Reportage

Studenti in classe

Studenti disabili, l’inclusione che esclude

L'inclusione a tutti i costi danneggia gli studenti disabili: l'obiettivo è essere se stessi, non essere come gli altri. Alcune testimonianze di prima mano.

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L’emergenza COVID-19 che stiamo vivendo e dalla quale prima o poi usciremo, perché ne usciremo, ci ha fatto comprendere il ruolo straordinario che ha la scuola nella nostra vita, ma anche le sue falle imperdonabili: il ritardo siderale sul piano della digitalizzazione, con istituti che hanno adottato il registro elettronico appena tre anni fa, e insegnanti che non sanno cosa è una piattaforma digitale.

A parte qualche caso rarissimo, le scuole elementari hanno proseguito le lezioni tramite l’assegnazione di compiti via mail, da eseguire con l’aiuto dei genitori, se in smart working. Bloccato per forza di cose anche il sostegno, che per definizione richiede convivenza fisica. Un duro colpo per le famiglie, e appena il grande nemico pubblico sarà sconfitto tra i temi in agenda dovrà esserci l’inclusione. L’inclusione vista dagli insegnanti e l’inclusione vista da chi produce materiale didattico finalizzato.

 

Post coronavirus, che cosa dovrà cambiare quando riapriranno le scuole?

Sono molte le facce di questa delicata realtà, sempre in bilico tra doveri di coscienza, lacune istituzionali e spinte interventiste esagerate. Denunciare oggi le carenze senza polemica e con coraggio è forse la formula vincente per immaginare una ripianificazione post emergenza. Fotografare quel prima troppo spesso sottovalutato, per anticipare un poi per il futuro.

Un’insegnante di scuola primaria di Padova ha accettato di rilasciarci la sua testimonianza, mantenendo però l’anonimato per motivi di riservatezza nei confronti dei minori. Particolari sulle patologie degli alunni trattati e sui genitori coinvolti, infatti, ricondurrebbero facilmente all’identità dei protagonisti.

“Negli anni mi sono trovata davanti a molte situazioni diverse, da bambini con patologie gravissime ad alunni con semplici forme di dislessia. I problemi invece spesso si rassomigliano. Carenza di personale qualificato. Indifferenza delle istituzioni che scaricano tutto sulla scuola, senza fornire però mezzi sufficienti. E genitori che spesso, anche a seguito dell’abbandono subito da uno stato sociale che non c’è, si rifiutano di riconoscere l’entità dell’handicap del figlio, trasformando il doveroso sostegno che si deve al piccolo nella ricerca spasmodica di una guarigione impossibile, condannando il bambino a una faticosissima e frustrante maratona quotidiana; una rincorsa al rimedio di un danno permanente che, in quanto tale, rimedi non ne ha.”

“Dobbiamo cominciare a pensare positivamente a un ‘dopo’ diverso. Non è cinismo, davvero. È che troppe volte ho visto bambini, già colpiti duramente dalla malattia, subire l’accanimento degli adulti. Li ho visti trascinarsi per terra perché avrebbero voluto dormire e basta, e invece devono essere ‘inclusi’ a tutti i costi in una forma di socializzazione forzata solo per accondiscendere alla coscienza degli adulti. O devono restare a scuola il più possibile, perché le famiglie non hanno alcun altro modo istituzionale per diluire l’onere dell’assistenza domiciliare. Basti sentire le loro richieste d’aiuto durante questa doverosa ma complicatissima quarantena. E hanno ovviamente anche un lavoro, magari una professione nei servizi essenziali, che li obbliga a uscire di casa. A volte altri figli da seguire.”

“Così, da un lato troviamo docenti cronicamente a rischio di non ottenere l’insegnante di sostegno, a causa di un sistema che in un atto dovuto intravvede banalmente una sorta di capriccio, una forma di pelandronaggine da parte delle maestre. È evidente che chi si occupa di disposizioni burocratiche non ha neanche mai visto una classe, le dinamiche di bambini con doti e problemi diversi, con traumi da separazione dei genitori, e con tempi di attenzione e capacità di apprendimento da armonizzare. Per non parlare dell’enorme responsabilità aggiuntiva che una maestra si deve accollare oggi: durante il servizio mensa deve controllare che bambini sempre meno autonomi non si soffochino con il cibo, non assumano alimenti ai quali sono allergici e, nel caso, intervenire con l’adrenalina in tempo zero. È solo un esempio.”

 

Disabilità: l’atteggiamento dei genitori, la responsabilità degli insegnanti

“Dall’altro lato ci sono le famiglie. Quasi completamente ignorati dallo Stato, i genitori scelgono di mandare bambini con gravi disabilità in scuole a tempo lungo. Dalle 8:15 alle 16:15, per cinque giorni la settimana. Una condizione faticosissima anche per molti bambini normodotati. In mezzo c’è l’insegnante di sostegno, spesso una precaria senza qualifica specialistica che, in attesa dell’entrata in ruolo, si adegua all’incarico pur di far punteggio. È questa figura che deve mediare le parti in causa. Bambini già sfiancati dalla malattia costretti, in nome di un’inclusione che non hanno chiesto, a ore interminabili di convivenza con i compagni. E genitori che non ne vogliono sapere di accettare la disabilità del piccolo ed esigono servizi di cui ‘mio figlio ha diritto’. Come se le maestre fossero sempre nelle condizioni di fare i prodigi che già fanno nel quotidiano.”

“Ricordo il caso di un bambino affetto dalla sindrome di kat, una patologia che consiste in una traduzione parziale del patrimonio genetico e che quindi può manifestarsi con diversi gradi di gravità. Andrea, chiamiamolo così, aveva una delle forme più gravi: il suo corpicino era sottosviluppato in rapporto all’età e le sue condizioni psicofisiche non avrebbero mai superato quelle di un bambino di 8-10 mesi, in cui lui era fermo. La madre, che non aveva mai accettato la situazione, lo portava a scuola, ovviamente a tempo lungo, in qualsiasi caso, anche con la febbre come pure quando il piccolo non aveva dormito la notte, il che accadeva non di rado. Questo perché ‘non deve perdere scuola’. Se poi da un lato questa mamma non intendeva capitalizzare gli sforzi dell’insegnante di sostegno che era riuscita a far vincere ad Andrea la paura dei gradini, ad esempio, dall’altro pretendeva che il bambino cominciasse a imparare i verbi, specificando: ‘I tempi semplici, non quelli composti, non ancora’. Significava non voler vedere la realtà di quel bambino, che era diventato l’orgoglio degli insegnanti perché aveva imparato a dire, a modo suo, ‘ciao’.”

“O ancora la mamma di Alessandro, affetto da un grave ritardo fisico-cognitivo. La grande conquista dell’insegnante di sostegno, in questo caso qualificata, fu insegnargli il controllo degli sfinteri. Figlio di medici, per tutto il ciclo di scuola primaria ho dovuto assistere alla scena della madre che lo veniva a prendere trafelata, gridando di sapere di essere in ritardo. Schizzava via senza neanche scusarsi con la maestra che, non pagata, restava sistematicamente al lavoro 20-25 minuti in più a causa sua. Ogni giorno. Alessandro infatti, che spesso chiedeva di non uscire in giardino durante la pausa dopo mensa o la ricreazione perché era stanco, soffriva il caldo, la luce, faticava enormemente a camminare e si sentiva spaventato da quel gran correre intorno a lui degli altri bambini. Avrebbe dovuto uscire prima delle 16.15 proprio per riposare. La mamma lo portava invece in piscina, dove avrebbe dovuto fare fisioterapia. La paura dell’acqua che lo paralizzava però, lo costringeva a prendersi del gran freddo.”

“Per non parlare dei casi di bambini certificati per schizofrenia, con tendenze suicide, con picchi di aggressività. In questi casi, quando i compagni in classe vengono picchiati dal compagno e le docenti finiscono in ospedale, si tende a mettere la cosa a tacere. Ma è giusto? Chi sono gli inclusi e chi gli esclusi in questo caso? Infine: i numerosi casi in cui il matrimonio non regge allo scossone del figlio disabile, che si trova così a essere per di più conteso, o protagonista di guerre intestine ai genitori. Anche qui, lo Stato, d’ora in poi dovrà esserci.”

 

Lo stile della casa editrice Lattes: a scuola non testi diversificati, ma testi adatti a ogni esigenza

C’è poi chi, ovviamente i tempi ordinari, si occupa di testi scolastici specifici per consentire l’inclusione, come la storica casa editrice Lattes di Torino, di cui ci parla l’amministratore delegato Simone Lattes.

“Non è facile mantenere in equilibrio conti e calo della popolazione studentesca – spiega – e anche per questo è importante una produzione di qualità. Ci occupiamo di testi per l’inclusione per le scuole medie e superiori, e gli insegnanti oggi sono davvero degli eroi, schiacciati come sono da incombenze burocratiche a scapito del tempo da dedicare alla didattica. Negli ultimi dieci anni abbiamo registrato un crescendo di richieste, e la cosa ci inorgoglisce perché in redazione siamo sempre molto attenti a impostare libri che contengano lezioni adatte a tutti.”

“Ci rivolgiamo a tutte le minoranze, studenti particolari, anche ai più dotati. Il nostro punto d’arrivo è: non avere studenti ai margini della lezione, mai, e neppure testi diversificati. Per questo abbiamo realizzato lo scorso anno un libro che contenesse tutte le caratteristiche essenziali per la chiarezza, la comprensione, l’acquisizione di competenze. Per ora ci limitiamo a storia e geografia.”

“Cerchiamo di proporre materiali didattici in cui gli accorgimenti finalizzati ad agevolare chi ha difficoltà non siano ‘gridati’, ma semplicemente adatti a tutti gli stili di apprendimento. Così chi ne ha bisogno ne trae beneficio senza saperlo; chi non ne ha bisogno semplicemente non se ne accorge. Sono solito fare l’esempio dell’ascensore. Per qualcuno è essenziale, per altri è una comodità. Così è il carattere particolare che usiamo nella stampa di questi testi. Chi ha disturbi della lettura non avrà difficoltà a comprendere, mentre gli altri alunni non noteranno neanche il provvedimento.”

“Anche le illustrazioni hanno base pedagogica, essendo divise in due livelli, sopra e sotto gli esercizi. Non è semplice far capire la cosa, neanche agli insegnanti che sanno di incontrare, a loro volta, ostacoli come scetticismo o pregiudizi. Ciononostante oggi il nostro modello è stato adottato, grazie al progettoChiaro a tutti’, in mille classi italiane, e i docenti stanno monitorando i risultati”.

Quando le scuole riapriranno e ci riprenderemo le nostre vite, sarà possibile realizzare anche queste nuove prospettive.

 

 

In copertina foto by Taylor Wilcox on Unsplash

E' giornalista professionista dal 2002 e titolare di tessera stampa internazionale dal 2012. Vive tra Padova e Stoccolma, da dove collabora con il Fatto Quotidiano dal 2013 e con Senza Filtro dal 2015. Il suo sguardo è rivolto, da sempre, all'inchiesta giornalistica evitata dagli altri, alla denuncia sociale, politica e di carattere economico. La definizione che pensa le rassomigli di più è quella attribuitale da una leggenda de Il Resto del Carlino: "Ragazza pericolosissima!" [ Guarda tutti gli articoli ]

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