Il socialwashing non è semplicemente dire una cosa e farne un’altra. Questa lettura è troppo semplice e non spiega perché funzioni.
Il socialwashing è una strategia di posizionamento istituzionale: costruire una reputazione di conformità attraverso certificazioni, codici etici volontari, comunicati sui diritti dei lavoratori, adesione a standard internazionali, che possa essere usata come risorsa nelle sedi dove si decide quanto costerà davvero non conformarsi. Non è rivolto ai rider: è rivolto ai regolatori, ai legislatori, ai giudici, all’opinione pubblica che forma il consenso attorno alle decisioni politiche.
In questo senso, la certificazione etica di un’azienda sotto inchiesta non è (solo) una contraddizione imbarazzante da nascondere. È una (pessima) strategia studiata a tavolino: dimostrare di essere un interlocutore responsabile, capace di autoregolazione, meritevole di un trattamento diverso rispetto a chi non comunica nulla. Il messaggio implicito alle istituzioni è: non serve una norma più dura, stiamo già lavorando in quella direzione.
Il problema è che “stiamo già lavorando” è verificabile. E quando l’AGCM apre un’istruttoria per socialwashing, sta dicendo esattamente che ha verificato e che la narrazione non corrisponde alla realtà.