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Arianna Porcelli Safonov: “Io e la precarietà siamo nate insieme”

Arianna Porcelli Safonov: “Io e la precarietà siamo nate insieme”

Arianna Porcelli Safonov: “La risata è l’unico metodo attraverso cui la denuncia può essere ancora ascoltata. Nel lavoro ci vuole verità.”

“La vita non dev’essere un romanzo impostoci, bensì un romanzo fatto da noi”. La citazione è di Novalis, la messa in pratica dovrebbe essere di tutti. Ma sappiamo che non è così: basta darci un’occhiata intorno, e anche a noi stessi. Se pensiamo soprattutto al lavoro, il fatidico binomio tra volontà e casualità spesso imbastisce situazioni che stanno strette, togliendo l’energia e stritolando l’ispirazione. Persino la libertà. C’è chi resta intrappolato a tempo indeterminato in questa dinamica, e chi invece a un certo punto ruggisce “basta”, iniziando a scrivere il suo, di romanzo. Costi quel che costi.

Ad Arianna Porcelli Safonov è successo così. Anzi, l’ha fatto succedere, decidendo la sua storia, nel lavoro e nella vita in generale: perché il primo deve farne parte, ma senza soverchiarla. Questo uno dei numerosi temi – sempre scomodi – trattati dall’irriverente e acuta artista di origine romana, autrice di libri apprezzati come Fottuta Campagna, creatrice del blog Madame Pipì e di “Rìding Tristocomici” a favore di una defibrillazione mentale attraverso il sorriso intelligente. Un ingrediente presente anche nei suoi video, che hanno fatto breccia in un pubblico sempre più numeroso.

La intercettiamo in viaggio per parlare senza peli sulla lingua di lavoro – e quindi anche di vita – scoprendo qualche cosa in più sul suo percorso. Decidiamo di darci del tu, risparmiando su maiuscole e terze persone, ma soprattutto inserendo la marcia SenzaFiltro per tutta la durata dell’intervista.

Arianna Porcelli Safonov dietro le quinte di Nobìlita durante la diretta Facebook con Stefania Zolotti e Angelo Astrei. Foto di Domenico Grossi

La comicità, la denuncia e il bastardo. Intervista ad Arianna Porcelli Safonov

Ogni romanzo ha i suoi capitoli e prima di quello che racconta il cambiamento ci sono tutti gli altri, colmi dell’esperienza che ce l’ha fatto cercare. Il prequel di Arianna Safonov parte con una laurea in storia della moda e del costume. “Ho iniziato a lavorare in una piccola azienda della Camera di Commercio di Roma, occupandomi della settimana della moda. Avevo 23 anni e per circa dieci non ho mai mollato il settore eventi, gestendo la parte di progettazione e direzione per conto di diverse aziende. In questo settore si lavora a lungo e tanto per mettere in piedi tre soli giorni di convention. Ho viaggiato tantissimo all’estero, i contratti erano a chiamata o a progetto, tutto molto precario: io e la precarietà siamo nate insieme!”, conclude ridendo.

Arrivano i primi cenni di svolta: “Nel 2008 sono andata a vivere a New York, lavorando per una fiera del tessuto. Ho definitivamente chiuso con l’ambito nel 2011, prima di trasferirmi a Madrid”. Il capitolo eventi inizia a scricchiolare sbattendo a muso duro contro una dinamica diffusa: “L’esperienza italiana presuppone che quando hai meno di 40 anni e fai un lavoro definito, tra virgolette, prestigioso e creativo, la paga deve essere bassa. Tradotto: ti diverti lavorando e pretendi pure di essere pagato bene?”. E aggiunge: “A causa del COVID-19 quello degli eventi è attualmente un settore molto in difficoltà. Conosco colleghi che sono disperati, ma l’esperienza di allora mi ha insegnato una cosa molto importante: avere a che fare con professionalità diverse e anche grandi esperti. Inoltre organizzare eventi ti costringe a essere più ordinata, e per un’indisciplinata come me è già tanto”.

Partendo dalla tua esperienza, quand’è che nel lavoro arriva il momento di dire basta?

Come preambolo ti direi che io sono una grande fan del precariato, e mi spiego subito. Non vedo grandi differenze tra precariato e libera professione, che per evidenti motivi ha appunto caratteristiche precarie. All’interno dei settori che conosco credo sia sempre necessaria la presenza di una persona che abbia il coraggio di dire basta, e questo quando capisce che la sua professionalità indipendente può portare a un livello decisamente superiore rispetto a quello che raggiunge nel contesto in cui lavora. Attenzione: non mi riferisco solo alla busta paga, ma anche a tutta la gestione del tempo libero. Io ero arrivata a un punto in cui lavoravo anche a 22 ore al giorno. C’è chi magari è contento di farlo, io no di certo. Anche adesso mi capita di lavorare tante ore, ma è una cosa diversa.

Qual è la molla che ha fatto scattare il percorso di emancipazione, del mettersi in proprio?

La convinzione vocazionale che nessuno meglio di me stessa potesse cooperare all’interno di questa gavetta. Ho iniziato a lavorare senza aspettare che nessuno me lo proponesse, scrivendo e pubblicando, facendo il possibile affinché qualcosa succedesse. Questo in un Paese in cui il lavoro creativo, a meno che non sia fatto a livelli da capogiro, diventa una battaglia.

Quando non arrivano i risultati è sempre per mancanza di talento, o ci vogliono anche la fortuna e l’abilità di farsi conoscere?

Oggi probabilmente c’è un errore gigantesco alla base: tantissima gente grazie al mondo digitale ha un successo immeritato pur non facendo niente. Questo magari mette in ombra chi è molto in gamba a livello intellettuale, ma non ha la capacità o il coraggio di promuoversi con i mezzi odierni. Io, ad esempio, ho provato a adattare il mio lavoro di scrittura al digitale. Lo dico anche con fastidio: i video che ho fatto sono stati un mezzo per portare la gente in libreria e comprare i miei libri.

Soprattutto in ambito culturale e artistico, ma anche nel mondo dell’informazione, possiamo dire che esista il fenomeno del “lusso di farsi sfruttare”. Sembra un ossimoro, ma non tutti possono permettersi di farsi pagare poco o nulla. Sei d’accordo?

Sì, è così! In ambito artistico c’è tanta gente che distrugge il mercato del settore in virtù di un hobby. Quanti musicisti conosciamo che dal lunedì al venerdì magari lavorano in banca e poi nel weekend vanno a suonare gratis nei locali per una pizza? Questo per me è motivo di ira funesta, perché significa massacrare un mercato che già fa fatica. M’incazzo pensando che questo accada anche in un settore come quello del giornalismo.

Che cosa ne pensi invece del volontariato selvaggio in ambito culturale, al quale si delegano spesso mansioni al posto dei professionisti retribuiti?

In caso di organizzazione di eventi non sono d’accordo, ma se ad esempio ai festival ci sono giovani che fanno volontariato per loro vera scelta credo abbia un forte valore formativo. Questo è infatti l’unico Paese al mondo in cui gli studenti universitari, nella maggior parte dei casi, studiano e basta, arrivando alla laurea magari con voti eccellenti, senza però sapere che cosa significhi stare in un ambiente di lavoro. Spesso i genitori stessi sono contrari al fatto che i figli lavorino, ad esempio, in un bar, perché – per carità! – devono dare gli esami. Atteggiamento che non condivido.

I tuoi testi non fanno sconti a nessuno. Mi viene in mente la frase di Strindberg che diceva: “Sta’ attento bastardo, ci incontreremo nel mio prossimo dramma!”. Ti sei mai tolta qualche sasso dalla scarpa mettendo nei tuoi pezzi un’esperienza vissuta personalmente sul lavoro?

Ride. Ancora no! Il sasso l’ho tolto semmai nei miei confronti. Incontro spesso gente che mi dice: “Caspita, Arianna, ma ce l’hai con tutti”. In realtà sono io stessa il primo soggetto dei miei pezzi, che rappresentano una critica al costume socialein cui sono inserita. Il famoso bastardo di Strindberg sono io in persona.

Il mondo lavorativo è fatto di persone che rigurgitano parole finte, tipo skills, consultant, eccetera. Qual è la parola che manca di più nel mondo e nella cultura del lavoro?

Verità. Perché più il contesto diventa sofisticato più si fatica a dirla, ad ascoltarla e a proporla.

In Italia spesso se lavori in ambito artistico ti chiedono che lavoro fai per mantenerti. Al contempo esistono figure che tu stessa sottoponi alla critica; penso ad esempio ai coach.

Che dire? È pieno di impostori, come quando vai in un agriturismo e ti dicono “questo l’abbiamo fatto noi” e poi dietro trovi le confezioni scartate. Ritorniamo al discorso della verità di prima, necessaria più che mai.

La comicità come forma di denuncia è l’ingrediente essenziale del tuo lavoro. C’è un tema dell’ambito lavorativo di fronte al quale la comicità per te deve cedere il passo alla sola denuncia?

La satira è nata per parlare di temi scomodi: non si deve fermare, purché non perda il nucleo di denuncia dandosi alla sola spensieratezza, come fanno alcuni colleghi. Non possiamo permetterci di non pensare, e la risata è l’unico metodo attraverso cui la denuncia può essere ancora ascoltata.

Vale anche per argomenti spinosi come le molestie sessuali sul lavoro?

Di sesso non scrivo per mia volontà, ce ne sono già tantissimi che lo fanno. Credo però che lo stesso Me too necessiti di satira, pur essendo un argomento terribile. Nel momento in cui non si può farlo non siamo più in democrazia. Il problema riguarda non tanto gli artisti quanto il pubblico, spesso poco disposto ad ascoltare punti di vista diversi. Io mi auguro un pubblico che lo sia. Serve a tenere la mente allenata: un bell’ingrediente da custodire nel borsello, qualsiasi professione si svolga.

In copertina Arianna Porcelli Safonov sul palco di Nobìlita. Foto di Domenico Grossi