Distretti alimentari e Dop economy: i giganti del cibo non richiamano visitatori

Il binomio Italia-cibo di qualità non ha rivali nell’export, ma le zone di produzione non sfruttano il loro potenziale turistico. Vediamo perché.

Sono l’oro verde dell’Italia: i prodotti agroalimentari sono un settore rilevante dell’export, ma sono ancora sottostimati come driver turistico autonomo.

A dirlo sono i numeri. Secondo i dati Istat elaborati da Federalimentare nel 2020 è stato record di esportazioni, 46,1 miliardi di euro per l’agroalimentare, mentre il turismo enogastronomico è il motivo del viaggio solo per il 5% dei turisti che mettono piede in Italia, secondo l’ultimo rapporto ISNART (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche).

La fotografia del turista enogastronomico è quella di uno straniero nella metà dei casi: il 54,4%.Provengono dalla Francia in un caso su tre, nel 19% dei casi dalla Germania e nel 15% dal Regno Unito. Le mete più gettonate sono la Lombardia con il 21% di viaggiatori, l’Emilia-Romagna con il 17% e il Piemonte con l’11%.

Ma questo segmento fatica a imporsi come autonomo; è visto in funzione strumentale, associato ad altri temi di interesse turistico, come spiega il rapporto ISNART: “Potrebbe sembrare un dato allarmante ma la spiegazione è molto semplice: l’enogastronomia è un elemento multi-prodotto che può, cioè, essere associato a tutti gli altri prodotti turistici (natura, cultura, sport, etc.) e che contribuisce, a tutti gli effetti, ad arricchire l’offerta turistica e la notorietà del brand Italia”.

I distretti alimentari e la DOP economy, risorse inestimabili ma non per il turismo

A costruire la rete dell’offerta di prodotti enogastronomici sono i distretti alimentari italiani, che si confermano un asse portante dell’economia.

Sono 96 iDistretti del cibo” ufficialmente presenti nel registro del Ministero delle politiche agricole e forestali. Sono stati istituiti con la legge del 2017, ma restano articolazioni amministrative e funzionali, senza alcun riscontro di promozione turistica. Basta cercare sul web e non si trova nessun sito dedicato alla specificità territoriale da cui nasce una determinata eccellenza enogastronomica, da utilizzare come vetrina di promozione turistica, tranne che per il settore del vino. Si parla di eccellenze enogastronomiche solamente su siti tematici dedicati all’agricoltura, al cibo, o nei siti istituzionali.

Punta di diamante dell’agroalimentare sono i prodotti che costituiscono la cosiddetta DOP economy, neologismo coniato dalla fondazione Qualivita che racchiude le eccellenze enogastronomiche a indicazione geografica protetta, il cui valore economico viene analizzato ogni anno nel rapporto Ismea-Qualivita. Il rapporto sottolinea l’importanza di questo segmento all’interno del comparto agroalimentare italiano, di cui costituisce, secondo gli ultimi dati disponibili del 2019, il 19% del fatturato complessivo, con 16,9 miliardi di euro di valore alla produzione, cresciuto del 4,2% rispetto all’anno precedente.

I numeri del cibo a indicazione geografica protetta

La DOP economy comprende 838 prodotti agroalimentari e vitivinicoli, 285 consorzi di tutela ufficialmente riconosciuti e 180.000 addetti, raggiungendo il 21% di tutto l’export nazionale agroalimentare per un valore di 9 miliardi e mezzo di euro, cresciuto del 5,1% nel 2019 rispetto al 2018.

A farla da padrone nell’export è il settore vitivinicolo, con 5,6 miliardi di euro. In crescita il cibo a indicazione geografica protetta, con un valore di 3,8 miliardi di euro per un incremento del 7,2% annuo. Restando ai dati del rapporto Ismea, le filiere agroalimentari di eccellenza fanno da traino maggiormente nel Nord Italia, con Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte in cui si concentra il 65% del valore economico dei prodotti DOP e IGP.

Il complesso del cibo a indicazione geografica protetta ha registrato una crescita del 54% dal 2009 come valore della produzione; le esportazioni, sempre da quell’anno, sono aumentate del 162%. I mercati principali dell’export sono la Germania con 786 milioni di euro, gli Stati Uniti con 711 milioni di euro, la Francia con 525 milioni di euro, il Regno Unito con 273 milioni di euro.

È italiano il primato dei prodotti agroalimentari certificati

L’Italia ha il primato mondiale di prodotti certificati, ben 838, corrispondenti al 27% di tutti i prodotti a denominazione e indicazione geografica protetta nel mondo, che sono 3.123, di cui 3.093 in Europa. La maggior parte sono vini, con 526 registrazioni e una produzione che nel 2019 ha superato i 25 milioni di ettolitri. Sui 9,2 miliardi di euro di valore di produzione, ben 7 miliardi sono rappresentati dai vini a denominazione di origine protetta, che fanno la parte del leone con un 82% del totale del vino a indicazione geografica.

Anche l’anno scorso l’Italia ha avuto il primato con quattordici nuove registrazioni di prodotti a indicazione geografica, di cui dodici nell’agroalimentare e due nel settore vitivinicolo. Numeri che mostrano la consistenza economica di un settore sempre più votato all’export, ma scarsamente utilizzato come volano di promozione turistica autonoma.

Eppure gli esempi di distretti del vino, come il Chianti e il Franciacorta, uniscono alla valorizzazione di prodotto quella turistica, del territorio di riferimento, con il prodotto IGP che diventa ambasciatore del luogo a cui è intimamente legato. Una ricetta che va nella direzione del turismo esperienziale oggi tanto ricercato dai viaggiatori.

Agroalimentare italiano, il gigante in frammenti: i distretti vanno a velocità diverse

L’appeal dei prodotti Made in Italy è mostrato dal fenomeno dell’italian sounding, l’evocazione di marchi, nomi e immagini italiane su cibi di origine straniera per agevolarne le vendite; un giro annuo di affari stimato in 100 miliardi di euro a livello mondiale, con il Parmigiano Reggiano come prodotto più imitato e un aumento del 70% negli ultimi dieci anni, secondo Coldiretti.

A questo si aggiunge la debolezza intrinseca di un settore, come quello dei distretti alimentari, che pure nel complesso non conosce crisi a causa della dimensione. Secondo lo studio di Intesa Sanpaolo i distretti alimentari italiani nel terzo trimestre del 2020 hanno realizzato 55 miliardi di euro di vendite, con un aumento del 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2019, una cifra record sinora mai raggiunta. A farla da padrona la filiera della pasta e dei dolci, con un più 9% sul mercato nazionale dall’inizio dell’anno.

Il rapporto evidenzia come i distretti alimentari abbiano un carattere anticiclico, indipendente dalla congiuntura economica, caratteristica che ne spiega le ottime performance in termini di redditività. Tra i distretti più brillanti sul mercato l’alimentare di Parma, la confetteria ed il cioccolato di Torino, la pasta e dolci del napoletano, e la sorprendente performance del settore delle conserve di Nocera.

Lo studio di Nomisma L’industria alimentare italiana oltre il Covid-19. Competitività, impatti socioeconomici, prospettive sulle imprese del settore food e beverage rileva come solo il 14% delle imprese – circa 8.000 su un totale di 56.000 – ha più di nove dipendenti. Il grosso sono microimprese, con una conseguente frammentazione riguardo all’export, al marketing, all’innovazione digitale. E, non ultimo, al turismo, che dà sempre più l’impressione di essere un’occasione persa per il settore agroalimentare e i suoi distretti.

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