C’è di buono che la presidente del Consiglio Meloni ha finalmente avuto l’opportunità di dare seguito al suo video ormai arcinoto risalente al 2019, nel quale lamentava il peso eccessivo delle accise statali sul costo dei carburanti, promettendo di tagliarle in caso di elezione. Una promessa mantenuta in ritardo, e a tempo, visto che durerà meno di tre settimane. E dopo? Con ogni probabilità, il diluvio.
La situazione, qualche giorno fa, era la seguente. Riconsiderarla significa anche guardare nel futuro prossimo.
Al 18 marzo 2026, l’Osservatorio prezzi del Mimit ha certificato il superamento di ogni soglia psicologica: la benzina in modalità self-service ha toccato una media di 1,867 euro al litro, mentre il diesel – il vero sangue del trasporto merci – è volato a 2,103 euro. Ma è sulla rete autostradale che la speculazione si è mostrata nella sua forma definitiva: qui si pagavano (pagheranno?) 1,950 euro per la verde e un brutale 2,169 euro per il gasolio.
La geografia della crisi disegna un’Italia a macchia di leopardo, in cui la disparità territoriale diventa una condanna sociale. Regioni come la Basilicata, la Calabria e la Sicilia erano trincerate sopra i 2,1 euro al litro, con gli spostamenti che cominciano a somigliare a un lusso nella mente di più di un cittadino. In Liguria, il record dell’incremento giornaliero: 2 centesimi in sole ventiquattro ore, un euro in più per un pieno da 50 litri scaricato sulle spalle di chi magari deve fare il pendolare tra le riviere e i porti.
Questi numeri non sono venuti dal nulla. Erano, e saranno, figli di un barile di Brent che ha sfondato quota 105 dollari, dopo l’annuncio dell’invasione di terra del Libano da parte di Israele e la minaccia di un blocco totale nello Stretto di Hormuz. Mentre le borse europee bruciano anche 420 miliardi in una sola seduta, l’operaio che deve raggiungere la fabbrica o l’infermiere che copre turni in ospedale guardano il display della pompa con la stessa angoscia con cui si guarda un conto alla rovescia, però al rialzo.
Le opposizioni non hanno usato mezzi termini definendo la manovra un “decretino” e una “colossale presa in giro” del tutto a carico dei contribuenti, poiché i petrolieri continuano a incassare margini record senza essere toccati da una tassazione seria sugli extraprofitti. Anche la CGIL ha puntato il dito sulla natura temporanea del provvedimento, denunciando l’assenza di una visione che tuteli davvero il potere d’acquisto dei salari. Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha difeso l’intervento parlando di emergenza, ma ha anche aperto uno spiraglio inquietante sul futuro geopolitico: “Se questa guerra andasse avanti per mesi, il problema non sarà quanto pago, ma se lo trovo, il carburante”. Una dichiarazione che sposta il piano del discorso dal costo alla scarsità, preparando il terreno a sacrifici ancora più pesanti e riaprendo il dibattito sull’energia dalla Russia, in una sorta di realpolitik energetica che sfida i vincoli internazionali.
È abbastanza chiaro, a questo punto, che il decreto carburanti varato il 18 marzo sia un esercizio di pragmatismo elettorale. Tagliare le accise di 20-25 centesimi per soli venti giorni significa, nei fatti, sterilizzare il malcontento per il tempo necessario a superare il weekend referendario. I prezzi sono destinati a rimbalzare verso l’alto con la forza di una molla compressa, tornando alle cifre elencate qui sopra e superandole: lo sconto sulla benzina è servito a malapena a raffreddare la temperatura sociale prima che gli italiani ricevessero la scheda verde nelle mani.