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Prendere le STEM con filosofia, anche nei percorsi ITS: è il lavoro che lo chiede

Prendere le STEM con filosofia, anche nei percorsi ITS: è il lavoro che lo chiede

Scienziati o umanisti? Entrambi o nessuno: le specializzazioni che escludono uno dei due ambiti sono sempre più al margine, come testimoniano gli ospiti di Nobìlita Silvia Oliva (ricercatrice Fondazione Nord Est) e Antonio Maffei (coordinatore Fondazione ITS Sistema Meccanica).

Bianco o nero. Nell’infinita disputa tra scienziati e umanisti si registra di rado, in Italia, terreno fertile per il compromesso, per una mediazione che proponga una lettura del mondo della scuola con qualche sfumatura in più. E così anche il palco di Nobìlita festival, a Imola lo scorso 24 maggio, si è trasformato in un campo da singolar tenzone, con paladini delle materie tecniche a sfidare i puristi del pensiero critico, questi ultimi capitanati dal rettore dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari, che tra gli altri interessanti interventi ha sottolineato il peccato mortale di trasformare l’istruzione in mero preambolo della vita d’impresa, sostenendo – parole sue – che “la scuola è stata svenduta alle aziende”.

Ora: è impossibile verificare se quest’affermazione corrisponda a realtà. Sta di fatto però che le organizzazioni, piaccia o non piaccia, sono oggi chiamate a inserire operatori tecnici specializzati in ambito meccanico, meccatronico e informatico, in particolar modo per sostenere la transizione fondamentale che lo sviluppo tecnologico richiede alle realtà produttive. Il 71,4% delle metalmeccaniche ha posizioni aperte, sostiene una ricerca della Fondazione Nord Est, riferendosi al territorio di competenza. E, si badi bene, non si tratta della ben nota saga degli imprenditori incapaci di reclutare stagionali. Qui parliamo di situazioni con processi di selezione strutturati, tant’è che il 94,6% delle aziende con mercato aperto in entrata sono grandi imprese. Le figure maggiormente cercate, l’81,4%, sono manco a dirlo profili con competenze nella conduzione di macchinari. Un esempio su tutti: conoscenza di PLC, linguaggio di programmazione in ambito elettronico.

Detto, quindi, che nella ricerca lavoro le aziende prediligono spesso le discipline STEM – acronimo che sintetizza scienza, tecnologia, ingegneria e matematica – una domanda sorge spontanea: ma è davvero impossibile pensare a percorsi scolastici tecnici in grado di sostenere e implementare al contempo il pensiero critico? E ancora: perché non pensare ai percorsi ITS, i post diploma che agevolano l’ingresso nel mondo del lavoro, come conseguenza anche di studi classici e filosofici? Insomma, qualche zona di grigio occorre indagarla.

Silvia Oliva: “Umanisti e scienziati non possono lavorare separati”

“Quel che sfugge a troppi puristi, da un parte e dall’altra, è che i due ambiti da tempo non possono lavorare separati”.

Silvia Oliva è ricercatrice proprio per Fondazione Nord Est sui temi del lavoro, formazione e sviluppo territoriale. “Alcune facoltà di filosofia hanno introdotto corsi scientifici in modo da costruire qualche competenza tecnica, mentre in alcuni percorsi tecnologici ci sono delle deviazioni di natura umanistica”.

Esempi concreti di fair play. “Non proprio. La distanza tra la tecnica e gli studi d’arte e letteratura, nel nostro Paese, è piuttosto tradizionale, quasi come ci fossero studi di serie A e di serie B. In realtà, nel mondo imprenditoriale, la conoscenza di materie umanistiche è fondamentale per completare i profili ideali. Pensiamo all’intelligenza artificiale: lì servono senz’altro tecnici, ma anche sociologi, psicologi e filosofi per creare interazione tra uomo e macchina. Altrimenti non è possibile”.

Senza dimenticare il rovescio della medaglia. “Appunto. Chi approfondisce le STEM non ha solo porte aziendali aperte, ma è chiamato a interagire con il mondo: pensiamo alla pandemia e al ruolo della scienza. Oppure alla pubblica amministrazione: quanto servirebbero maggiori competenze tecniche per un’evoluzione seria? Infine, se parliamo di architettura, a volte ci troviamo a confrontarci con professionisti preparati ma incapaci di mettere in piedi un’impresa”.

Tecnici, ma con competenze trasversali: le nuove richieste delle imprese

In attesa però che la transizione digitale si compia, e chissà quant’è lunga la via, le fabbriche (piccole e medie comprese) sgomitano per recuperare qualche manutentore meccanico in più. E qui la partita si gioca non tanto sul confine tra il classico e il tecnologico, ma nell’arido palcoscenico dei centri di formazione professionale.

“In realtà anche in questo caso il pensiero critico svolge un ruolo chiave, ed è legato a doppio filo alla questione dell’orientamento scolastico. Sono ancora poche le scuole che valutano gli studenti sulla base delle attitudini”. Con il risultato che i meno portati a indovinare una sfilza di otto in pagella vengono traghettati dal Caronte di turno nei CFP.

“Ci sono contesti di sinergia scuole-aziende dove si lavora bene, però è vero che talvolta accedono a questi bienni o trienni ragazzi con alle spalle una bassa cultura di famiglia, semplicemente non ritenuti idonei, a torto o ragione, ad affrontare sfide diverse. La conseguenza è che chi invece ha un talento specifico verso attività manuali rinuncia per non doversi confrontare con ambienti di comunità potenzialmente ostili”.

Quanto alle imprese che già vivono una trasformazione tale da richiedere sul mercato tecnici più evoluti, c’è la possibilità di pescare dall’esperienza duale degli ITS, post diploma con il preciso compito di formare queste professionalità. “La cosa interessante è che le imprese, sembra un paradosso, chiedono a questi corsi una sempre maggiore attenzione verso le competenze trasversali”.

Alla fine si ritorna alla casella di partenza, con una visione peraltro meno ortodossa: anche i percorsi tecnici devono alimentare e strutturare competenze trasversali. Soft, per utilizzare il gergo degli addetti ai lavori, che riguardano cioè l’assertività, la capacità di relazionarsi, la conoscenza dei diversi stili di leadership, l’attualità. In estrema sintesi: il pensiero critico.

Antonio Maffei: “Percorsi ITS per chi esce dai licei? Le organizzazioni hanno molti preconcetti”

In questo contesto prova a portare chiarezza Antonio Maffei, coordinatore della Fondazione ITS Sistema Meccanica a Lanciano, a sua volta protagonista sul palco di Nobìlita nelle vesti di naturale contraddittorio al rettore Montanari, all’interno del ring di confronto definito provocatoriamente “Elogio dell’incompetenza”.

“I trend li conosco bene, oggi il 51% dei ragazzi si iscrive a un liceo mentre il 49% rimanente si divide per tutti gli altri corsi. Se a questo aggiungiamo la crisi demografica, è facile intuire un futuro di certo non roseo per le professionalità tecniche”. Il presente, comunque, oggi parla di tre milioni di giovani NEET, né studenti né lavoratori. “Sono d’accordo nel dire che questo è un bacino decisivo per gli ITS: dobbiamo riuscire ad attrarre ancor più ragazzi, così com’è importante il bacino di chi lascia l’università, così da garantire loro un approccio tecnico ma professionalizzante”.

Ci sono tuttavia due criticità. La prima è che in Italia gli ITS sono tuttora poco conosciuti, forse a causa di un problema di comunicazione e informazione. La seconda è che, sembra incredibile, sono corsi a numero chiuso. “Allo stato attuale ci sono 120 fondazioni ITS; dal mio punto di vista sono sufficienti. Dobbiamo senz’altro migliorare il livello di attrattività ma, al di là del numero chiuso, posso dire che in alcuni casi non riusciamo ad attivare corsi per mancanza di iscritti. Infine, le nostre strutture hanno senso laddove è presente una filiera produttiva di riferimento. Se iniziamo a proliferare come gli istituti secondari perdiamo lo scambio con il mondo produttivo, che rappresenta il nostro valore aggiunto”.

Va bene il contatto con le realtà produttive del territorio, ma la scarsa mobilità interna al Paese è un deterrente all’occupabilità. “Chiaro, come ITS cerchiamo di stipulare accordi con tutti i player nazionali. Dal nostro in Abruzzo abbiamo portato lavoratori a Bergamo, ad esempio. Però il nostro fabbisogno serve per le imprese abruzzesi, se partecipiamo troppo alla diaspora perdiamo contatto con la Regione”.

Per ampliare la platea, come anticipato, sarebbe sufficiente aprire le porte ai licei. Impossibile? “Tante organizzazioni hanno preconcetti verso questi corsi di studio. La selezione all’ingresso spesso viene sviluppata in sinergia con le direzioni HR delle imprese. Da loro arrivano input chiari: conoscenze di base meccaniche o meccatroniche e passione per la materia”.

Dunque, ancora una volta evidenziamo l’errore all’origine. Come si può definire una rotta con l’orientamento della scuola media, se poi diventa impossibile aggiustare il tiro? Forse è il caso di riprendere una frase di Silvia Oliva, appuntata a microfoni spenti. “Viviamo una società complessa e ci ostiniamo a cercare soluzioni semplici”. E a suon di euristiche, ciascuno rimane dalla propria parte del ring.

Leggi il mensile 115, “Infortuni mentali“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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In copertina Antonio Maffei, foto di Domenico Grossi