Il lavoro italiano, nel 2026, è un paziente che parla bene la lingua della sua malattia. Ne conosce il vocabolario, ne traduce i sintomi dall’inglese, ne descrive con una certa cura le sfumature. Non sempre, però, riconosce la differenza fra un termine clinico e una pubblicità.
Tra le parole che abbiamo passato in rassegna ce ne sono di ottime – South Working, trasparenza retributiva, Age-ile Leadership, ma solo se applicata sul serio – e altre che vanno trattate con la diffidenza dei lettori esperti: la leadership gentile a contratto pirata, il financial wellness su salari miseri, l’irreplaceable instinct come obbligo di redenzione personale.
Il lavoro, oggi, è un’attività che sta cambiando per davvero, e non basta dire “intelligenza artificiale” per spiegarne le mutazioni, così come quelle catalizzate dalla pandemia non stavano tutte sotto l’ombrello di un virus. Eppure una parte non secondaria della comunicazione aziendale, dei trend HR e dei post di LinkedIn finisce per somigliare a un dizionario d’uso scritto da chi vorrebbe convincerci che tutto va bene perché abbiamo i nomi giusti per ogni cosa. Non è così. Tra il nome e la cosa c’è una distanza che la lingua non colma da sola, e che spetta al giornalismo del lavoro tracciare e riempire.
Buon primo maggio. A tutti, anche a chi leggerà giorni dopo. Chissà se tra un anno racconteremo qualcosa di diverso, e non solo un nuovo campionario di parole.
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In copertina: il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, modificato tramite Nano Banana.