Un matrimonio destination wedding in Puglia

Destination wedding purché sotto i trulli

Destination wedding: in vacanza in Puglia, ma per sposarsi. Senza Filtro va alla scoperta di una delle regioni più frequentate dagli sposi di mezzo mondo.

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Si chiama destination wedding, ed è un segmento del settore turistico in crescita nel nostro Paese, che vede il sud come meta sempre più ambita negli ultimi anni. Secondo il Centro di Studi Turistici di Firenze, nel 2016 ha fatto registrare a livello nazionale un fatturato di 440 milioni di euro, per circa 8.000 matrimoni di coppie straniere. Un fenomeno che ha generato 408.000 arrivi e 1.368.000 presenze. Nelle percentuali c’è la Toscana a fare la parte da leone con il 31,9% delle preferenze, seguita dalla Lombardia al 16%, dalla Campania al 14,7%, dal Veneto al 7,9% e dal Lazio al 7,1%.

La Puglia vale circa il 5% del mercato italiano, un trend in salita dovuto al clamore mediatico di alcune nozze da sogno celebrate negli ultimi anni. In principio furono il cantante americano Justin Timberlake e Jessica Biel, convolati a nozze nel 2012 a Savelletri, una frazione di Fasano, in provincia di Bari. Poi Laure Peugeot, rampolla dei noti produttori di auto francesi, con il fotoreporter Siegfrid Modola; Violetta Gruosi, figlia del fondatore del noto marchio di gioielli De Grisogono, con il giovane banchiere Sohrab Bassiri. Non ultimi, gli americani Renee Sutton ed Eliot Cohen. E una lista di attori, calciatori, cantanti o ricchi ereditieri stilata per difetto.

Tra questi, il matrimonio che ha fatto parlare della Puglia in tutto il mondo: l’Hām̐ pronunciato nel 2014 da Ritika Agawarl, figlia del magnate indiano del ferro, e Rohan Metha. Un sì extra-lusso costato circa 20 milioni di euro.

Ma sarà vero che i super vip guardano alla Puglia come location per i loro matrimoni esclusivi? Nì, secondo Viola Tarantino, titolare dell’agenzia di wedding tourism Emotions Puglia e presidente della neonata Associazione wedding planner Puglia. Questo almeno a giudicare dalla fascia di mercato medio-bassa in cui la regione si posiziona. «In Puglia un buon 50% dei destination wedding non sono dichiarati, perché le coppie straniere si limitano ad affittare solo le strutture e non utilizzano wedding planner italiani o professionisti locali dell’indotto, quindi non c’è traccia di questi matrimoni nelle quote pugliesi del settore. Il Centro di Studi Turistici di Firenze dà ancora la Toscana come prima regione, con la costa amalfitana in testa per il Mezzogiorno: in realtà sappiamo che non è così».

 

Da studi di settore emerge che le coppie straniere che vengono in Italia per sposarsi spendono in media 55.000 euro. La Puglia è in linea con queste cifre?

La Puglia si attesta su una media di 20.000 euro per nozze con 50-60 persone, cifre che pongono la regione nella fascia bassa del mercato. La regione viene vista come la nuova California; viene scelta perché ha costi molto più bassi sia rispetto alle tradizionali location italiane del destination wedding – Venezia, lago di Como, la costiera amalfitana – sia rispetto ai paesi di origine delle coppie, che sono perlopiù Inghilterra, Belgio, Francia, Olanda e, ultimamente, Australia e Canada per il fenomeno del back to origins (coppie figlie di emigrati che decidono di sposarsi nei paesi di provenienza di nonni o genitori, N.d.R.). Nel Regno Unito, ad esempio, un matrimonio costa in media 300 sterline a persona, in Puglia molto meno. Le nozze che hanno fatto più clamore, quelle delle coppie Sutton-Cohen e Agawarl-Metha, rappresentano una minima parte del mercato pugliese, che generalmente è medio-basso, se si considera che un mercato medio-alto va almeno sui 200.000 euro per 60 persone.

 

 

Quali sono le location più ambite?

Le masserie, soprattutto quelle con i trulli, sono le più richieste dagli stranieri. Anche perché si tratta di un “prodotto” esclusivamente made in Puglia. Poi sta crescendo il mercato del beach wedding, da quando finalmente anche nella nostra regione è stata concessa l’autorizzazione ai matrimoni sulle spiagge. Parlando di territori sicuramente la Valle d’Itria, e negli ultimi tempi il basso Salento. In altri territori c’è meno richiesta perché c’è meno propensione al turismo come professione. Il Gargano, che potrebbe essere location ad alta richiesta, ha il grosso limite della mancanza di un aeroporto di riferimento: quello più vicino è a Bari e dista 200 chilometri.

Qual è la ricaduta economica sul territorio dei matrimoni extra lusso?

Molto ridotta. Le coppie straniere che vengono in Puglia a sposarsi arrivano con agenzie e professionisti dei loro Paesi di origine. L’indotto generato sul territorio si limita a pochi e marginali servizi.

Che cosa manca perché il settore decolli?

Ci sono alcuni ostacoli strutturali che ne frenano lo sviluppo: un sistema di infrastrutture e trasporti che non permette di spostarsi agevolmente all’interno della regione e la mancanza di competenze specialistiche, forse ancor più grave. Manca una formazione professionale tra gli operatori del segmento, lingue straniere in primis, e poi anche una reale professionalità, dal receptionist fino al direttore di struttura. Noi non possiamo competere con i top player del mercato – Toscana e costiera amalfitana – perché non abbiamo i servizi di alta qualità che quei territori offrono. Questo rappresenta un problema comune a tutto il turismo pugliese: genera numeri elevati sul segmento medio-basso, ma molto limitati sulla fascia lusso ed extra-lusso. Questo perché mancano anche strutture adeguate, fatta eccezione per Borgo Egnazia e qualche altra piccola realtà.

Come si sta organizzando la regione? C’è sinergia pubblico-privato?

L’Assessore allo Sviluppo Economico Loredana Capone, che ha anche la delega al turismo, è molto propensa a fare rete tra gli operatori. La Regione sta creando una task force che studi il fenomeno wedding come segmento turistico. Quello pugliese è un territorio relativamente giovane per questo settore, che si è sviluppato negli ultimi cinque-sei anni; fino a due anni fa veniva considerato turismo culturale e non vera e propria branca del turismo. Bisogna che la macchina funzioni, far muovere tutti gli ingranaggi nei tempi giusti. Tra operatori stiamo creando Puglia Destination Wedding, una rete piramidale con tutti i fornitori: c’è un’adesione molto alta e volontà di crescere tutti insieme.

Quanto è importante la figura professionale che lei rappresenta per un servizio di alta qualità?

Organizzare un matrimonio oggi, dove sempre più spesso a sposarsi sono due professionisti che non hanno il tempo di seguirci, significa non solo soddisfare i loro bisogni, ma anche quelli degli invitati. Non c’è da stupirsi, quindi, se diventiamo anche una piccola agenzia di viaggi. Spesso i direttori di struttura non richiedono il nostro supporto; questo crea dei problemi, perché non ci si può improvvisare wedding planner. Il destination wedding all’estero viene venduto come un pacchetto turistico, in Italia non è così. Cerchiamo di personalizzarlo al massimo, dandogli assistenza a 360 gradi da quando atterrano a quando ripartono. Creiamo delle esperienze turistiche su misura della coppia, facendo leva anche sulle peculiarità del territorio.

Perché un’associazione che riunisce wedding planner?

L’Associazione Wedding Planners Puglia è nata il 16 aprile 2018 e attualmente conta 18 iscritti, numero che può sembrare piccolo, ma preferiamo puntare sulla qualità e sulla sinergia. La nostra professione non ha una certificazione riconosciuta in Italia: questo porta a un tasso elevato di improvvisazione di persone non formate. Fare il wedding planner non è un hobby, ma una professione che non si riduce alla semplice preparazione dell’allestimento floreale in chiesa e in sala.

Il destination wedding può essere anche strumento di destagionalizzazione del turismo?

In Puglia ci stiamo provando. Si potrebbe sfruttare il periodo marzo-giugno e settembre-ottobre. Per la restante parte dell’anno, ritorna il problema dei trasporti: è difficile che uno straniero possa venire a novembre perché i collegamenti aerei sono meno frequenti.

 

Bolognese d’adozione ma orgogliosamente pugliese, di mestiere scrive: è giornalista professionista e si occupa di comunicazione per il sociale e la sanità. Ha iniziato dalla tecnologia, è finita a scrivere di politica. Del giornalismo ha capito che è provare a capire il mondo ma soprattutto saperlo raccontare con gli strumenti giusti. Femminista 4.0, è convinta che una società “alla pari” sia un bene per tutti. Per questo siede nel Consiglio direttivo dell’Associazione PerLeDonne di Imola, che si occupa di diritti delle donne e contrasto alla violenza di genere. Adora, in maniera maniacale, il silenzio. Da quando ha letto “L’arte di correre” non ha più tolto le scarpe. [ Guarda tutti gli articoli ]

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