- Advertisement -
Simonetta Volpe: “Il PNRR dei paesi non sia la solita operazione turistica”

Simonetta Volpe: “Il PNRR dei paesi non sia la solita operazione turistica”

SenzaFiltro intervista l'architetta Simonetta Volpe, esperta di sviluppo delle aree interne: "Tanti soldi a un singolo paese rischiano di stravolgerlo, non di salvarlo. Così si creano attrazioni turistiche, e basta".

Vincitori e vinti. Venti milioni di euro per un solo paese, a cui in molti ambivano, e che nell’ordine erano: sette della provincia di Avellino, sette della provincia di Benevento e ventitré della provincia di Salerno.

Sanza, il vincitore, fa parte dei paesi della provincia di Salerno che erano in lizza, e con la sua proclamazione da parte del ministero della Cultura è diventato ufficialmente uno dei 21 progetti pilota per la rigenerazione dei paesi a rischio abbandono nel nostro Paese. Uno per Regione.

A questo proposito intervistiamo Simonetta Volpe, architetta e funzionaria della Regione Campania. Ha esperienza pluriennale con i Fondi FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e FSE (Fondo Sociale Europeo) dei programmi operativi della Regione Campania. Docente in alcuni seminari di formazione sui fondi europei destinati alle comunità montane, ha preso parte attiva al progetto nazionale sulla strategia di sviluppo per le aree interne.

Simonetta Volpe, architetta e funzionaria della Regione Campania

Simonetta Volpe, ma non saranno troppi venti milioni per un solo borgo?

Devo essere sincera: credo che venti milioni di euro per un singolo borgo siano proprio tanti. Ricapitoliamo: 420 milioni da dividere per ventuno Comuni sono per la Linea A. Quelli della Linea B sono da dividere per “il resto del mondo”. Ciò significa che c’è un oggettivo squilibrio. Io non credo che questa sia una manna dal cielo per questi ventuno Comuni vincitori. Io se fossi stata il sindaco di un piccolo paese – e per favore non chiamiamoli borghi, inizio a contestare la cosa dal nome – mi troverei in difficoltà. Secondo me il nome “attrattività dei borghi” fa già capire che cosa si ha in mente: un’operazione di tipo immobiliare e turistico, e basta.

Le polemiche sul bando, sulla mostruosità dell’importo per un singolo borgo, hanno avviato il balletto delle carte bollate anche a livello istituzionale da parte di alcune Regioni. In Campania la vincitrice proclamata è Sanza, in provincia di Salerno.

Sanza è la porta di quest’area naturale meravigliosa che è il Monte Cervati (monte dell’Appennino lucano di 1.899 metri sul livello del mare, situato in provincia di Salerno). È uno degli accessi dai quali partono tutte le escursioni e i sentieri che conducono sul Cervati. Tutta quest’area è all’interno del Parco nazionale del Cilento, che copre i due terzi della provincia di Salerno.

Il sito del ministero della Cultura il bando lo presenta così: “Ventuno progetti pilota per la rigenerazione dei borghi a rischio abbandono”. Per utilizzarli con quale modalità, questi venti milioni?

A mio modo di vedere il rischio nell’ottenere questo finanziamento che agisce con tanti soldi su di un solo paese, è che questo stesso paese venga completamente stravolto. Anche leggendo l’avviso del ministero della Cultura, dove si evince come loro abbiano in mente esclusivamente il classico esempio di operazione immobiliare turistica, detto comunemente “albergo diffuso” e maledizione a chi se l’è inventato questo termine; quello sembra essere l’unico fine. Tutto il resto, come: la questione della costruzione di una comunità, riqualificare e ravvivare l’economia del paese e non quella venuta da fuori, non mi pare ci sia. Peraltro un’operazione che, nel caso di Sanza, vede dodici milioni dei venti finanziati dedicati all’albergo diffuso. A questo punto mi faccio una domanda: ma chi è capace di gestire un albergo diffuso sul territorio? Probabilmente solo qualcuno che arriva da fuori. Sono abituata ad analizzare i numeri: leggendoli vedo che il peso dei dodici milioni dedicati all’albergo diffuso è controbilanciato – si fa per dire – da “solo” un milione di euro per il sostegno alle imprese locali. E c’è poi un’altra questione: d’accordo i laboratori di co-working, i laboratori per gli artigiani e per gli artisti, ma comunque tutto ruota attorno a una visione monosettoriale che è quella turistica. Secondo me la debolezza della visione monosettoriale l’abbiamo tristemente vissuta durante la pandemia, quando abbiamo capito quanto sia fragile puntare solo su un aspetto dell’economia, in questo caso quello legato al turismo. La mia non è una visione romantica, anzi credo che le attività tradizionali come quelle legate all’agricoltura debbano evolversi. La definirei così: tradizione innovata dalla tecnologia.

Criticità sulla monoeconomia che lei ha già affrontato quando lavorava nell’ambito della strategia nazionale di sviluppo per le aree interne.

Tutti i sindaci puntano sulla valorizzazione turistica, che significa che altre attività di tenuta del territorio vengono giocoforza messe in secondo piano. Per cui, a mio parere, le aree interne non devono rinnegare quello che sono: se io faccio un bando di venti milioni di euro che punti sull’attrattività dei borghi giocoforza ti butti su quello, e così con questo finanziamento monstre rischi seriamente di decidere il destino di un paese.

Quello che mi chiedo è: quale tipologia di lavoro viene portata all’interno di un borgo?

Così come affermato in un libro di qualche tempo fa di Marc Augé, Disneyland e altri nonluoghi, se snaturiamo un luogo per creare una sorta di luogo falso – e prendiamo per esempio il borgo abbandonato che viene trasformato in albergo diffuso – il rischio è di aver creato un’economia fragile: perché troveremo quello che venderà i gadget o quello che ti farà da mangiare, che però alla fine della giornata lavorativa chiuderanno. E quindi quel borgo, oltre che un’economia fragile, non avrà neppure una vita sociale al suo interno. Ciò che manca in questa operazione, a mio avviso, è proprio la tutela della comunità.

Mi faccio portavoce di quello che in molti hanno pensato: non sarebbe stato il caso di fare rete tra più borghi e dividersi i venti milioni di euro tra diverse realtà, permettendo uno sviluppo armonico tra diverse aree territoriali e non premiandone una sola?

Quando arriva il disco volante dei venti milioni crea un vulnus se si considera che in questi anni faticosamente con lo SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne, N.d.R.) si era lavorato per costruire una rete tra queste comunità per fare massa critica: c’era la Conferenza dei Sindaci, c’era il partenariato, nel Vallo di Diano – di cui Sanza fa parte – avevamo realizzato un’esperienza di progettazione partecipata con i ragazzi di tutte le scuole delle superiori costringendo in questo modo gli amministratori di territori diversi a fare rete tra di loro. Oggi, con questo bando, la parte sociale di questa attrattività dei borghi non esiste.

Come faranno le strutture tecniche dei piccoli paesi a gestire questi venti milioni?

I Comuni hanno problemi enormi di organico. Immagino che nei piccoli paesi avranno gioco facile le varie assistenze tecniche e consulenze esterne, e mi auguro che a Sanza ci siano molti giovani che possano contribuire allo sviluppo del loro Comune e che possano essere assunti.

Il ruolo dei giovani del luogo deve essere strategico.

Nel Vallo di Diano attraverso il laboratorio di progettazione partecipata animato proprio dai giovani – che sono poi quelli che ci devono vivere, nei loro Comuni di origine – abbiamo puntato sulla riscoperta delle attività tradizionali, che possono essere reinterpretate dai giovani attraverso l’innovazione da sperimentare proprio nelle imprese del territorio.

Il lavoro che arriva da chi un lavoro già ce l’ha e decide di vivere in un paese rischia di portare una ricchezza relativa alla comunità. La vera ricchezza è far crescere l’economia locale di quel territorio anche con nuove attività lavorative da parte degli abitanti dei paesi, che siano rappresentate sia da quelle tradizionali che da quelle più innovative. O dal giusto mix di entrambe.

Ripopolare i borghi, quindi, evitando la fuga dei suoi abitanti. Partendo dai giovani.

Leggi gli altri articoli a tema PNRR.

Leggi il mensile 111, “Non chiamateli borghi“, e il reportage “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.

Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro. 

Sottoscrivi SenzaFiltro