- Advertisement -
Cultura russa, la lezione di civiltà è dai banchi universitari di Siena

Cultura russa, la lezione di civiltà è dai banchi universitari di Siena

Osservazioni dalla giornata dedicata alla cultura russa e alla ONG Memorial dall’Università per Stranieri di Siena, con l’intervento del rettore Tomaso Montanari. Per rimettere al centro un patrimonio comune su cui poggia tutta una parte dell’identità occidentale che rischiamo di rinnegare con la scusa della guerra in Ucraina.

Civile è un sostantivo, civile è un aggettivo.

Con lo scoppio delle guerre prevale sempre il primo utilizzo della parola, che alla fine viene ridotto a un numero, e quasi mai definito. Un massacro di civili, bombardati i palazzi dei civili, i civili le vere vittime. Io prediligo invece l’aggettivo perché si porta tutt’altra generosità di significati.

Quando Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, entra in aula magna con la FFP2 color arcobaleno e con su scritto Peace, l’associazione che mi scatta in testa è immediata: per fortuna le università rivendicano ancora la dignità del pensiero, del dissenso, se serve, e mai come adesso serve; del dibattito che può e deve andare controcorrente se la corrente rischia di appiattire il corso del fiume.

Il rettore dell'Università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari.
Il rettore dell’Università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari.

Qui c’è l’unico ufficio di rappresentanza dell’Università Statale di San Pietroburgo in Italia.

È il 23 marzo e c’è un’intera giornata dedicata alla cultura russa in facoltà: presentazioni di libri, traduzioni, proiezioni di documentari, dibattiti e confronti che non danno niente per scontato se non che questa guerra è sbagliata per principio, ancor prima che per ragioni politiche a cui si possa appartenere o meno. L’aula magna è piena di studenti, hanno i vent’anni che dovremmo immaginare di avere tutti davanti a qualsiasi guerra per indignarci e riempire le piazze; ma oggi riempiamo solo i social dove nelle ultime settimane si sono consumate le dita sui tasti fino a spellarsele per commentare le ridicole esclusioni di professionisti dal mondo del lavoro solo perché legati a vario titolo alla Russia. Una su tutte quella di Paolo Nori, allontanato dall’Università Bicocca di Milano dove gli avevano prima chiesto di tenere una lezione su Dostoevskij, e poi, allo scoppio del conflitto, gli avevano sottratto il corso a meno che non parlasse anche di letteratura ucraina.

“Mi avevano invitato loro”, aveva commentato in una diretta Instagram lo stesso Nori, “e trovo che quello che sta succedendo in Ucraina sia una cosa orribile e mi viene da piangere solo a pensarci. Ma quello che sta succedendo in Italia oggi, queste cose qua, sono cose ridicole: censurare un corso è ridicolo. Non solo essere un russo vivente è una colpa, oggi, in Italia, ma lo è anche essere un russo morto, che quando era vivo nel 1849 è stato condannato a morte perché aveva letto una cosa proibita. Che una università italiana proibisca un corso su un autore come Dostoevskij è una cosa che io non posso credere. Non condivido questa idea che se parli di un autore russo devi parlare anche di un autore ucraino, ma ognuno ha le proprie idee. Se la pensano così, fanno bene. Io purtroppo non conosco autori ucraini, per cui li libero dall’impegno che hanno preso e il corso che avrei dovuto fare in Bicocca lo farò altrove”.

Quell’altrove sarà proprio la Stranieri di Siena, il 31 marzo: una lezione per gli studenti del corso di russo ma accessibile in streaming da tutti. Intanto la Bicocca aveva reinvitato Nori e pure diffuso una nota che esordiva così: “Siamo un ateneo aperto al dialogo e all’ascolto”, ma se devi fare una nota per spiegare chi sei vuol dire che è già tardi, che le tue azioni hanno parlato per te, che la tua apertura non è un’attitudine ma un messaggio, che l’incoerenza ti ha già tagliato le gambe.

Dispiace dover riconoscere un qualsiasi merito alle guerre, che purtroppo rivelano fino in fondo cos’abbiamo realmente sottopelle, quando ci illudiamo di non essere visti mentre ci grattiamo di nascosto.

Tomaso Montanari, rettore Università per Stranieri di Siena: “Ospiteremo la lezione di Nori. L’università è il contrario del nazionalismo”

Mi presento a Montanari, parliamo.

Lontano dal flusso insopportabile della cronaca, una piccola università italiana si ritaglia una fetta di luce. Piccola magari nella taglia – circa 3.000 studenti – ma non nelle idee: non escludere nessuno, imparare dall’altro, dialogarci. Gli chiedo subito di Nori, del perché si sia fatto avanti come rettore.

“Ho sentito un dovere di testimonianza civile – aggettivo – nel provare a mandare il messaggio che in Italia esistono università che la pensano diversamente da quella che lo aveva escluso. Ad ogni modo quella lezione rientra per noi in modo naturale nei corsi di russo, e non ridurremo certo la sua lezione a un circo mediatico.”

Allora incalzo sul peso contemporaneo delle università.

“Il ruolo di un’università pubblica è quello di costruire la pacifica convivenza attraverso il multiculturalismo e il plurilinguismo, e viene in mente tutto quello che si è detto in un filone della tradizione occidentale, cioè diventare stranieri nella propria stessa patria per poter essere intimi e distanti da ogni patria, ed essere cittadini del mondo”, premette subito il Rettore. “Vorrei ricordare che è nelle università che dovremmo formare i cittadini del mondo, e che l’università è il contrario del nazionalismo: non pensavo che fosse così urgente rimarcare questo messaggio ma l’attualità e i fatti lo impongono.”

“Virginia Woolf diceva che dobbiamo costruire università capaci di formare persone che sappiano prevenire le guerre, e invece oggi siamo in un momento in cui l’università si schiera per le guerre. Noi qui ci schieriamo contro la guerra, ma a fianco degli aggrediti e non a fianco di alcun governo, direi nemmeno del nostro. Le università hanno la responsabilità di distinguere. Siamo stati i primi a tradurre in Italia l’orribile manifesto dei moltissimi colleghi rettori delle università della Federazione russa, che dichiarano quanto sia ‘importante non dimenticare il nostro dovere principale: portare avanti senza sosta il processo accademico e formativo, coltivare nei giovani il patriottismo e l’aspirazione ad aiutare la Russia’.”

“Così come i Paesi non sono i governi, le università non sono i rettori. Li condanniamo non in quanto russi, ma perché tradiscono la missione dell’università, che non è certo quella di schierarsi per il proprio governo o per la propria guerra, altrimenti l’università non serve a nulla. Sono moltissimi i rettori che l’hanno firmata, ma diciamo anche che ci sono migliaia di voci di dissenso dentro ognuna di quelle università. Sento parlare di scontro di civiltà e non lo capisco davvero, perché la civiltà russa è anche la nostra civiltà; senza la letteratura e l’arte russa non sapremmo immaginarci del tutto, è una guerra fratricida, quella verbale a cui stiamo assistendo. Le università devono portare i giovani dentro l’attualità della storia mostrando l’attualità dell’eredità umanistica, e mai piegandosi all’imperativo della cronaca. Il presente è spesso fuori tempo, mentre i grandi classici ci offrono all’infinito le chiavi di interpretazione morale del mondo”.

La storia oltre il regime: Memorial, la ONG russa smantellata da Putin

Poi mi siedo tra gli studenti. Prendono la parola prima lui, poi Giulia Marcucci, Giorgia Rimondi, Marco Sabbatini, tre professori che forse senza rendersene conto ci tengono incollati per oltre due ore dentro una Russia di cui non sentiamo mai parlare, quella civile – qui sostantivo e aggettivo insieme.

Oggetto del documentario “Processo alla memoria” è Memorial, la ONG russa per i diritti umani smantellata nelle ultime settimane dal governo di Putin, di cui il professor Sabbatini è da circa vent’anni uno dei referenti italiani. Memorial ha sedi in tutto il mondo, fondata nel 1989 dal Nobel per la pace Andrej Sakharov: attiva da più di trent’anni, partita dal basso sull’onda di voler ricostruire una memoria nazionale più autentica di quella offerta dal regime. Ha rimesso insieme i destini dei tre milioni di vittime dell’URSS. Ha prima raccolto, poi ricostruito la storia, documentato, poi archiviato le vite dei dissidenti a vari livelli.

Memorial da pochi giorni non esiste più, la Corte suprema ne ha confermato lo smantellamento, la polizia ha fatto un raid il 6 marzo e prelevato tutti i server. Il documentario proiettato ieri non è visibile in Russia nei canali ufficiali, il lavoro è stato prodotto da Tv Rain a firma del giornalista Konstantin Goldenzweig.

Uno spezzone della proiezione del documentario su Memorial all’Università per stranieri di Siena:
sulla destra, il giornalista Konstantin Goldenzweig.

“La storia di Memorial ci racconta quanto sia importante costruire un pluralismo di voci, davvero democratico, e che c’è stato uno spiraglio tra la fine degli anni Ottanta e Novanta, ma poi di nuovo è calata la tenebra”, apre il professor Sabbatini. “Memorial ci inchioda davanti al bisogno di riscrivere la storia per quello che è davvero, e fortunatamente questo bisogno negli ultimi anni si è infiltrato nelle università, nelle scuole, nei manuali di storia. La forza del documentario su Memorial è dare voce a più voci, anche a quelle del regime che volevano da sempre reprimere Memorial. Dedico un ultimo pensiero a chi ci ha lavorato, a tutti gli archivisti, gli storici, gli intellettuali che gli hanno dedicato una vita, subito arresti, minacce, limitazioni solo perché accusati di essere un agente straniero al soldo di poteri stranieri”.

Agente straniero è il marchio che vige in Russia da una decina di anni, una sorta di lista nera che identifica tutti i soggetti che ricevono finanziamenti dall’estero: un modo per reprimere la pluralità di pensiero. All’inizio si bollavano organizzazioni, poi organi di informazione, negli ultimi anni persino singoli cittadini.

Gli appelli di artisti e accademici ucraini e russi contro la guerra

Della Russia dovremmo ascoltare oggi più che mai i nomi contemporanei della letteratura e della poesia e non ridurci solo alle suggestioni di un Dostoevskij. La Stranieri di Siena ha il merito di aver aperto una pagina in evidenza sul proprio sito: Voci contro la guerra.

Apritela, andateci, leggete le traduzioni dei professori di lingua e letteratura russa che in queste settimane non tengono solo lezioni dai banchi di Siena, ma stanno provando a tirare il filo della cultura da quel pezzo di mondo a noi, stanno ricordando al mondo intero che esistono diari di guerra freschi di giornata e che la storia non si consuma solo dai social o dai canali di informazione a cui ci siamo assuefatti. Stanno portando in Italia il dolore dei professionisti di lingua e cultura russa a cui viene tolto un pezzo di lavoro al giorno, in giro per il mondo, senza che ne abbiano la minima responsabilità.

Leggete il diario di Ol’ga Bragina nata a Kiev nel 1982, dove vive e dove si è laureata. È una poetessa, scrittrice e traduttrice; i suoi lavori sono tradotti in inglese, polacco, ceco e russo. Dal suo profilo Facebook ha subito iniziato a raccontare la guerra, e questo Diario da Kiev è stato già tradotto in inglese e in svedese.

Dalle pagine del 25 febbraio, un giorno dopo l’inizio del conflitto (traduzione di Giulia Marcucci).

25.02.2022, ore 8:43

Di notte è stato terribile. Le esplosioni. Ora sono riuscita a dormire un po’; abbiamo preso le nostre cose, nel caso suonasse l’allarme. È la materializzazione di un incubo, per cui razionalmente sai come devi fare e dove scappare, ma si alternano solo due stati d’animo: il panico e lo stupore. E tu non puoi farci niente. È terribile non sapere che cosa succederà. Fino all’ultimo non credevo che sarebbe accaduto tutto questo. Mia mamma sarebbe andata in ferie e avevamo in programma di mangiare il sushi e di guardarci una serie. Ho due libri da tradurre, e ora invece il mondo sta andando in frantumi. Ieri sera ho abbracciato la mamma e le ho detto che le voglio tantissimo bene e che non sappiamo perché siamo qui e perché il mondo è così, e perché ci siamo capitati proprio ora (siamo gente comune, completamente impreparata alla guerra). Di nuovo le esplosioni.

25.02.2022, ore 10:57

(…) Stiamo pensando al rifugio antiaereo e alla valeriana, chissà se farà effetto dopo la crisi di panico che mi ha colpita oggi alle 6 del mattino.

Leggete l’appello del 5 marzo delle scrittrici e degli scrittori russi e bielorussi che si rivolgono a tutti coloro che parlano la loro lingua.

“Alle persone di ogni nazionalità. A chi è madrelingua russo, a coloro per i quali il russo è la seconda o la terza lingua. Oggi la lingua russa è usata dallo Stato russo per fomentare l’odio e giustificare la vergognosa guerra con l’Ucraina. I mezzi di comunicazione di massa esprimono in russo la stessa menzogna che, come una cortina fumogena, avvolge questa aggressione. I cittadini russi sono cresciuti a menzogne. Le fonti d’informazione indipendente sono state quasi tutte liquidate. Molti leader dell’opposizione al regime sono stati costretti a tacere. La macchina statale della propaganda lavora a pieno ritmo. Voi parlate in russo. Questo ha un grande significato. Per favore, usate tutti i possibili mezzi di comunicazione. Il telefono. Messenger. La posta elettronica. Parlate con chi conoscete. Con chi non conoscete. Se Vladimir Putin è cieco e sordo, i russi forse sapranno ascoltare chi parla la loro stessa lingua. Questa guerra assassina deve essere fermata.”

Leggete l’appello dei membri del Presidium dell’Accademia russa delle scienze, con cui invitano i loro “colleghi in tutto il mondo, le accademie nazionali delle scienze, le associazioni scientifiche nazionali e internazionali, nonché altri nostri partner del settore scientifico e educativo, ad astenersi da posizioni e azioni dettate non dagli interessi della scienza, ma dalla situazione politica e dalla gravità del momento. Consideriamo inaccettabile ogni tentativo di pressione politica su scienziati, insegnanti, dottorandi e studenti e ogni discriminazione per motivi di nazionalità o cittadinanza”.

Leggete la lettera aperta di scienziati e giornalisti scientifici russi: “Avendo scatenato la guerra, la Russia si è condannata all’isolamento internazionale, a una posizione di ‘paria’ tra gli Stati. Ciò significa che noi, scienziati, non saremo più in grado di svolgere il nostro lavoro normalmente: dopo tutto, è impossibile praticare la ricerca scientifica senza una piena cooperazione con colleghi di altri Paesi. L’isolamento della Russia dal mondo significa ulteriore degrado culturale e tecnologico per il nostro Paese, nell’assenza completa di prospettive positive. La guerra con l’Ucraina è un passo verso il nulla”.

Se leggerete tutto questo, potrete dire anche voi che le università italiane presidiano ancora la libertà di pensiero, che non hanno abbandonato il loro compito e che le lingue, il patrimonio letterario, quello storico e artistico di un Paese, hanno una enorme funzione civile.

Civile, in ogni senso.

Leggi gli altri articoli a tema Russia.

Leggi il reportage “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.

Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro. 

Sottoscrivi SenzaFiltro