’intelligenza personale e collettiva necessaria ad andare oltre a uno stereotipo frusto e ottuso.

L’altra faccia di tutto questo, ben presente nel romanzo, è la solidarietà fra emigrati che ben si esprime nel contesto lavorativo: si condivide un destino, ritrovandosi come colleghi e destinatari naturali di impieghi umili e instabili. Compagni della stessa precarietà, la si affronta insieme, traendo conforto dal sottobosco umano e culturale comune, e girandosi contatti e raccomandazioni per il prossimo lavoretto. Un rapporto che si fa anche collante sociale extra lavorativo: gli unici amici che Andrea riesce a farsi a Milano sono infatti suoi ex colleghi provenienti dal Sud.

Com’è scritto Stiamo abbastanza bene?

Il libro porta in dote una scrittura molto veloce e ritmata che accompagna il lettore con un brio naturale, senza annoiarlo mai. Francesco Spiedo riesce a trovare un equilibrio felice tra fatti narrati, sviluppo della storia e introspezione del protagonista, fondendoli in un unico flusso narrativo omogeneo, coerente, piacevole.

La struttura della trama è interessante: nella prima parte ben costruisce le basi per la sua evoluzione, riuscendo nel prosieguo a sorprendere, a spiazzare nei suoi step dosati con maestria, risultando coinvolgente e in perfetta sincronia con la vivacità dello stile.

Altro tratto da sottolineare è l’uso dell’ironia, cifra distintiva della voce narrante del protagonista: mai sprezzante, è strumento autoriferito di accettazione e metabolizzazione del vissuto, specie per sdrammatizzarne le difficoltà.

Sempre sul versante stilistico, nota di merito va alle descrizioni: Milano e Napoli sono delle vere e proprie presenze nel libro, evocate con originalità e incisività, seppur nei loro connotati opposti. Le si percepisce vivere a fianco del protagonista che ne coglie le sfumature fisiche e di spirito, percorrendole tanto con gli occhi che con l’anima.

Perché leggere Stiamo abbastanza bene

Francesco Spiedo, attraverso l’esperienza di evoluzione e formazione di Andrea Lanzetta, riesce a ritrarre le problematiche comuni, le istanze sociali e lavorative, di tanti giovani emigrati nel Nord Italia. Un viaggio la cui unica meta è trovare un altrove in cui riuscire a esprimersi, realizzarsi, lontani da aspettative anacronistiche di una generazione: quella dei genitori, incapaci di capire quanto e come il terreno lavorativo, e le conseguenti scelte esistenziali, siano cambiati rispetto alla loro esperienza.

Purtroppo, però, troppo spesso l’esito del trasferimento è passare da un’oppressione all’altra: quella, cioè, di un precariato che non diventa fase transitoria di ambientamento, ma destino cronico, rafforzato dall’etichetta geografica che causa emarginazione. L’autore racconta tutto questo con efficacia, trasparenza, stile dinamico e originale, e soprattutto, sincerità.

Unica nota leggermente stonata le espressioni dialettali ricorrenti: cifra espressiva ben riuscita e spassosa, ma che per i lettori non campani avrebbero avuto bisogno di note dedicate per far fluire la lettura con più immediatezza. Per il resto, un ottimo esordio letterario dalla vivace personalità.

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