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1522, la mascherina antiviolenza ignorata dalle farmacie

1522, la mascherina antiviolenza ignorata dalle farmacie

Un'iniziativa nata durante il lockdown sconosciuta a chi dovrebbe metterla in atto: i farmacisti. Nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne parliamo del caso mascherina 1522.

Lara Mariani

25 Novembre 2020

24 novembre, ore 17.30. Entro in farmacia chiedendo una mascherina 1522.

La farmacista risponde: “1522 in che senso?”

Io insisto: “Necessito di una mascherina chirurgica 1522”.

La farmacista: “Mi dispiace, ma questo codice non lo conosco”.

Io: “Può sentire se qualcuna delle sue colleghe lo conosce?”

Vedo negli occhi delle altre tre colleghe un’espressione negativa. La persona che mi sta seguendo continua: “In azienda ce le mandano di default, non possiamo scegliere noi”. E mi mostra alcune scatole di mascherine e i loro codici, che non hanno nulla a che vedere con il 1522.

Che cos’è “mascherina 1522”, l’iniziativa antiviolenza nata durante il lockdown

Mi aspettavo queste risposte. La professoressa Rosa Manco, membro del Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina Diritti Umani, mi aveva spiegato poco prima che, anche se siamo alla vigilia della giornata contro la violenza sulle donne, il codice 1522 non era stato ancora “assimilato” nelle farmacie, nonostante le campagne fatte nella primavera del lockdown.

In realtà in quel periodo c’è stata molta confusione riguardo alle informazioni lanciate dai media. Se oggi digitate su Google “mascherina 1522”, la quinta voce che compare è ancora un articolo de Il Messaggero del 23 marzo che spiega che l’Italia segue l’esempio della Spagna, e che alle donne vittime di violenza basterà entrare in farmacia chiedendo una mascherina 1522 per lanciare un grido d’aiuto che sarà raccolto da qualsiasi presidio sanitario, facendo scattare l’intervento delle forze dell’ordine.

Poi a maggio sono arrivate le smentite: non è stato firmato alcun protocollo tra D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) e l’Ordine dei Farmacisti per la “mascherina 1522” contro la violenza domestica. Un membro dell’associazione D.i.Re che preferisce rimanere anonimo mi spiega che la questione è stata travisata dai media, ma non soltanto da loro: anche da alcuni movimenti di donne.

Questa idea era nata in Spagna – mi spiega – alle Isole Canarie, dove avevano creato davvero la parola in codice che rappresentava un grido di aiuto. Però si trattava di una realtà con popolazione limitata, e dove anche il numero delle farmacie era molto più gestibile. Farlo sul territorio nazionale, dove esistono circuiti di farmacie private e circuiti di farmacie pubbliche, è davvero più complicato.”

“Di conseguenza un accordo è stato fatto, coinvolgendo il dipartimento delle Pari Opportunità, ma si tratta di un accordo informativo e non operativo. Sul loro sito c’è un comunicato Chiarimento, che risale al 6 maggio e spiega che i farmacisti non sono tenuti a chiamare per conto della donna il centro antiviolenza più vicino. Le farmacie semplicemente si impegnavano in una campagna informativa e a distribuire un volantino con tutte le informazioni utili, ma è comunque la donna a doversi attivare di persona una volta ricevute le informazioni.”

Violenza sulle donne, l’Europa come l’America Latina. E le farmacie ignorano la mascherina 1522

Riassumendo, io mi sono recata in farmacia chiedendo la mascherina 1522, e la faccia della farmacista, con un grande punto interrogativo stampato in fronte, era in qualche modo giustificata. Però avrebbe dovuto essere informata sulla campagna promossa in primavera. Non si tratta di trasgredire un protocollo, che non c’è e che è stato anche comunicato male, ma ignorare completamente un’iniziativa che riguarda il proprio ambito professionale non è di certo un bel segnale.

Dopo essere rientrata a casa richiamo la professoressa Rosa Manco per confermarle che la mia gita in farmacia era stata un buco nell’acqua. Lei, per nulla sorpresa, si lascia andare a uno sfogo comprensibile: “Succede anche a noi, a scuola. Non possiamo somministrare farmaci perché non siamo medici, ma anche se non sono un medico, se non so distinguere un’ipoglicemia da un inizio di crisi epilettica sono io che ci perdo – e ci perde la scuola. Le notizie che sono legate al mio ambito lavorativo le devo conoscere, al di là di cosa posso e non posso fare”.

Per fortuna nelle scuole, a quanto mi racconta, l’esito degli incontri informativi sulla violenza contro le donne suscita reazioni molto diverse. Per esempio, è di ieri questo flash mob fatto con i ragazzi del liceo Machiavelli di Lucca.

I ragazzi del Liceo Machiavelli di Lucca partecipano al flash mob organizzato online per sensibilizzare sul tema della violenza contro le donne

La mascherina in questo caso protegge non solo dal virus, ma anche dalla violenza. L’emergenza sanitaria, del resto, ha accelerato il problema e ha portato l’Europa a raggiungere quasi i numeri dell’America Latina.

La violenza si combatte con la comunicazione: politica, scolastica e artistica

Secondo un’indagine Istat del 12 giugno 2020 il numero di telefonate fatte al 1522 è salito del 73% durante il lockdown. Le donne vittime che hanno chiesto aiuto, inoltre, sono state il 59% in più.

Secondo l’Istat però “l’incremento delle richieste di aiuto non è necessariamente da attribuire a un aumento della violenza subita dalle donne, ma potrebbe essere l’effetto degli sforzi compiuti, attraverso le campagne di comunicazione, per incoraggiare le donne a uscire dalla violenza contattando il 1522. Ciò che è certo è che il 1522 ha rappresentato uno strumento di grande sostegno alle vittime di violenza nel periodo di lockdown”. Per questo, aggiungo io, tutti i soggetti coinvolti nelle campagne dovrebbero tenere il passo dell’informazione.

Mentre continuo a discutere con la professoressa Manco su come si possano colmare i danni della disinformazione o dell’informazione mal distribuita, lei ci tiene a precisare che, per far presa sul pubblico e dare una comunicazione efficace, c’è bisogno delle istituzioni politiche. Ma non solo.

“La politica è spesso distante dalla vita vera. Le istituzioni servono, il loro appoggio è fondamentale, ma abbiamo anche bisogno di chi incarna la quotidianità: la scuola, l’arte, il teatro. Abbiamo bisogno di artisti che in maniera sfrontata affrontino il problema, che inscenino il dramma familiare che molte donne sono costrette a vivere quotidianamente. Così si entra nel cuore dei ragazzi e delle famiglie. Nessuna donna in pericolo va a bussare al sindaco o alla porta dell’assessore, ma una ragazza può rivolgersi all’insegnante che vede in classe tutti i giorni. I centri antiviolenza sono più anonimi e più piccoli, ed è più facile bussare alla loro porta invece che toccare i gradini alti della politica.”

Stavolta non sono d’accordo con lei, perché credo che anche in politica si possa fare qualche eccezione. Chiudo questo articolo oggi, mercoledì 25 novembre, con ancora in testa il post di Marco Lombardo (assessore al lavoro del comune di Bologna, la mia città) di ieri mattina:

“Secondo i dati Istat, durante il #lockdown della scorsa primavera, sono state più di 15.000 le telefonate in Italia al numero verde 1522, attivo 24 ore su 24, per le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking: più del doppio sullo stesso periodo del 2019. Anche in Emilia-Romagna, tra marzo e giugno 2020, sono state 804 le chiamate al numero 1522, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2019. Pensiamoci ed agiamo. Scegliamo di combattere insieme, soprattutto noi uomini, contro tutte le violenze sulle donne.”

L’hashtag di oggi, per me, rimane #mascherina1522.