L'insegna di Confindustria Marche.

Confindustria Marche, uno nessuno e centomila

Un viaggio dentro e fuori la realtà frammentata di Confindustria Marche, tra la necessità di fare fronte comune e il disincanto di chi lascia.

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Qualcuno vuole dimostrare che il sistema industriale delle Marche è dinamico? In teoria, basterebbe citare questa circostanza: le imprese sono così vivaci che hanno bisogno di avere, oltre alla sede centrale di Confindustria nel capoluogo, anche una Confindustria Marche Nord (unisce dal 2017 quelle di Ancona e di Pesaro Urbino, che però mantiene una sede pesarese), una del Centro Adriatico (riunisce da giugno 2018 quelle di Ascoli Piceno e Fermo, che conservano gli apparati e le denominazioni locali) e una, solitaria, a Macerata. Insomma ben sei sedi, divise tra un’associazione regionale e tre territoriali. Qualcun altro vuole cercare prove sull’incapacità di “fare sistema” per affrontare una situazione non proprio rosea? Può citare la stessa circostanza: nelle Marche (1.528.210 abitanti) le aziende aderenti a Confindustria – circa 3.000 fra imprese industriali, imprese di costruzione e imprese di servizi – sono sparpagliate tra sei sedi e quattro associazioni poco coese.

 

Marche, ripresa o recessione?

Cosicché c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto. Per esempio, la Fondazione Aristide Merloni (legata alla dinastia fabrianese che vanta un presidente di Confindustria nazionale, Vittorio) nel suo rapporto su L’imprenditorialità nelle Marche – svolto con l’Università Politecnica di Ancona a maggio 2018 – aveva tracciato un quadro ottimistico: “Dopo un decennio di continua contrazione, nel 2017 si è osservata una decisa ripresa nell’avvio di nuove imprese nella regione. Ha interessato in particolare le imprese manifatturiere e quelle a più elevato contenuto di conoscenza. La crescita osservata è in controtendenza rispetto al dato nazionale… particolarmente significativa per le imprese manifatturiere e ad alta tecnologia” .

Invece c’è stato chi vedeva nero soltanto un mese prima, in aprile. Bruno Bucciarelli, allora presidente di Confindustria Marche, aveva riassunto così la situazione a Fermo, presentando il Rapporto 2017 sull’industria marchigiana realizzato con Ubi Banca: “C’è una fase di tiepida ripresa, a cui non possiamo rassegnarci e che ci porterebbe nel tempo ad arretrare verso la parte meno dinamica del Paese (…). Per poter accelerare la crescita c’è veramente tanto lavoro”. Gli aveva fatto eco Nunzio Tartaglia, di Ubi Banca: “Purtroppo anche il 2017 conferma l’attuale incapacità delle Marche di agganciare il treno della ripresa agli stessi ritmi delle migliori regioni del Nord Italia e questo dipende in parte da aspetti congiunturali (come il sisma) e in parte da temi strutturali, tra cui la ridotta dimensione di molte aziende e la frammentazione territoriale”. Su questo punto si era inserito Stefano Pan, vicepresidente nazionale di Confindustria, con un appello: “Nelle Marche non hanno senso le divisioni per territori, ci vorrebbe una Confindustria unica. Uno degli assi portanti della ripresa è l’impresa che cambia. Ce la possiamo fare solo se stiamo insieme, concorrenti compresi”.

Di certo, i dati del rapporto 2017 non erano stati positivi: export a meno 2% rispetto al 2016, 3.500 posti di lavoro persi, anche se allora si prevedeva un lieve recupero nel 2018. Peccato che il 7 novembre scorso il nuovo presidente di Confindustria Marche nonché di Confindustria Marche Nord, l’imprenditore anconetano Claudio Schiavoni, ha dovuto sedare gli entusiasmi: “Il dato relativo al terzo trimestre 2018 raffredda i segnali di miglioramento emersi nei trimestri precedenti, rimarcando la presenza di una dinamica produttiva regionale più debole di quella nazionale. Ne sono alla base sia la composizione settoriale del sistema produttivo (…) sia la struttura organizzativa del sistema delle imprese”.

Non solo. Il 17 novembre il professor Donato Iacobucci, coordinatore della Fondazione Merloni e docente di Economia alla Politecnica, in un’intervista al Resto del Carlino ha detto: “Il nostro problema, ma non da oggi, è legato al fatto che il sistema industriale marchigiano è a bassa o media tecnologia ed è anche formato da piccole e piccolissime imprese. Soprattutto, pesa (…) che si facciano pochi investimenti nella ricerca e sviluppo, perché molte aziende non hanno le forze, anche economiche».

 

Il presidente di Confindustria Marche: “Una regione a tre velocità”

Dunque emergono due dati:

  • La frammentazione del sistema confindustriale.
  • La scarsità di servizi necessari per l’innovazione, fuori dalla portata di tantissime aziende medio-piccole.

Bisognerebbe eliminare le divisioni, risparmiare sull’apparato e investire le risorse altrove. ln teoria un progetto aggregativo tra le varie Confindustrie c’è, tanto è vero che nel maggio del 2017 è nata Confindustria Marche Nord: rappresenta poco più del 60% del sistema industriale, quello più vivace. La razionalizzazione era stata salutata con entusiasmo dal presidente Schiavoni: “Un primo passo di elevato valore strategico, coerente con la prospettiva irrinunciabile di accompagnare le aziende associate nei loro processi di crescita”. Di “percorso obbligato” aveva parlato il presidente di Confindustria Pesaro Urbino, Gianfranco Tonti: serve “un’organizzazione diversa sul territorio ispirata al motto di saper fare di più con meno”. Peccato che all’epoca – dopo un accordo formale sul progetto aggregativo – Fermo si era sfilata; poi era toccato ad Ascoli Piceno, quindi a Macerata.

Insomma, la situazione resta aggrovigliata, tra interessi di potere locale e diversità di tessuti produttivi. Bisogna a riconoscere a Claudio Schiavoni di essersi battuto per arrivare a un’unica associazione. Non ha perso le speranze. “Parlare di mini Confidustrie – spiega a Senza Filtro – è sbagliato. Certo, ne basterebbe una. Già abbiamo ottenuto il risultato di passare da sei a quattro, visto che Ancona si è unita con Pesaro e Fermo con Ascoli. Ci sono però alcuni localismi da superare”. Dove sta l’intoppo? “Probabilmente abbiamo sbagliato nell’approccio quando abbiamo proposto l’aggregazione. Siamo partiti dai vertici. Invece bisognava lavorare dalla base, sarebbe venuto tutto più naturale”.

Schiavoni riconosce che “l’aggregazione sicuramente sarebbe utile per la causa comune. Comunque da un anno a questa parte ci sono vari progetti, per esempio quello sul fisco, per i quali si lavora tutti assieme”. D’accordo, però chi sta frenando? “Non frenano gli imprenditori grandi, semmai i più piccoli: ci hanno accusati di giochi di potere, di ricerca di poltrone. Forse è colpa nostra, ci siamo spiegati male”. Per rimediare, ora l’associazione degli industriali sta cercando “di fornire servizi di alta qualità, concorrenziali con quelli che si possono trovare altrove”. Poi: “Noi cerchiamo di aiutare chi è nei guai: il 30% ha solo un mercato interno e quindi soffre, un altro 30% sta in mezzo al guado perché non ha più soldi e le banche li prestano con molte difficoltà. Diciamo che la situazione è questa: Macerata è ferma, Ascoli e Fermo subiscono una leggera recessione, Ancona e Pesaro Urbino vanno bene, in particolare nel settore meccanico, che esporta molto. Insomma, è una regione a tre velocità”.

 

Confindustria, la voce di chi lascia e le difficoltà nelle trattative

Intanto però c’è chi, tra gli imprenditori, lascia Confindustria. Schiavoni spiega che “alcuni non aderiscono per protesta, ma la maggior parte non è iscritta semplicemente perché le aziende non esistono più, falcidiate dalla crisi”.

È così? Uno degli imprenditori che ha voltato le spalle a Confindustria è Sandro Paradisi, di Jesi. Prese il timone dell’impresa di famiglia nel 1985; adesso la Paradisi, che fa torneria meccanica di precisione, ha 40 dipendenti, fattura quasi 9 milioni l’anno e prevede di aumentare il fatturato del 10% l’anno prossimo; inoltre è stata la prima nelle Marche ad assumere, due anni fa, la forma giuridica di Società Benefit, cioè quella che persegue “il duplice scopo di lucro e di beneficio comune”.

Racconta l’imprenditore a Senza Filtro: “Nel 1985 avvertivo il bisogno di un confronto con altre imprese, così aderii a Confindustria ed entrai nel consiglio direttivo come vicepresidente. Otto anni fa sono uscito perché non mi interessavano giochi potere che avevano poco a che fare con le imprese. L’aggregazione in un unico organismo nelle Marche sarebbe utile, ma ci sono troppi interessi concorrenti. Inoltre Confindustria non è più riuscita a garantire i servizi offerti 10 o 20 anni fa. Oggi vari imprenditori si organizzano da soli o, come faccio io, in gruppo”. Come vi regolate? “Ci sono ottimi consulenti esterni a prezzi inferiori. Poi preferisco affrontare direttamente i problemi dell’azienda con i miei operai, senza mediazioni. Così come voglio entrare in altre aziende per capire come cambiano le cose. Non mi interessa parlarne in qualche seminario. Solo andando dentro le fabbriche si capisce come gira il fumo. La Confindustria che io vorrei è quella che fa incontrare imprenditori, esperti, tecnici in un dialogo continuo. Tutto il resto è noia”.

Anche i sindacati dei lavoratori incontrano difficoltà nel confronto con Confindustria. A Senza Filtro spiega la situazione la segretaria generale della Cgil marchigiana, Daniela Barbaresi, appena riconfermata: “Ci siamo riorganizzati. Abbiamo ridotto all’osso le risorse destinate al livello regionale e provinciale, destinando la maggior parte ai territori. Certo, per noi è diverso: la Regione con la crisi ha perso il 20% della capacità produttiva e sono diminuiti i posti di lavoro; però la Cgil ora ha il picco di iscritti in proporzione agli occupati, perché la situazione spinge i lavoratori a iscriversi per ottenere supporto”. Con gli industriali come va? “Le relazioni sono corrette e proficue – dice con diplomazia la segretaria – ma dobbiamo imparare a lavorare insieme, perché ci sono molte esigenze in comune, a partire dalle infrastrutture e dai collegamenti tra le Marche e il resto del Paese. Però le sedi per discutere vanno costruite, al di fuori della propaganda”. Appunto: prima di tutto, costruire. Come direbbe Paradisi, tutto il resto è noia.

Nato a Genova nel 1958 e cresciuto alla Spezia, dopo un innamoramento per Medicina a Pavia, si è dedicato a Scienze politiche. Fa il giornalista dal 1982. Ha lavorato 16 anni all’Unità, dove è stato un inviato e ha seguito, tra l’altro, l’inchiesta “Mani Pulite”. Nel 2000 si è trasferito a Bari per lanciare il Corriere del Mezzogiorno, cronaca pugliese del Corriere della Sera. Dal 2007 è di nuovo a Milano: come caporedattore di City, quotidiano free press del gruppo Rcs, fino al 2012; poi come caposervizio del Settimanale Nuovo (Cairo editore). Da luglio 2018 fa il free lance. Ha un blog su IlFattoQuotidiano.it, collabora con i siti d’informazione Strisciarossa.it e Tessere.org, scrive per Millenium, mensile del Fatto Quotidiano, e dirige il quotidiano online riminese Voce23.it. Tra i suoi libri, Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia (Palomar, Bari, 2006), e Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa (Palomar, Bari, 2008). [ Guarda tutti gli articoli ]

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