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Da security manager a macellaio: la via crucis degli over 50 in cerca di lavoro

Da security manager a macellaio: la via crucis degli over 50 in cerca di lavoro

Raggiunta una certa età il reinserimento professionale è solo un mito? Lo abbiamo chiesto a un lavoratore che l'ha vissuto sulla propria pelle e all'head hunter Gabriele Ghini.

Norman Di Lieto

22 Novembre 2022

Per la salute mentale è rilevante la condizione lavorativa: inattivi e disoccupati tra i 35-64 anni riferiscono più spesso disturbi di depressione o ansia cronica grave (10,8% e 8,9%) rispetto ai coetanei occupati (3,5%). La depressione è il disturbo mentale più diffuso: si stima che in Italia superino i 2,8 milioni (5,4% delle persone di 15 anni e più) coloro che ne hanno sofferto nel corso del 2015 e siano 1,3 milioni (2,5%) coloro che hanno presentato i sintomi della depressione maggiore nelle due settimane precedenti l’intervista. Rispetto alla media dei Paesi europei, in Italia la depressione è meno diffusa tra gli adulti e tra i 15-44enni (1,7% contro 5,2% media UE28), mentre per gli anziani lo svantaggio è di 3 punti percentuali”.

È quanto afferma l’ISTAT nel suo report La salute mentale nelle varie fasi della vita, pubblicato nel luglio del 2018 e con riferimento agli anni 2015-2017.

Neanche un anno dopo da questa pubblicazione, Marco, cinquantaseienne di origini piemontesi, è uscito da una grande azienda italiana di abbigliamento – celebre in tutto il mondo – dove si occupava di facility e security a livello manageriale. Lo abbiamo sentito in esclusiva per SenzaFiltro perché vogliamo capire che cosa succede agli inattivi o disoccupati della fascia d’età tra i 35 e i 64 anni che cercano di rientrare nel mondo del lavoro: quali le difficoltà che incontrano lungo il cammino di reinserimento e quali le conseguenze sulla propria salute mentale durante questa (annosa) ricerca.

Da security manager a disoccupato. La storia di Marco

Quando chiamiamo Marco troviamo un uomo deciso, per nulla rassegnato e pronto a raccontarci la propria storia.

“Ho lasciato l’azienda perché la mia figura professionale sarebbe stata sostituita da un altro profilo, legato al nuovo amministratore delegato che sarebbe arrivato in azienda.

Una vera e propria riorganizzazione aziendale: l’ex articolo 1, comma 40 della legge Fornero. Nel mio ruolo lavorativo avevo mansioni direttive, ero procuratore dell’azienda, poi sono stato costretto a lasciare: ho provato un misto di delusione, rabbia e frustrazione. Poi, ho affrontato la questione e per tutelarmi ho deciso di avvalermi di un supporto legale per concordare l’uscita.”

Marco non sapeva che nelle sliding doors della vita professionale sarebbe stato complicatissimo rientrare nel mondo del lavoro, soprattutto con gli standard economici e professionali precedenti. Eppure sembrava che per lui questa regola potesse essere disattesa, in totale controtendenza.

“Prima del COVID-19 ho ricevuto un’offerta di lavoro sempre per un’azienda multinazionale dello stesso settore, con un’offerta economica e professionale decisamente migliorativa rispetto alla precedente. Così, dopo i colloqui andati a buon fine e prima della firma – per intraprendere la mia nuova avventura professionale – decido quindi di regalarmi una meritata vacanza dopo sette anni di stress psicofisico, dove ero arrivato al burnout. Mi sono reso conto che stavo esagerando dal punto di vista fisico, psichico e mentale. Arrivavo a lavorare 13 ore al giorno, senza contare la reperibilità quando ti chiamavano anche di notte”.

Marco si gode le meritate vacanze e poi, al rientro, la doccia fredda. “Arriva la prima ondata di COVID-19, c’era stato un calo del fatturato e l’azienda con cui pensavo di iniziare la collaborazione mi comunica che il management non se la sentiva di investire tutti quei soldi nell’inserimento della mia figura professionale, preferendo far crescere figure al proprio interno visti i tempi incerti che stavano per arrivare con la pandemia.”

Da lì, più nulla, per Marco solo muri di gomma e stress mentale per cercare in fretta una nuova occupazione.

“Ho cominciato a cercare annunci e a rispondere, per poi inviare la mia candidatura, per offerte di lavoro in linea con la mia esperienza professionale. Così quando mandi il cv provi in primis a scavalcare il muro dell’ATS (Applicant Tracking System: si tratta di un software per la selezione del personale. Per superare la fase di selezione automatica assegnata a questi software, è bene compilare un curriculum specifico e leggibile da parte di una macchina: esistono siti specializzati che spiegano come fare, N.d.R.), ma anche se riuscissi a passarlo sono sicuro che li guarderà un ‘ragazzo di bottega’ – non un senior – che quando noterà la mia data di nascita sul cv passerà oltre.”

Le illusioni dei recruiter e l’intossicazione da LinkedIn: “Così ora faccio il macellaio”

Eppure in tutto questo tempo qualche chiamata è arrivata.

“A volte mi chiedevano addirittura che lavoro facessi. E poi ho maturato la convinzione che i recruiter cerchino di illuderti, gente veramente franca ne ho trovata pochissima. A onor del vero, una sola volta un direttore del personale è stato davvero sincero sul perché fosse stato scelto un altro candidato al mio posto. Poi ho trovato campioni nell’arte del ghosting, sia agenzie del lavoro che aziende: ti lasciano in stand-by e non ti danno più risposta, sparendo letteralmente dalla circolazione senza contare le aziende che ti tengono in ballo a tempo indeterminato: da una di Bergamo aspetto una risposta da sei mesi”.

Dal burnout per eccesso di lavoro a un altro tipo di malessere: la sua salute mentale ne sta risentendo tuttora, anche se in maniera diversa. “Sto vivendo una sorta di tossicodipendenza da LinkedIn: controllo offerte di lavoro, rispondo e interagisco con aziende e recruiter. Non ti nascondo che ho pianto molte volte e non dormo una notte intera ormai da quasi quattro anni, senza contare gli amici ed ex colleghi che spariscono quando non fai più parte di un certo mondo, dove ostentavi un certo status economico e sociale. Rimani da solo.”

Nel frattempo è finita anche la NASpI, il sostegno economico di disoccupazione. “Per fortuna, quando ero giovane, per pagarmi gli studi avevo imparato il ruolo di macellaio, e mi sono ‘riciclato’ così nel mondo del lavoro, grazie ai maestri piemontesi da cui ho appreso l’arte di trattare la carne. È stato come tornare in bicicletta: sono cose che ti rimangono. La cosa buffa è che anche qui i contratti sono precari e sei costantemente sotto pressione. Ero security manager e adesso faccio il macellaio. Ma non mollo.”

L’head hunter Gabriele Ghini: “Un contratto a progetto a cinquant’anni non è lesa maestà”

Per provare a capire meglio le difficoltà oggettive che un over 50 può incontrare per trovare lavoro abbiamo dialogato con Gabriele Ghini, head hunter, presidente della ProperdelMare Consulting e professore a contratto di Personal branding e Digital identity presso l’Università Cattolica di Milano, oltre che autore del libro pubblicato da Este nel 2018: Diario di un cacciatore di teste. Oltre social, algoritmi e coronavirus. Dal 2013 è managing director di Transearch Italy.

Gabriele Ghini, e professore di Personal branding e Digital identity presso l’Università Cattolica di Milano

È così difficile ricollocarsi per chi è uscito dal mondo del lavoro con un ruolo manageriale e con un’età delicata?

Guardi, ho collocato proprio l’altro giorno una persona over 60 e ne avevo assunta personalmente una di 64 anni, ricercatrice, che poi dopo neppure un anno è andata in un’altra azienda, migliorando la sua posizione.

Mi sembra di capire che la risposta per lei sia no.

Il mercato del lavoro oggi è duro e chiuso per tutti: poi, nel caso specifico che mi ha raccontato, per i cinquantenni che escono dal mondo del lavoro con una posizione da dirigente è fondamentale per loro ricominciare a guadagnarsi la fiducia e a lavorare sulla propria brand reputation. Quando queste persone intendono ricollocarsi lo fanno con delle pretese molto alte da parte loro, al fine di mantenere il livello di retribuzione precedente, ma occorre dimenticare di mettere i “soldi sul tavolo” ai primi colloqui: è importante dimostrare anche flessibilità. Ripartire con un contratto a tempo determinato, magari anche a progetto, non è lesa maestà. Sinceramente non ho mai trovato aziende che mi facessero problemi sull’età, ma forse è perché mi occupo di profili alti.

Cosa risponde a chi parla di ghosting da parte di chi fa selezione per le aziende?

Quando lavoravo per un’agenzia di recruitment di middle management – dove trattavo una mole di curriculum infinitamente più alta di quelli che tratto oggi e dove ho rischiato anche io il burnout – rispondevo sempre comunque a tutti: è la mia cultura del lavoro. Quando insegno nelle università dico sempre ai giovani: se volete differenziarvi rispetto agli altri, la netiquette è importante. È fondamentale portare rispetto per chi cerca di entrare in contatto con te.

Ora Marco fa il macellaio, ma era facility e security manager in un’azienda internazionale.

Di recente ho concluso un corso dedicato proprio a questa figura professionale richiesto da un’associazione dei security manager e dei professional, perché hanno visto che c’è una fetta dei loro associati che è stata espulsa dalle aziende e fa fatica a ricollocarsi: un successo di partecipanti, con alcune persone che poi sono state assunte proprio con quel ruolo. Una di loro mi ha chiamato l’altro giorno per comunicarmelo. Nel corso ad hoc per questa figura professionale abbiamo tenuto fondamenti di personal branding e digital identity nella ricerca del lavoro, concetto di employability ed elementi che rendono employable, come elaborare un curriculum a prova di ATS, prova pratica del funzionamento dell’algoritmo di LinkedIn utilizzato dai cacciatori di teste, come ottimizzare in modo strategico il profilo LinkedIn, rispondere agli annunci su LinkedIn, tecniche di networking online.

Network?

Sì. È fondamentale per mettersi in rete con altre persone e creare connessioni nuove, cercando di trovare nuove opportunità professionali.

Ci auguriamo che queste indicazioni non rappresentino solo una sorta di placebo, per Marco e per chi come lui è alla ricerca di reinserimento nel mondo del lavoro, in una situazione di disagio per la salute mentale.

Leggi gli altri articoli a tema Over 50.

Leggi il mensile 115, “Infortuni mentali“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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In copertina foto di Zhugher da Pixabay