Aziende sostenibili per manager tirati a sorte

Si può fare sostenibilità aziendale se il processo viene affidato a persone prive di competenze o scelte a caso? La risposta è no: ciò che serve è ben altro.

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Il trend sociale-sostenibile, leggasi altresì “moda”, ha generato sedicenti esperti privi di formazione ed esperienza che improvvisamente si trovano a dirigere Fondazioni o imprese sociali. E li vediamo a capo di progetti e iniziative in campo sociale-sostenibile, sia nel pubblico che nel privato, a occupare ruoli lontani dalla politica o dalle politiche di relazione di comunità, che rappresentano oggi più che mai una poltrona su cui sedersi pur non avendone titolo. Persone incapaci di contribuire con competenza e visione strategica, con interventi di contenuto in momenti di confronto, perché il loro contributo si limita alla narrazione delle ovvietà, palesemente superficiale, o con la pretesa di scaturire da chissà quali profonde elucubrazioni. Una corsa arrogante verso l’opportunità che il trend offre, priva di regole, di morale, di etica, di ogni senso sociale e sostenibile.

Le aziende, spinte dalla stessa necessità di cavalcare il momento, confondendo le misure suggerite da un radicale cambiamento in atto con una semplice opportunità di business, affidano a personale interno non qualificato ruoli di responsabilità sociale-sostenibile. Nel migliore dei casi si tratta di dipendenti interni “di fiducia”, perché oggi la “vera” sostenibilità in azienda deve essere sincronizzata con il board, gestita dalla governance. Troppo scomodo affidare questo ruolo a un consulente o a un esperto esterno, che potrebbe mettere in discussione e revisionare la strategia aziendale, il modello di business, le procedure, i ruoli, portando magari l’imprenditore ad accettare con consapevolezza di sacrificare “temporaneamente” parte del risultato economico.

Mi riferisco indifferentemente alle PMI e alle grandi aziende, che nell’ultimo anno hanno identificato il Bilancio Sociale con il Caronte della loro “imprenditorialità morale-sociale-sostenibile” perduta; non con il loro Virgilio, rassicurante strumento di pianificazione e di controllo, oltre che strategico, per affrontare efficacemente il girone del cambiamento culturale di mercato al quale tutti noi stiamo assistendo. E del quale le imprese possono e devono essere protagoniste per non finire travolte.

 

Aziende sostenibili, ma per finta

“Le società devono porsi alcune domande: qual è il nostro ruolo nella comunità? Come gestiamo il nostro impatto sull’ambiente? Ci impegniamo abbastanza per promuovere la diversità tra i nostri collaboratori? Ci stiamo adattando al cambiamento tecnologico? Offriamo i percorsi di riqualificazione e le opportunità di cui avranno bisogno i dipendenti e la nostra stessa attività per vivere in un mondo sempre più automatizzato? Stiamo usando la finanza comportamentale e altri strumenti per preparare i lavoratori alla pensione, aiutandoli a investire nel modo più appropriato per raggiungere i propri obiettivi? Alle soglie del 2018, BlackRock vuole essere protagonista del confronto sulla creazione di valore a lungo termine per contribuire allo sviluppo di una migliore struttura organizzativa a servizio di tutti i vostri portatori d’interesse. Oggi i nostri clienti – gli effettivi proprietari della Sua società – vi chiedono un livello di leadership e di chiarezza in grado di sostenere non solo i loro rendimenti d’investimento, ma anche la prosperità e la sicurezza dei loro concittadini.”

Chiudeva così la lettera di gennaio 2018 di Larry Fink, AD di BlackRock, (il fondo di investimento più grande al mondo) rivolgendosi agli amministratori delegati delle società quotate, facendo tremare le sedie del mondo della finanza e non solo.

A distanza di diversi mesi, leggevo la comunicazione inviata da parte di una banca quotata attraverso un portavoce diretto del CEO: “Per quanto riguarda il nostro ‘Progetto Sostenibilità’, per ora abbiamo deciso di concentrarci su tutti gli aspetti di prodotto/ritorni economici. Mentre tematiche come la rendicontazione sono già presidiate dal team interno”. Contestualmente la stessa banca, indossando un bellissimo e nuovo vestito della domenica, diffondeva una comunicazione focalizzata sulla rinnovata identità e impegno rispetto alla sostenibilità, imbellettata da una “visione futura di grande impegno e responsabilità sociale, ambientale ed economica”. Sorvolo sul fatto che non ci fosse un ufficio e nemmeno una persona competente o almeno dedicata al tema. Questi veri giocolieri della parola, a fronte di domande specifiche su chi fosse stato coinvolto, con quale ruolo e in che modo nella redazione della matrice di sostenibilità (strumento tecnico-strategico fondamentale per indentificare all’interno dell’azienda quali siano gli stakeholder e i temi rilevanti), poiché nella loro strategia si notavano pericolose criticità nell’attenzione ad alcuni temi fondamentali per il settore di appartenenza, riuscirono a chiosare con un tombale: “Tanti”.

Quindi un input partito da un CEO viene filtrato dal timore e dalla palese incompetenza dei collaboratori, per poi arenarsi improvvisamente. Del resto il semplice significato delle parole è sempre illuminante, e quando si definisce la sostenibilitàprogetto” è già un indice semantico di totale miopia. Sarebbe stato più coerente darle pietosa sepoltura, piuttosto che vederla trattata a mo’ di semplice progetto, come un’operazione di volantinaggio o di viral marketing. La sostenibilità può essere l’inizio di un percorso verso un cambiamento di visione, un nuovo filtro imprenditoriale, un intero modo di concepire l’impresa, ma non un progetto.

Poi ci sono gli anniversari. “Sì, ci abbiamo ripensato e vorremmo fare un po’ di sostenibilità, ma quest’anno ci vogliamo concentrare sui festeggiamenti. Comunque in azienda ci sono molte donne e facciamo la raccolta differenziata”. Qualche bicchiere compostabile, una torta a km0, un paio di donazioni, e che la festa abbia inizio! Ma il primato di superficialità e cecità è arrivato di recente, con la definizione di sostenibilità come “nobile pensiero che sì, crea attrattiva, ma…”. Insomma per molti CEO la sostenibilità è ancora un orpello da fricchettoni, ma che ha poco valore sul mercato.

 

Lo sviluppo di una vera cultura della sostenibilità

È un dato di fatto che il paradigma economico si sta trasformando, con una velocità sempre maggiore: non si tratta più (quand’anche fosse stato) di “nobili pensieri”, ma di un chiaro bisogno di cambiamento dal quale non ci si può astenere.

Il mondo delle aziende, delle fondazioni bancarie, del mondo finanziario ed economico in genere, sta rispondendo e si sta adeguando. Sta modificando il modello di business per allinearsi al nuovo schema valoriale.

Le persone stanno cambiando. Sostenibilità, responsabilità sociale, impatto sociale, obiettivi di sviluppo sostenibile, finanza sociale, bilancio sociale, bilancio integrato, economia circolare, welfare, coinvolgimento dei portatori di interesse, creazione di valore condiviso, innovazione, GRI, ESG, sono solo alcune delle parole utilizzate oggi come esercizio verbale di accreditamento di competenza.

È necessario creare una cultura della sostenibilità in cui le parole vengono seguite dai fatti, i fatti sono accompagnati da coerenza, e la coerenza testimoni un cambiamento: non c’è un inizio e una fine, ma un nuovo inizio verso un nuovo orizzonte. Per farlo occorre conoscerne bene il significato, e per conoscerne il significato occorre conoscere i temi che compongono l’ecosistema imprenditoriale sociale-sostenibile. E non grazie a qualche lettura veloce fatta sullo smartphone: occorrono studio, disciplina, esperienza, condivisione d’intenti e buonsenso.

Occorrerebbe l’umiltà di capire, di apprendere da chi è arrivato prima, che la conoscenza e la competenza non sono un nemico, ma rappresentano una mano da stringere per farsi accompagnare e poi proseguire insieme.

L’obiettivo “Partnerships for the goals” dei 17 Sustainable Development Goals è la base della nuova concezione di società. Una società a cui inevitabilmente dovrà guardare con attenzione chi vuole fare impresa. Auspico un cambiamento genuino, umano, di etica sociale e morale, che parta dalle persone per le persone.

Quindici anni di esperienza presso la sua agenzia di comunicazione, poi una conversione, per vocazione, per scelta e per passione alla Responsabilità Sociale. Da oltre dieci anni, come consulente, studia e gestisce per scuole, aziende, enti locali (turismo e Smart City) gli aspetti della sostenibilità, declinati secondo i vari ambiti, dalla scelta strategica, alla sensibilizzazione, all’educazione, alla divulgazione, ideando e personalizzando approcci innovativi con l’obiettivo di realizzare il coinvolgimento di tutti gli interlocutori e di instillare il senso di partecipazione e condivisione trasversale, dentro e fuori le organizzazioni coinvolte. Il suo lavoro resta una delle sue grandi passioni insieme alle persone e all’acqua. [ Guarda tutti gli articoli ]

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