
Difficoltà a garantire la continuità aziendale, manager che temono di perdere il lavoro, paralisi degli eventi che hanno da sempre caratterizzato Milano: qual è la ricetta per ripartire?
Il magnate cinese del videogioco, dal patrimonio superiore a un miliardo di dollari, inaugura il capitalismo genetico: secondo le stime, avrebbe almeno 100 figli da madri surrogate, tutti maschi e nati in California, cresciuti per combattersi la sua eredità. Il ricambio generazionale secondo gli ultraricchi

Nel video decine di bambini dagli occhi a mandorla sono disposti in fila in una stanza. Sono tutti maschi, e hanno tutti la stessa età. Quando chi riprende entra nell’ambiente, molti di loro trotterellano verso la telecamera dicendo la stessa parola: baba, “papà” in cinese. Perché hanno tutti lo stesso padre, madri diverse, e vengono cresciuti nello stesso luogo. Il dettaglio è che quel luogo è la California, quel padre vive in Cina, e né i figli né le madri l’hanno mai incontrato.
Lui è Xu Bo, fondatore della Duoyi Network e magnate del gaming cinese, con un patrimonio stimato da Forbes in 1,1 miliardi di dollari nel 2019; un ultraricco convinto che il problema della successione non si risolva con la delega, la meritocrazia o i protocolli, ma con una produzione industriale di materiale genetico. Il risultato, visto dall’esterno e con gli occhi dei comuni mortali, è un manuale d’istruzioni per il capitalismo distopico.
La questione del ricambio generazionale nell’imprenditoria, in effetti, non è lana caprina. In Italia è da decenni il convitato di pietra delle assemblee di Confindustria, un dramma consumato tra uffici vista Duomo e capannoni della Brianza, dove patriarchi ottuagenari si avvinghiano al timone mentre i figli, quando va bene, sognano di fare i designer a Berlino. Così, mentre i nostri self-made man amarcord cercano di convincere i rampolli a frequentare un master in gestione d’impresa anziché un corso di yoga acrobatico, Xu Bo ha aggirato l’incertezza del destino investendo in un esercito di eredi.
La sua strategia, emersa da un’inchiesta del Wall Street Journal, prevede la creazione di una stirpe di figli maschi, nati sul suolo americano tramite maternità surrogata, con l’obiettivo dichiarato di formare una classe dirigente fatta in casa, biologicamente programmata per non tradire il fondatore. Se in Italia la successione diventa spesso un trauma intergenerazionale, per Xu Bo è un algoritmo di ottimizzazione del DNA.
Per comprendere la genesi di questo progetto dinastico è necessario analizzare il terreno culturale e aziendale in cui Xu Bo ha costruito il suo impero.
La sua Duoyi Network è una casa di programmazione di successo, nota per franchise come Shenwu e Dream World (giochi MMORPG di grande richiamo nello sterminato mercato cinese), che negli anni è stata anche un laboratorio di controllo sociale estremo. Il magnate, oggi quarantottenne, si è distinto nel panorama tech cinese per una visione del mondo reazionaria, antifemminista e ossessionata dalla lealtà assoluta.
Un’analisi anche superficiale della cultura del lavoro nella sua azienda mostra un preludio allarmante al suo approccio alla paternità. Nel 2020 Xu Bo ha imposto ai suoi dipendenti dei “tagli salariali volontari” come test di fedeltà – nonostante l’azienda fosse ampiamente in profitto – con un assunto brutale: chi accetta di guadagnare meno per il bene della famiglia aziendale è un vero alleato; chi rifiuta è un elemento estraneo da epurare. Oltre il 90% del personale ha aderito alla richiesta, una statistica che descrive un ambiente di coercizione collettiva, più che di reale appartenenza.
E non finisce qui. Le cronache riportano accesi scontri tra Xu Bo e i suoi vertici aziendali, inclusa una denuncia pubblica contro l’ex CEO Tang Yilu, accusata di corruzione e di aver creato “piccoli gruppi” interni all’azienda per minare il potere del fondatore. Insomma, l’uomo sembra vivere di pane e paranoia. L’idea di Xu Bo, autodefinitosi sui social cinesi “il primo padre della Cina”, è di bypassare la necessità di manager esterni – potenziali traditori o parassiti – per affidare il controllo di un impero da un miliardo di dollari a una coorte di figli maschi “di alta qualità” (sic!).
In questo contesto, il passaggio dalla gestione di dipendenti-sudditi alla creazione in serie di figli-eredi è un’evoluzione logica: se non ci si può fidare della lealtà di chi è pagato, occorre affidarsi a chi condivide lo stesso codice genetico ed è condizionato fin dalla culla: una successione autarchica, pianificata fin nel DNA. Vediamo in che modo.
Il fulcro operativo di questa operazione non si trova tra i grattacieli di Guangzhou, ma nella tranquilla e lussuosa Irvine, in California, dove l’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato l’esistenza di diverse proprietà in cui gruppi di bambini, nati da madri surrogate diverse ma con lo stesso corredo genetico paterno, vengono cresciuti da squadre di babysitter e tate.
Xu Bo gestisce questa succursale biologica con distaccata efficienza. Molti dei bambini non hanno mai incontrato il padre biologico se non attraverso schermi digitali, visto che l’autore dei loro giorni rimane in Cina per gestire i suoi affari; inoltre, la scelta della sede americana risponde a una duplice esigenza, legale e strategica.
In Cina la maternità surrogata è illegale e le politiche demografiche, sebbene allentate rispetto al passato, non permettono la creazione di progenie di massa sotto il controllo privato. La California, invece, è l’epicentro mondiale della maternità surrogata commerciale, grazie a una legislazione (California Family Code 7960-7962) che rende i contratti esecutivi e difficilmente impugnabili dalle gestatrici, là dove volessero tenere il bambino.
La procedura legale è serrata, con gli avvocati che presentano una petizione al tribunale durante il secondo trimestre di gravidanza (un procedimento chiamato pre-birth order, che echeggia una consumazione al ristorante o un acquisto su e-commerce). Il giudice emette un ordine che dichiara Xu Bo come unico genitore legale prima ancora che il bambino nasca. Poi, al momento della nascita, l’ospedale inserisce il nome del genitore intenzionale sul certificato originale, mentre la madre surrogata non compare mai come madre legale. Poiché il bambino nasce su suolo americano, riceve in automatico la cittadinanza per ius soli: un asset fondamentale per Xu Bo, che vede nei suoi figli degli scudi politici e legali contro eventuali pressioni del governo cinese. Il bambino, i figli: il maschile qui non è casuale né sovraesteso, visto che la maternità surrogata permette di scegliere il sesso del nascituro programmandolo fin dal “concepimento”. E Xu Bo vuole solo figli maschi.
Le agenzie specializzate gestiscono l’intero processo, chiavi in mano. Si occupano di trovare la gestatrice (spesso donne americane in condizioni economiche medie, che utilizzano il compenso per pagare il mutuo o l’istruzione dei propri figli “personali”), gestire i trasferimenti embrionali e coordinare l’assistenza post “vendita”. Nel caso di Xu Bo, l’operazione ha richiesto una logistica aggiuntiva: la gestione di case-famiglia a Irvine dove i bambini vengono “stoccati” in attesa di istruzioni dal quartier generale di Guangzhou. Tutte cose che richiedono dei costi non indifferenti.
Per un miliardario come Xu Bo, il processo di creazione di un erede negli Stati Uniti è una transazione finanziaria complessa, ma standardizzata.
Commissionare e allevare un erede maschio in California, dall’estero (occorrenza più che quadruplicata, nel lustro appena trascorso), è a tutti gli effetti un’operazione premium, che comporta spese elevate per ogni singolo successore. Una stima dei costi medi evidenzia l’entità dell’investimento di Xu Bo, come riportato nell’infografica.

Considerando che le stime sul numero totale di figli di Xu Bo variano dai 100 ai 300, l’investimento complessivo nella sua armata biologica potrebbe oscillare tra i 15 e i 60 milioni di dollari. Si tratta di una capitalizzazione della discendenza che non ha precedenti nella storia industriale moderna, che supera le ambizioni di altri tecnocrati come Elon Musk o Pavel Durov, che pure hanno espresso visioni pro-nataliste estreme.
Che miliardari così distanti dal punto di vista geografico, culturale e settoriale condividano una simile idea, del resto, non è per nulla inquietante.
Il progetto di Xu Bo, con i suoi echi muskiano-duroviani, segna l’inizio di una nuova forma di dinastia tecnobiologica che solleva interrogativi etici, sociali ed economici di portata globale – non foss’altro che sta ridefinendo il concetto di “capitale umano” per trasformarlo in una sorta di “capitale bio-proprietario”.
Partiamo dalle parole: l’uso costante dell’espressione “figli di alta qualità” da parte di Xu Bo ha precise allusioni eugenetiche. La scelta del sesso maschile, basata sulla convinzione espressa dal magnate che i maschi siano superiori per la gestione aziendale, è un’affermazione oggettiva di formule patriarcali pre-moderne, supportate però dalle tecnologie più avanzate di selezione embrionale. I soldi non avranno odore, ma un genere possono avercelo eccome.
Da un punto di vista sociale, questo approccio trasforma il bambino in una merce di lusso, un investimento a lungo termine che deve garantire un rendimento. Se la pratica di Xu Bo dovesse diventare un trend tra l’élite globale (come suggerito dai suoi appelli a Elon Musk per unire le rispettive stirpi) si potrebbe assistere alla nascita di una nuova aristocrazia transnazionale, definita non solo dalla ricchezza, ma da una divergenza genetica – e legale – rispetto al resto della popolazione.
Ma la distopia è distopica per tutti, anche per chi la crea. Basta porsi una domanda: che cosa succede a un patrimonio di un miliardo di dollari quando deve essere diviso, o gestito, da 50, o 100, o 300 figli maschi cresciuti con l’idea di essere i legittimi eredi al comando? La storia delle dinastie regnanti mostra che la sovrapproduzione di eredi porta in modo quasi inevitabile a guerre civili o alla polverizzazione del potere. Xu Bo sembra credere che il condizionamento educativo possa prevenire questi conflitti, ma la realtà economica suggerisce che la gestione di una proprietà così frammentata diventerà un incubo legale.
Inoltre, ogni erede di Xu Bo rappresenta un consumo di risorse (educazione d’élite, protezione, tate, viaggi internazionali) migliaia di volte superiore a quello di un bambino medio. Moltiplicare questo impatto per centinaia di unità pone problemi di sostenibilità sistemica, a maggior ragione se la pratica dovesse attecchire presso altri miliardari. È un capitalismo che, in un mondo già sovrappopolato, consuma spazio di vita al fine di perpetuare l’ego di un singolo individuo.
Il metodo Xu Bo è l’antipodo della crisi che affligge il sistema produttivo italiano.
In Italia la successione aziendale è spesso un atto di resistenza passiva: il capitalismo famigliare nostrano, che costituisce l’ossatura delle PMI con l’85% delle imprese, sta morendo di troppo amore o di troppa sfiducia. Mentre Xu Bo produce eredi in serie per garantire la continuità, l’imprenditore italiano medio fatica a gestire il passaggio anche verso un singolo discendente.
I dati sono impietosi: circa il 30% delle imprese italiane dichiara di essere in grave difficoltà a causa del mancato ricambio generazionale, e il 18% delle imprese famigliari afferma di doverlo affrontare nei prossimi cinque anni (dati Ceraico & Partners), ma solo una su cinque ha un piano di successione formalizzato. E la popolazione imprenditoriale sta invecchiando a passo sostenuto, se oltre il 52% dei titolari d’azienda ha un’età compresa tra i 50 e i 69 anni, e la quota di under 30 tra i soci d’impresa è in costante diminuzione. Se in Cina (o quantomeno da Xu Bo) si osserva una sovrapproduzione di eredi, in Italia assistiamo a una desertificazione del management giovanile.
Il metodo Xu Bo prevede la sottomissione totale dei figli agli obiettivi del fondatore. In Italia il conflitto è spesso valoriale, tra una vecchia guardia legata a un’idea di sacrificio fisico e una nuova generazione che guarda alla qualità della vita e alla digitalizzazione. E mentre il magnate dei videogame affida i figli a tate a 10.000 chilometri di distanza per farli crescere come macchine da profitto, ci sono imprenditori italiani che faticano a delegare anche la minima responsabilità, trasformando la successione in uno sbolognamento tardivo di problemi anziché in un passaggio di competenze. Il risultato è che soltanto un’impresa su tre sopravvive alla seconda generazione, e solo quattro su cento arrivano alla quarta.
Dei due approcci, uno è del tutto aberrante. Entrambi, però, sono sbagliati. E forse storie come questa sono un’occasione per interrogarci, tutti quanti, su che tipo di successore stiamo cercando di creare. Come imprenditori, sì; ma anche come esseri umani.
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Photo credits: fortune.com

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