In Sicilia non basta riparare: la sfida della riviera jonica messinese

Tra ristori regionali, opere provvisorie e coprogettazione partecipata, i Comuni della costa messinese provano a guardare oltre l’emergenza. La testimonianza del sindaco di Santa Teresa di Riva Danilo Lo Giudice e del membro del Comitato per la coprogettazione della zona jonica Serena Bonura

14.03.2026
La riviera jonica di Santa Teresa di Riva distrutta dalle mareggiate

Quando succedono eventi catastrofici come quelli legati all’uragano Harry in Sicilia, dopo la conta dei danni si cercano risposte. Per questo, dopo aver raccontato la sofferenza delle attività commerciali, ci soffermiamo su ciò che stanno facendo le istituzioni e sulle iniziative degli stessi cittadini che, preoccupati per la fragilità del territorio, si sono riuniti nel Comitato per la coprogettazione della zona jonica.

Ne parliamo con Danilo Lo Giudice, sindaco di Santa Teresa di Riva, il Comune più colpito della riviera jonica messinese, e con Serena Bonura, membro del comitato. È l’occasione per analizzare anche le misure adottate dalla Regione siciliana per sostenere la ripresa.

Come sta avvenendo la ricostruzione a Santa Teresa di Riva

Il lungomare è la vita principale di una comunità costiera.”

Danilo Lo Giudice – che abbiamo incontrato in Comune alcune settimane fa a seguito di un incontro con il presidente della Regione Renato Schifani – parte da qui per spiegare cosa è successo: “Quando cede il lungomare non si interrompe soltanto una strada, ma si bloccano rifornimenti, trasporti, accessi al mare, commercio, turismo e una parte essenziale della vita quotidiana di Paesi che su di esso si reggono da decenni. Quando è stato realizzato, negli anni Settanta, c’erano circa 150-200 metri di spiaggia. Oggi in molti tratti sono rimaste poche decine di metri. Le case non sono state costruite sul mare, come ho sentito dire in questi mesi da chi non conosce il territorio, ma è il mare che si è mangiato la spiaggia e ha cambiato il rapporto tra costa, abitato e infrastrutture. È anche per questo che oggi non si può immaginare una ricostruzione semplicementeuguale a prima’. Prima bisogna proteggere il lungomare, allungare di nuovo la spiaggia dove possibile, intervenire con opere di difesa costiera, poi ridisegnare e ricostruire. Il punto, però, è che nel frattempo bisogna anche impedire che il mare continui a portarsi via ciò che resta”.

Lo Giudice prosegue ammettendo che “queste sono opere provvisionali, che servono a mitigare il rischio e a evitare ci siano ulteriori crolli o cedimenti di quello che è rimasto del vecchio muro d’argine. Non risolvono il problema: lo tamponano”.

Nel caso di Santa Teresa di Riva, che ha un lungomare di 3,5 chilometri di cui più di 2,5 colpiti dalla mareggiata, si è riusciti a intervenire in tempi brevi per ripristinare la parte più a nord, mentre una delle situazioni più critiche riguarda la zona sud, di cui abbiamo parlato nel pezzo dedicato alle attività economiche colpite dall’uragano Harry. Sebbene i lavori stiano procedendo ogni giorno, se arrivasse oggi una nuova mareggiata importante, la vulnerabilità del tratto costiero resterebbe altissima. Tra gli interventi previsti come somma urgenza autorizzati dalla Regione c’è anche la realizzazione di una barriera radente di massi ciclopici sotto il muro del lungomare, pensata per attenuare la potenza delle onde. A questo si aggiunge il riempimento con materiale stabilizzato dei tratti di lungomare “sifonati”, cioè svuotati sotto il piano stradale dall’azione del mare.

Nel discorso del sindaco pesa però anche un altro tema, più strutturale: quello della barriera soffolta, l’opera di difesa costiera che avrebbe dovuto rafforzare la protezione del litorale e che invece si è impantanata negli anni tra passaggi burocratici e modifiche progettuali.

I tempi, però, non sono brevi: “La vera tenuta del lungomare si avrà solo quando sarà completato l’intervento complessivo di ripascimento e difesa della costa, con il ripristino di una spiaggia più ampia e dei pennelli a mare. Ma non si tratta di un obiettivo a breve termine: il cronoprogramma è di circa tre anni, in linea di massima contiamo di poter completare l’intervento in 18-24 mesi, al netto delle condizioni meteo e dell’esito di un nuovo studio batimetrico. L’ultima mareggiata ha modificato in modo significativo la conformazione del fondale, e il progetto dovrà essere di nuovo verificato, ed eventualmente integrato”.

Sul piano economico, il sindaco parla di circa 60 milioni di euro per il rifacimento e di altri 20 milioni circa per integrare gli interventi di rifacimento e la salvaguardia della costa.

Quando gli facciamo notare la fragilità della situazione attuale, oltre al fatto che molti definiscono le opere attuali come non definitive, ammette: “Hanno ragione, ma la domanda è: che cosa fai nel frattempo? Lasci tutto com’è e aspetti che il mare si porti via altre case, la fognatura, il resto del lungomare? O fai opere provvisorie sapendo che non sono la soluzione finale, ma che servono a proteggere quello che c’è?”.

Raccolta fondi e voucher: le iniziative dei Comuni

La crisi, come abbiamo visto, non riguarda soltanto i tratti crollati o le attività allagate. Secondo Lo Giudice, esistono due forme di sofferenza.

“Ci sono attività che hanno subito un danno fisico strutturale, ma poi ci sono quelle che, pur non avendo avuto un danno fisico, non hanno parcheggi vicini, non hanno una viabilità ottimale, non hanno le condizioni che consentivano loro di lavorare come prima” spiega. “E a queste del lungomare si aggiungono anche circa 300 attività commerciali sulla Nazionale (è chiamata così l’unione delle due vie principali, via Regina Margherita e via Francesco Crispi, arterie parallele al lungomare, N.d.R.) che stanno pagando la stessa difficoltà di accesso e di circolazione”. Si parla di circa una ventina di attività con danni fisici diretti, di oltre un centinaio di attività sul solo lungomare. A queste si sommano, appunto, quelle della Nazionale e dell’indotto.

L’altro nodo è poi la Bandiera Blu, che il comune della riviera jonica può vantare da dieci anni: “Abbiamo avuto una proroga, tutti noi Comuni, per un mese; la richiederemo comunque, non per tutto il lungomare, ma per un tratto ridotto”. La domanda non può che andare all’estate che è alle porte: “Devo essere positivo, prevedo una stagione al 50%”.

Dal canto suo, Santa Teresa di Riva ha deciso di affiancare alle misure regionali alcuni strumenti propri, come una raccolta fondi: “Abbiamo raccolto circa 52.000 euro” dice Lo Giudice, “e a questi ne aggiungeremo altri 50.000 come Comune, per un totale di circa 100.000 euro da destinare come contributo una tantum alle attività del lungomare”. Mentre scriviamo la cifra è stata appena approvata in Consiglio Comunale come variazione di bilancio. L’idea è quella di assegnarli in modo semplice tramite un IBAN. Si parla di circa 2.000 euro per attività; una cifra che non risolve i problemi, ma che per il sindaco può aiutare a coprire, ad esempio, qualche mensilità di affitto.

Ci sono allo studio anche dei voucher comunali destinati ai nuclei famigliari residenti, da spendere nelle attività commerciali del paese. “Stiamo valutando di dare un importo base per famiglia, più una quota aggiuntiva per ogni figlio, da utilizzare nei negozi e nelle attività di Santa Teresa”, dice il sindaco, precisando però che si tratta ancora di una misura da verificare sul piano contabile.

I ristori regionali e il “limite” dei 20.000 euro

Sul fronte delle misure economiche, il primo strumento attivato è quello dei ristori: la Regione siciliana, tramite IRFIS, ha previsto contributi fino a 20.000 euro a fondo perduto per le attività economiche e produttive colpite dagli eventi tra il 19 e il 21 gennaio 2026.

Le domande, all’inizio, richiedevano una perizia giurata; in un secondo momento la procedura è stata semplificata ed è stato sufficiente un modello di certificazione del danno, cosa che ha facilitato la presentazione delle richieste e reso più accessibile la misura. Si è anche allargata la platea dei richiedenti: a partire dal 18 febbraio, la Regione ha esteso i contributi straordinari anche alle imprese che non ricadono sui litorali e che hanno subito danni diversi da quelli causati dalle mareggiate.

Nel momento in cui scriviamo, come si legge sul sito della Regione con un comunicato del 3 marzo, le aziende ammesse ai ristori per i danni subiti dalle mareggiate sui litorali sono 537, per un importo complessivo di 10.243.065 euro. Stando a quanto afferma Schifani, “la Protezione Civile regionale ha già disposto il trasferimento delle risorse all’IRFIS, che provvederà già la prossima settimana al pagamento delle somme alle imprese interessate”.

La cassa integrazione per le attività colpite

Un discorso a parte merita la cassa integrazione. A differenza di quanto avvenne durante il COVID-19, per le attività colpite dall’uragano Harry non esiste una procedura speciale e straordinaria: il decreto-legge 25/2026 prevede un’integrazione salariale fino al 30 aprile 2026, con un limite massimo di 90 giornate di sospensione dell’attività lavorativa e fino a 15 giornate nei casi in cui il lavoratore non possa recarsi al lavoro a causa delle condizioni create dall’emergenza.

L’accesso va comunque gestito attraverso i canali ordinari e con modalità diverse a seconda della tipologia di impresa. Sul territorio questo significa che ristoranti, bar e piccole attività devono orientarsi tra causali diverse, domande da presentare tramite piattaforma Omnia e tempi non sempre lineari. In molti casi la copertura arriva fino all’80% dello stipendio, ma resta il problema dell’anticipo da parte del datore di lavoro. Per imprese che in bassa stagione hanno pochi dipendenti e margini ridotti, questo potrebbe essere un passaggio tutt’altro che semplice.

Accanto a questo, il decreto prevede anche un’indennità una tantum per collaboratori, agenti, autonomi, professionisti e titolari d’impresa iscritti alla previdenza obbligatoria che, nei territori colpiti, abbiano dovuto sospendere l’attività: 500 euro per ciascun periodo di stop non superiore a 15 giorni, fino a un massimo complessivo di 3.000 euro. Anche in questo caso, però, serviranno domanda all’INPS e documentazione adeguata.

Quello che emerge è che molte attività stanno stringendo i denti, cercando di non licenziare, pur sapendo che la riapertura piena non dipenderà solo dalla buona volontà dei singoli, ma dal ripristino di condizioni sostenibili di viabilità e accessibilità.

L’assicurazione paga o non paga? L'obbligo della polizza catastrofale

In molti se lo chiedono, ancor di più adesso che sono passati diversi giorni da quando l’uragano Harry ha lasciato il suo segno: ma le assicurazioni cosa coprono? Nella maggior parte dei casi le polizze standard non coprono la mareggiata, ma altri eventi naturali come alluvione, esondazione, frana o terremoto.

A complicare il quadro c’è il tema della polizza catastrofale, di cui in Italia si parla da tempo come “obbligo assicurativo per eventi calamitosi”. Stando alle ultime notizie, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto-Legge 31 dicembre 2025, n. 200 è stata ufficializzata la proroga delle scadenze per specifiche categorie di imprese: fino al 31 marzo 2026 per le imprese della pesca e dell’acquacoltura e per esercizi di somministrazione di alimenti e bevande nonché per le imprese turistico ricettive (solo micro e piccole imprese).

Vale a dire: ristoranti, trattorie, pizzerie, birrerie, bar, gelaterie, pasticcerie, sale da ballo, sale da gioco, locali notturni, stabilimenti balneari ed esercizi similari, se contemporaneamente vi avviene la somministrazione di alimenti e bevande. Per quanto riguarda le imprese turistico-ricettive, invece, rientrano alberghi, bed & breakfast, ostelli, affittacamere, case vacanza.

Per le altre, con le dovute distinzioni, il termine massimo era il 31 dicembre 2025.

I cittadini: coprogettazione per evitare la delocalizzazione forzata

Dal territorio arriva intanto anche un’altra richiesta: quella di non fermarsi alla gestione dell’urgenza, ma di ragionare a medio e lungo termine, come sta facendo il neonato Comitato per la coprogettazione della riviera jonica, che insiste sulla necessità di un processo serio di progettazione partecipata, che tenga insieme saperi tecnici, comunità locali, amministrazioni e visione di lungo periodo.

“Si tratta di un comitato che può contare sul supporto dell’Università di Catania, con cui stiamo lavorando in modo informale insieme a docenti che si occupano di urbanistica e partecipazione” spiega Serena Bonura, una dei componenti. “Per noi è importante sottolineare questo aspetto, perché si parla di un’azione guidata e consapevole, parte di un processo che è molto articolato e in cui non si vogliono improvvisare tavoli o assemblee una tantum”.

Insieme a Serena, dopo che si sono raccolti i primi cocci lasciati dall’uragano Harry, proviamo a ricostruire i prossimi passi del Comitato. “Siamo partiti con un nucleo di 5 persone, ora passeremo a 20: abbiamo individuato dei community leader, due-tre per Comune, persone che possono avere un ruolo per coinvolgere la comunità. I Comuni interessati, in questa prima fase, sono quelli più direttamente coinvolti dalla fascia costiera colpita: Furci Siculo, Santa Teresa di Riva, Roccalumera, Nizza di Sicilia, Sant’Alessio Siculo, Alì Terme, a cui si aggiungono Letojanni, Giardini Naxos e Scaletta, oltre a un ponte di interlocuzione con l’area di Messina Sud.

“Se i community leader accetteranno il ruolo, programmeremo incontri Comune per Comune. Serviranno a fare una ricognizione di bisogni e intenti attraverso una mappatura delle comunità. Vogliamo costruire una base che sia davvero comunitaria, ma in dialogo con le amministrazioni, che infatti stanno già partecipando con diversi rappresentanti”.

Un percorso comprensoriale con i fondi della democrazia partecipata

Il comitato punta anche ai fondi per la democrazia partecipata previsti da una legge siciliana, la 5/2014, art. 6 comma 1, che obbliga tutti i Comuni dell’isola a spendere almeno il 2% dei fondi che ricevono ogni anno dalla Regione con forme di democrazia partecipata, quindi chiedendo a persone e associazioni di proporre progetti e poi scegliere quali finanziare. Se i Comuni non lo fanno, devono restituire i fondi che hanno a disposizione. Spesso si tratta di somme che restano poco o per nulla utilizzate per processi partecipativi.

“Vogliamo chiedere accesso a questi fondi” dice Bonura, “e capire se possono sostenere un percorso serio di coprogettazione comprensoriale”. In questo lavoro il comitato si sta confrontando anche con Parliament Watch, che considera un alleato utile sul piano amministrativo e normativo. C’è un rischio, dice, che riguarda in particolare i prossimi anni a venire, e che si può racchiudere in due pesanti parole: delocalizzazione forzata.

“Se l’innalzamento del livello del mare e l’arretramento della costa continueranno e non si avvierà una progettazione sistemica che tenga davvero conto della natura e dei cambiamenti in atto, alcune attività strategiche e alcune funzioni urbane dovranno essere spostate. Oggi questo spostamento potrebbe essere strategico e pianificato, domani potrebbe diventare l’unica possibilità” osserva Bonura. “Non sappiamo quando, ma è uno scenario che vari studiosi ci dicono di non sottovalutare”.

Anche perché, mi dice prima di concludere la telefonata, la scelta più radicale potrebbe essere quella di togliere i lungomari. Soluzione oggi impraticabile, ma che serve a far capire la profondità del conflitto tra infrastruttura urbana e dinamica naturale del mare.

 

 

 

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Photo credits: localteam.it

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