Se la scienza smentisce il brain rot e sappiamo alla perfezione cosa funziona nell’apprendimento, perché continuiamo a parlare di cervelli marciti?
Perché serve. È una diagnosi che assolve.
Dire che il cervello si è “rotto” sposta la responsabilità da chi progetta gli ambienti a chi li abita. Se il problema è la generazione TikTok, non è chi possiede TikTok. Se è l’attenzione breve dei giovani, non è il mercato pubblicitario che ha trasformato l’attenzione in valuta. Se è il lavoratore distratto, non è l’organizzazione del lavoro a bombardarlo di alert e notifiche.
Il brain rot è l’ultimo ritrovato neuroscientifico di un’antica operazione: colpevolizzare l’individuo per problemi strutturali.
Ha anche una dimensione di classe che il dibattito mainstream rimuove con cura. Resistere alla cattura algoritmica costa risorse: tempo, ambienti alternativi, capitale culturale e autorevolezza adulta nelle relazioni educative. Chi ha più di queste risorse marcisce meno; chi ne ha meno, marcisce di più. La diagnosi neuroindividualista cancella l’asimmetria. Trasforma una disuguaglianza in una colpa, e una colpa in un destino biologico ineludibile.
Earl Miller, neuroscienziato cognitivo del MIT, ha sostenuto più volte che il problema non è un cervello che marcisce, ma un ambiente che la nostra architettura cerebrale non è attrezzata a gestire. La sfumatura è tutto. Lungi da essere il malato, il cervello è il termometro che misura la temperatura ambientale che abbiamo scelto, o tollerato, di innalzare.
Nel 1854 Thoreau paragonava il marciume delle patate a quello delle teste. Era un naturalista. Sapeva che i tuberi non marciscono per colpa dei tuberi, ma per il terreno, l’umidità, la conservazione e le scelte sbagliate di chi li ha coltivati. Il pesce rosso che voleva ancora imparare avrebbe annuito. La sua memoria era intatta; solo che nuotare sempre nella stessa boccia (vetro curvo che distorce le distanze, acqua che gira nello stesso verso, luci posizionate per farlo girare in tondo) chiede di adattarsi: ricordare meno, in una boccia così, non è marciume. È un’economia razionale di un cervello che funziona troppo bene.
Cambiare il pesce è impossibile e, tutto sommato, sgradevole. La boccia o l’acquario, invece, li abbiamo costruiti noi. E quello che abbiamo costruito, possiamo riprogettarlo.
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