Chiara Ferragni in una scena del docufilm Unposted

Unposted della Ferragni: quanto fa paura l’empowerment delle donne?

Il docufilm presentato a Venezia sta spaccando in due il pubblico e la critica. Il punto è un altro, però: Unposted non mira all'Oscar ma ai suoi target.

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Sono andata al cinema a vedere Unposted, il docufilm su Chiara Ferragni della regista Elisa Amoruso. Sarei andata al cinema se qualcuno non me lo avesse chiesto espressamente per scriverne a riguardo? No, ma solo perché sapevo che prima o poi sarebbe arrivato in tv (su Amazon Prime Video, fra qualche mese). Quando la redazione di Senza Filtro mi ha chiesto di andarci, non me lo sono fatto dire due volte.

Chiara Ferragni è un’imprenditrice digitale ed è la prima fashion influencer, una pioniera che ha avuto – e ha – un impatto sul mercato della moda a livello mondiale. È una donna di potere molto apprezzata, una professionista capace e determinata, una giovane adulta, una moglie innamorata, una madre che lavora e infine, se tutto ciò non bastasse, è bionda. Il quadro che ritrae la Ferragni presenta un insieme di caratteristiche che potrebbe fare impazzire di invidia e cattiveria il più comune essere umano medio (uomo o donna che sia).

Chiara Ferragni e la regista Elisa Amoruso

 

Potere, empowerment, donne

Se il potere è la capacità di fare accadere le cose, è indubbio che questa professionista sia stata in grado di esercitarlo, tanto da diventare un caso ad Harvard e da essere oggi un’icona desiderata dalle principali maison della moda. Ha iniziato con coraggio e determinazione, per prima, all’inizio insinuandosi fra gli spettatori delle sfilate e stando in piedi nelle retrovie, snobbata dai tipici player di quel mondo, che ancora non ne percepivano la portata. Oggi il suo posto è in prima fila. È stata capace di vedere una nicchia da riempire con qualcosa di nuovo, ha inventato un modo nuovo di lavorare e di comunicare.

Chi conosce il mondo dell’innovazione digitale sa che un fenomeno così non sarebbe sopravvissuto se non ci fossero stati dietro del valore e una squadra forte, e che tutti quei milioni di euro di fatturato non si generano solo detenendo un gran culo, reale o figurato che sia. Non è poi vero che esistono altri early adopter, che hanno usato e osato per primi certi strumenti, innovando? Certo è che se sono nerd e maschi fanno tenerezza, perché c’è un mondo che si riconosce in quei foruncoli e sente quel riscatto, da nerd a milionario, quasi come una rivalsa personale.

 

Prima del D-day, condizionamenti e pregiudizi

Non ho voluto leggere nulla sul docufilm; non ho letto nessuna recensione per non farmi condizionare; non ho chiesto a nessuno se lo avesse visto e che cosa ne pensasse. Non sono una groupie e dei Ferragnez conosco la storia a grandi linee. Con Ferragni condivido alcuni tratti, ma è maggiore la somiglianza che ho con Fedez per le forti similitudini delle nostre città di provenienza: Cinisello Balsamo non ha nulla da invidiare a Rozzano.

Nei giorni prima della proiezione, quando fioccavano i titoli perlopiù nefasti rispetto al film, ho cominciato a immaginare il taglio che avrei potuto dare al pezzo: quale sarebbe potuta essere la chiave migliore per esprimere il mio punto di vista? Avrei dovuto attivare il filtro “bicchiere mezzo pieno” con cui già guardo la vita, nonostante tutto? “Nonostante tutto” esprime il mio condizionamento pre-partita: gli strilli dei giornali e dei telegiornali ti giungono alle orecchie anche se non li cerchi, e dai social network si intravedono informazioni anche senza cliccare oltre i titoli. I bias sono fra noi, dobbiamo riconoscerli per sconfiggerli.

 

Allora, com’è questo Unposted?

Squillino le trombe: il documentario su Chiara Ferragni mi è piaciuto. E vi dirò di più, mi sono emozionata e mi sono pure ritrovata in lei, in moltissimi passaggi, sia della sua vita professionale che di quella personale (ma io mi sento rappresentata anche dall’ingresso trionfale di JLo per Versace alla Milano Fashion Week. Quello è un tema di autostima).

Unposted parla di personal branding e narrazione professionale. Che cos’è il personal branding? È la capacità di fare emergere il proprio valore personale e professionale a favore di un target, per raggiungere i propri obiettivi. Il tema della narrazione professionale è il mio oggetto di studio, soprattutto quando si parla di donne di potere, di role model, e dell’impatto sociale che questa condivisione può portare ai futuri adulti della società. La Ferragni è una role model, senza dubbio.

Di questo si tratta: non è un film, è un documentario, un documento visivo su Chiara Ferragni, focalizzato sulla sua dimensione professionale, con un affondo sulle sue origini da cui emerge che Chiara non è diventata improvvisamente la Ferragni, ma lo è sempre stata. Lo dimostrano le ore di girato che la vedono bambina e ragazzina: spontanea e autentica davanti alla telecamera, prima insieme alla sua famiglia di origine, e poi con la famiglia che ha generato con Fedez.

Cambia il contesto, cambia il secolo, cambia l’obiettivo, ma di questo si tratta: della sua vita, che oggi in gran parte è il suo lavoro, di cui è orgogliosa, che la rende felice e le piace.

Scena dal backstage del film Unposted

 

Role model, personal branding e impatto sociale

Una narrazione personale consapevole, da parte degli adulti, può trasmettere ai bambini e alle bambine delle informazioni importanti: un bambino e una bambina che conosceranno la storia di una donna di successo, penseranno con naturalezza a uomini e donne soddisfatti nel mondo del lavoro, che creano un nuovo futuro e che costano quanto valgono. E i giovani studenti che stanno per entrare in un mondo del lavoro ancora stantio sul piano dell’innovazione digitale comprenderanno quanto sia importante lo spirito creativo e imprenditoriale.

A me che i miei figli siano esposti a un’altra madre capace, donna felice, moglie contenta, persona che vive tutte le sue dimensioni alla ricerca della sua soddisfazione perché questa si rifletta anche su suo figlio e chi le sta intorno, non dispiace affatto.

Qualche mese fa è uscito in Italia un libro scritto da due docenti di Stanford, dal titolo Design Your Life (Francesca Parviero ha contribuito alla pubblicazione curando anche la prefazione italiana, N.d.R.): Burnett ed Evans parlano della possibilità di usare il design thinking per progettare una vita felice, a tutte le età. Il metodo lo insegnano da anni a tutti i ragazzi di una delle università più importanti del mondo, con grande successo. Definiscono il raggiungimento della felicità come l’esito di un processo che parte dalla consapevolezza di chi siamo e di dove vogliamo andare, posto che nessuno può stabilire a priori che cosa potrà rendere felici noi. Parlano dell’importanza della sovrapposizione della nostra visione della vita e del lavoro, e di una condizione dettata dalla multidimensionalità della vita. Quanto siamo soddisfatti sul piano della salute, del lavoro, dell’amore e del gioco?

Se è vero che un film-documentario rappresenta una condivisione il più aderente possibile alla realtà di un tema, un contesto o un personaggio, Unposted ci mostra una persona che lavora affinché l’asticella sia alta in tutte queste dimensioni e che sta costruendo il disegno più aderente possibile alla sua idea di felicità.

Un prodotto che in soli tre giorni di proiezione ha raggiunto livelli di incassi così alti dimostra di aver toccato il suo obiettivo e il suo target. Se moda, beauty, star internazionali che vivono la vita sotto i riflettori e giovani donne in carriera determinate a cambiare il mondo non vi sono mai interessate, non è un problema del film o della protagonista: è che, semplicemente, non siete il target.

C’è qualcosa di valido per tutti, in questa proiezione: è arrivato il momento di appropriarsi del proprio spazio narrativo, e questa giovane imprenditrice di successo oggi potrebbe insegnarci come si fa, al di là del fatto che piacciano o meno gli influencer. Design your life vale per tutti.

 

 

Photo credits: 76^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Esperta in progettazione di percorsi di apprendimento digitale, speaker, autrice di libri, former HR manager di aziende multinazionali e startup, autrice del blog Alley Oop de Il Sole 24 Ore, Francesca Parviero è diventata nel 2012 la prima LinkedIn Partner italiana. Segue aziende in divenire, nel re-design della People Experience con un focus sull’innovazione digitale. Importanti sono i suoi progetti di personal branding rivolti a donne executive. Lei vive con la consapevolezza di chi sa che sta contribuendo ad un cambiamento culturale e sociale, per l'impatto sociale che la narrazione professionale delle donne può avere su nuove generazioni, meritocrazia e PIL. Viene riconosciuta come business networker: sa collegare persone e opportunità, promuovendo sempre una partecipazione autentica, etica e di valore alle reti sociali offline e online. Alumna della settima classe di “In the Boardroom”, edizione 2019 e membro del CDA e del comitato esecutivo di Uniabita [ Guarda tutti gli articoli ]

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