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Coronavirus, riders e corrieri. Ti conosco, mascherina (e tocca pagarmela da solo)

Coronavirus, riders e corrieri. Ti conosco, mascherina (e tocca pagarmela da solo)

Un viaggio tra i riders e corrieri in tempo di coronavirus: se le tutele mancavano già prima, adesso la loro situazione è ancora più compromessa.

La favola dei riders che, secondo le aziende del food delivery, non sarebbero da tutelare come lavoratori subordinati in quanto lavoratori autonomi, fortunatamente è stata giudicata una castroneria dalla Cassazione con la sentenza 1663 del 24 gennaio scorso. Finalmente, per i ciclofattorini una vittoria c’è stata.

Ma non ci si può mai fermare quando si è un rider: il cliente ordina con l’aiuto della tecnologia, l’applicazione è in grado di verificare costantemente la posizione, segnalare ritardi e dare un giudizio sul servizio offerto. In questi ultimi tempi, è possibile ritrovarsi anche davanti a città semideserte per paura del COVID-19. A Milano, per esempio, con i risultati dell’ordinanza regionale voluta dal Pirellone: chiusura alle 18:00 per i bar (poi rientrata) e i ristoranti – seppur aperti – desolatamente vuoti.

Insomma, uno stress non indifferente per i riders che lavorano in città. E potrebbe anche essere configurato come stress lavoro correlato, dato che per loro non è previsto quasi niente sotto il punto di vista delle tutele. Inoltre in questo particolare momento non pare esserci molta frenesia nella ricerca di cibo a domicilio; infatti a Milano ne è drasticamente diminuita la richiesta, vista la paura dei clienti di ordinare con questa modalità. Ma non saranno sovradimensionate, tutte queste paure?

In questi giorni, nella città meneghina che prova a ripartire anche con video motivazionali promossi da Palazzo Marino, i riders devono organizzarsi autonomamente non solo sulle consegne, ma anche su come comportarsi al lavoro: alcuni di loro per precauzione hanno deciso di togliersi dal servizio attivo per paura del COVID-19, e anche tra chi invece si dichiara disponibile non manca comunque la preoccupazione per un eventuale contagio, considerando anche le pochissime tutele nei loro confronti da parte dell’azienda.

È un aspetto che riguarda la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, e nel food delivery i rischi paradossalmente aumentano anche nonostante il calo del lavoro: il contatto con le persone avviene senza un minimo dispositivo di protezione fornito dall’azienda.

 

Riders, anarchia sulle tutele. Anche in tempo di coronavirus

L’altra sera con degli amici abbiamo scaricato una delle tante app che si utilizzano per ricevere cibo a domicilio, ordinando una pizza. Il fattorino arriva regolarmente senza mascherina e sembra non porsi minimamente il problema: “Non credo serva a molto indossare la mascherina, mi sembra un accorgimento inutile. Poi non ci è stata fornita, quindi deduco non serva. E così non l’ho comprata”.

Mi dice di chiamarsi Marco, studia all’università, ha poco più di vent’anni e arrotonda così per non pesare troppo sul bilancio familiare: “A Milano è calata molto la richiesta di food delivery, eppure rendendomi disponibile sulla piattaforma sto lavorando più del solito per le assenze di molti riders. Spero comunque che al più presto si torni alla normalità. Vedere Milano in questo modo è una stretta al cuore. Ho fiducia e sono ottimista”. Ci salutiamo e mi scuso anche del tempo che gli ho fatto perdere.

Lorenzo Righi di Riders Union Bologna lavora per Deliveroo nel capoluogo emiliano. Lo contattiamo per chiedergli conto del tema salute e sicurezza per i riders in questo momento storico.

“Se si va al lavoro anche in queste condizioni, bisogna adottare tutte le tutele per la nostra salute e per garantire una continuità del reddito. Un reddito che dovrebbe permettere di vivere tra mille difficoltà. Se dovessi dire qual è il clima, posso confermare che tra i riders c’è un po’ di confusione e di paura; soprattutto tra i molti colleghi stranieri che leggono notizie su internet che riguardano l’Italia e il coronavirus, e che si chiedono se sia sicuro andare a lavorare in queste condizioni o se non sia meglio rimanere a casa, non rendendosi disponibili. In questi ultimi giorni, andando a ritirare il food, i fornitori ci hanno trattato quasi come degli untori, e questo di per sé non è dignitoso. Le istituzioni, dalle regioni al Governo, prendano i dovuti provvedimenti per garantire la messa in sicurezza della nostra salute, per evitare eventuali contagi”. E anche per questo, martedì 3 marzo alle 10.00, ci sarà un presidio dei riders insieme ai precari davanti al Palazzo della Regione a Bologna, per manifestare e chiedere che l’emergenza sanitaria non la paghino i lavoratori.

Gli chiedo quali sono state le misure adottate da Deliveroo per tutelarli. “Le mascherine ce le siamo comprate da soli. Deliveroo ha comunicato ai riders che ci sono dei focolai in Italia e, facendo riferimento alle disposizioni istituzionali, ha consigliato di stare a casa e di togliersi dalla disponibilità al servizio. JustEat, invece, vista la situazione ha comunicato ai riders le stesse disposizioni di legge comunicate da Deliveroo ma, dopo aver constatato che molti di loro si erano tolti dal servizio, ha inserito un’integrazione di cinque euro per ogni consegna effettuata. È una cosa molto grave, a mio avviso: non si baratta la salute dei lavoratori in questo modo”.

 

Amazon, giù la mascherina dalle disparità di trattamento

Un’altra categoria di corrieri che sembra non fermarsi mai è quella di Amazon, anche se in realtà qualche giorno fa lo hanno fatto. Letteralmente: hanno organizzato uno sciopero a sorpresa tra Buccinasco, Burago e Origgio, rispettivamente nell’hinterland milanese, monzese e varesotto. Lo sciopero è stato proclamato dalle tre sigle sindacali di categoria per chiedere uniformità nei pagamenti e nei trattamenti da parte dei diversi fornitori che lavorano nella filiera della logistica e dei trasporti di Amazon.

Sono riuscito a parlare con uno di loro, che in questi giorni di consegne tra Milano e la provincia di Varese è regolarmente munito di mascherina. Chiede che il suo nome non venga riportato: “La mascherina l’ho comprata io, anche se in diversi mi hanno fatto notare che non sono quelle adatte, ma risultavano introvabili e ho fatto molta fatica a reperire anche solo questa (in effetti si tratta di una semplice mascherina che non risponde ai criteri ffp2 e ffp3 che proteggono rispettivamente al 92 e al 98%, N.d.R.). I nostri picchi di lavoro non sono diminuiti, anzi paradossalmente sono aumentati, ma diversi miei colleghi non indossano nulla: la ritengono una precauzione inutile, anche se siamo sempre a contatto con la gente”.

Come per i ciclofattorini, le tutele da parte delle aziende fornitrici non sono proprio all’avanguardia; vige una sorta di fai-da-te sul come comportarsi. Secondo Luca Stanzione, segretario generale della Filt Cgil Lombardia: “Alcune aziende della filiera dei trasporti di Amazon hanno fornito mascherine ai lavoratori, mentre altre hanno continuato a far finta di nulla. Anche su questo abbiamo chiesto ad Amazon di intervenire con i loro fornitori, in linea con la richiesta di uguali trattamenti per i lavoratori di tutte le aziende che operano nelle filiere.”

 

Libanese, rider in Italia, dona 1.000 mascherine alla Croce Rossa

Quando con un click chiediamo e pretendiamo un servizio veloce, efficace e senza intoppi, spesso ignoriamo il fatto che dietro alle nostre comodità ci siano riders che corrono come disperati tra traffico, situazioni al limite e poca sicurezza stradale, e corrieri con svariate difficoltà di accesso in zone a traffico limitato e con scarsi parcheggi disponibili, che rischiano multe, il più delle volte a loro carico. Eppure, nonostante i non certo lauti guadagni di questa attività, c’è anche chi con poco è stato capace di dare tanto e offrire alla Croce Rossa di Torino la propria personale donazione: 1000 mascherine.

Lui ha 35 anni, fa il rider per JustEat ed è originario del Libano, dove faceva l’infermiere. Ha deciso di donare un bene diventato introvabile per aiutare il Paese che lo ha accolto, contribuendo a dare un supporto all’Italia che vive un momento delicato. La generosità è fatta davvero di piccoli, grandi gesti; corre in bici e non si nasconde. Neanche se indossa una mascherina.

 

Foto di copertina: lezionieuropa.it