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Allevamenti e benessere animale: non dev’essere per forza un macello

Allevamenti e benessere animale: non dev’essere per forza un macello

Consumare carne in modo sostenibile si può, ma è una richiesta che deve partire dai consumatori: qualità al posto della quantità. L'opinione di Pietro Sardo di Slow Food, Elisa Bianco di CIWF e Arnaldo Santi di Fumagalli Salumi.

Marco Brando

18 Giugno 2021

Qualcuno pensa che il benessere degli animali negli allevamenti sia una preoccupazione solo per vegetariani, vegani e animalisti. Non è così. Ciascuno di noi dovrebbe pretendere che vivano serenamente. Per lo meno, dovrebbe farlo chiunque punti su un cibo buono, pulito e giusto (per citare lo slogan caro a Slow Food). Perché, come vedremo, la via maestra per affrontare la questione su larga scala è riassunta da questo principio: occorre convincere produttori e consumatori a “sacrificare” la quantità di carne a favore della qualità, che è garantita anche dal trattamento riservato agli animali.

C’è invece chi acquista e chi produce alimenti a basso costo, derivati da animali allevati in modo brutale; stressati e quindi colpiti facilmente da malattie (con un conseguente uso abnorme di antibiotici); privati di pascoli, fieno e foraggi freschi; nutriti con mangimi scadenti e pieni di additivi nocivi. Ciò che questi animali mangiano entra nella nostra dieta a base di carne, pesce, uova, latte e i loro derivati.

Non è il solo problema, dato che l’emergenza sanitaria ha evidenziato un fenomeno già noto agli addetti ai lavori: gli allevamenti intensivi possono diventare incubatori di microrganismi patogeni, vecchi e nuovi. Purtroppo c’è chi punta solo sul profitto – con pochissima attenzione per il resto, inclusa la nostra salute – e ha un obiettivo: far comprare più cibo (scadente) possibile ai prezzi più bassi.

Eppure scrive l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare, istituita dall’UE nel 2002) sul suo sito: “La sicurezza della filiera è direttamente connessa al benessere degli animali… dati gli stretti legami (tra)… salute degli animali e malattie di origine alimentare”. Certo, a livello internazionale, comunitario e italiano le direttive ci sono. La direttiva 98/58/CE del Consiglio europeo definisce norme minime per la protezione degli ospiti degli allevamenti, altre norme UE prevedono standard generali nelle varie fasi (trasporto, macellazione, eccetera) e standard specifici per categorie (per esempio, vitelli, suini, galline ovaiole e polli da carne). Vari enti internazionali hanno emanato linee guida, dall’Organizzazione mondiale per la salute animale (OIE) al Consiglio d’Europa. In Italia, il Piano nazionale per il benessere animale 2020 (PNBA) applica disposizioni previste dall’UE.

Per capire meglio, SenzaFiltro ne ha parlato con tre esperti: Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità, tra i fondatori dell’associazione; la biologa Elisa Bianco, dal 2013 responsabile europea e per l’Italia del Settore alimentare di Compassion in World Farming (CIWF), la maggiore organizzazione internazionale per il benessere degli animali da allevamento (collabora, tra gli altri, con Aldi, Lidl, Ferrero, Barilla, Fumagalli Salumi, Eurovo, Chef Express); Arnaldo Santi, responsabile marketing di Fumagalli Salumi.

Piero Sardo, Slow Food: “Il benessere animale è un’istanza che deve partire dai consumatori”

“Slow Food non è contro il consumo di carne, però c’è modo e modo di allevare gli animali. Sono stato tra i primi nell’associazione a spingere sulla questione”, dice Piero Sardo. Che ricorda: “Una dozzina di anni fa, durante un consiglio internazionale, feci passare una mozione con l’invito a non consumare foie gras, come si era già fatto con i salmoni d’allevamento. Avevo visitato alcune aziende in Francia ed ero rimasto inorridito. Dissi che non potevamo sostenere un diritto al piacere che si basa sulla sofferenza”.

La reazione? Sardo racconta che “scoppiò una forte polemica interna. Francesi, ungheresi, austriaci e parte dei tedeschi insorsero: ‘Escludiamo le produzioni più tradizionali, più contadine?’. Ho dovuto litigare ferocemente”. Come replicò? “Macché produzioni contadine. Ormai sono catene di montaggio in mano a grandi gruppi”.

Sardo oggi è convinto che, “sebbene il discorso in generale sia passato” dentro Slow Food, occorrano aggiustamenti: “Non si convince facilmente della giustezza della battaglia. Perché gli animali – pur se rispettati – alla fine ce li mangiamo. Questa è la barriera in un ragionamento che può apparire contraddittorio”.

Come cercate di sviluppare il discorso? Sardo risponde: “C’è un progetto che lanceremo nella XIII edizione di Cheese (grande evento internazionale dedicato ai formaggi, dal 17 al 20 settembre a Bra, nel Cuneese, N.d.R.). Vogliamo coinvolgere i ristoratori legati a Slow Food, perché è il modo più semplice per raggiungere i consumatori. Essi diranno: ridurremo del 50% i piatti di carne e per il resto useremo solo quella sostenibile. Sarebbe un passo avanti enorme. Mica si può usare la coercizione”.

I passi successivi? “I consumatori devono avere sempre la possibilità di capire – a cominciare dalle etichette – la provenienza, il tipo di allevamento, il genere di macellazione. Va resa obbligatoria, sulla base di verifiche, anche questo tipo di certificazione, altrimenti non è possibile distinguere tra fuffa e fatti concreti”.

Insomma, secondo il dirigente di Slow Food, “solo convincendo prima i consumatori si possono convincere tutti i produttori a cambiare strada”. Osserva: “Già si è diffusa, per fare un esempio, la scelta di non produrre salumi che contengono nitriti, dannosi per la salute: le imprese annusano l’aria e si adeguano, non sono mica sceme. Difficilmente le istituzioni statali, da sole, possono rimediare: si dovrebbero mettere contro le lobby di produttori di carne. Figuratevi”.

Elisa Bianco, CIWF: “Allevamenti inadeguati scrivono il falso sulle confezioni”

Appunto, le aziende vanno coinvolte. A Elisa Bianco (CIWF) spetta pure il compito di convincere i produttori di una circostanza: il benessere animale al centro delle politiche imprenditoriali è conveniente.

Afferma: “Noi riconosciamo l’allevamento come pratica, però vogliamo garantire un’esistenza degna di essere vissuta. CIWF ha migliorato la vita di più di due miliardi di animali nel mondo, soprattutto in Europa, Usa e Cina. Oltre tutto, l’impatto sulla salute umana di carne e derivati cattivi determina altissime spese per la collettività”.

Come procedete? “Prima chiediamo soprattutto trasparenza: l’azienda deve stabilire un piano graduale che diventi pubblico. Al centro ci possono essere vari aspetti da correggere, come abuso di gabbie, ricorso a mutilazioni, selezione delle razze in funzione del rapido accrescimento, utilizzo irresponsabile degli antibiotici”. Però alle aziende una produzione così costa di più. “L’onere si recupera col miglioramento della produttività e con un calo dei costi di approvvigionamento di prodotti cari, come gli antibiotici”.

Che cosa spinge alcune imprese a aderire? “Pesa molto una sensibilità sempre più crescente da parte dei consumatori. Conta anche la legislazione in tema di sicurezza alimentare. Inoltre alcuni scandali hanno spinto gli stessi investitori a chiedere miglioramenti”.

Le scelte dei consumatori dunque contano moltissimo, conferma la dirigente del CIWF: “Tutte le indagini rivelano che la gente è pronta a pagare di più prodotti che rispettano il benessere animale. Semmai oggi c’è un problema: è diventato di moda scrivere sulle confezioni che si cura questo aspetto, ma spesso quello che contengono arriva da allevamenti del tutto inadeguati. Non è illegale scriverlo, per ora, però l’acquirente viene disinformato”.

In Italia le norme bastano? “L’Italia ha acquisito quelle dell’UE, l’area del mondo più avanzata. Per alcune specie ci sono direttive chiare e rispettate; è il caso delle galline ovaiole. In altri casi gli standard previsti non sono rispettati – con i suini, per esempio – o sono insufficienti: è il caso dei polli da carne. In altri ancora non esiste nulla, dai conigli alle vacche da latte. Sanzioni non sono previste, anche se l’UE ci sta lavorando”.

La dottoressa esprime però una preoccupazione per una recente iniziativa dei ministeri della Salute e delle Politiche agricole in Italia: “Si vuole introdurre l’etichettatura in base al cosiddetto SQNBA (Sistema di qualità nazionale per il benessere animale, N.d.R.), che sembra purtroppo destinato a prevedere standard insufficienti. Rischiano di essere etichettati in quel modo, per esempio, prodotti derivati da scrofe costrette nelle gabbie, a svantaggio di chi cura davvero il loro benessere”.

Arnaldo Santi, Fumagalli Salumi: “Occorre sostenibilità ambientale, ma anche economica”

Bussiamo alla porta di una delle imprese legate al CIWF. È il caso di Fumagalli Salumi: azienda familiare con radici nel 1920, ha tre stabilimenti a Nerviano (MI), Tavernerio (CO) e Langhirano (PR), 53 milioni di fatturato nel 2019, 190 addetti, un mercato esteso a 21 Paesi (oltre l’Italia), il 68% dei prodotti esportati, 90.000 maiali trattati ogni anno, certificazioni e riconoscimenti.

Arnaldo Santi, uno di famiglia, elenca le loro regole sul benessere animale: spazi superiori a quelli previsti dalle normative; lettiere in paglia; antibiotici soltanto se sono indispensabili; no alla mutilazione di code e denti (i maiali privi di stress non mordono); alimentazione di qualità e controllata; tracciabilità della produzione; personale formato.

“Pensiamo da sempre che la materia prima debba venire da allevamenti di proprietà, anche per garantire trasparenza, sicurezza e qualità. Questa impostazione ha portato pure al nostro impegno per il benessere animale, avviato nel 2010”, dice Santi. “Oggi il prodotto piace ai consumatori anche per tutti i valori che ruotano intorno alla produzione. Vendiamo per due terzi all’estero perché altrove c’è maggiore sensibilità. Proprio dai mercati del Nord Europa ci sono arrivate le prime richieste di garanzie nel campo del benessere, più di dieci anni fa, e noi abbiamo risposto, iniziando poi a collaborare con Compassion”.

Però il manager non nasconde che “la difficoltà sta nel rendere compatibile questo approccio con l’esigenza di offrire prezzi non eccessivi al consumatore, altrimenti non si potrebbe andare avanti. Occorre la sostenibilità ambientale, ma pure quella economica”.

Insomma, l’equilibrio tra qualità e quantità – per produttori e consumatori – è la chiave di volta per garantire anche il benessere animale. Come direbbe Renzo Arbore: meditate, gente, meditate. E soprattutto imparate a scegliere.