Zona Franca

Farmacisti dipendenti al lavoro: una farmacista in mascherina al bancone

Farmacisti dipendenti, assunti anche senza laurea: paghe basse, alti rischi

Altro che guadagnare dalla pandemia: i farmacisti dipendenti sono i peggio retribuiti della categoria, e spesso tra i più esposti al contagio.

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Nei giorni dell’emergenza COVID-19 in ogni parte d’Italia i banconi delle farmacie sono stati presi d’assalto da cittadini alla ricerca non solo di mascherine, ma anche di disinfettanti e farmaci. Sotto la croce verde illuminata nelle città e nei piccoli centri si sono sviluppate file di persone come quelle dei supermercati. A farvi fronte si sono trovati i farmacisti, nella maggior parte dei casi dipendenti, costretti spesso a orari massacranti, pause pranzo saltate e all’esercizio della virtù della pazienza nei confronti di una clientela di età medio-alta alla ricerca di una soluzione al virus, o anche soltanto di una scusa per uscire, o di qualcuno per scambiare due parole.

La categoria, il cui trattamento contrattuale non è dei migliori (alcuni guadagnano poco più di 1.000 euro), è stata esposta oltremodo al rischio contagio, al punto che l’Ordine dei Farmacisti del Lazio ha denunciato i diffusi decessi da coronavirus di molti farmacisti, costretti a operare spesso anche senza presidi sanitari. «Nelle ultime quattro settimane abbiamo scritto ormai a tutti fuorché a Babbo Natale – ha affermato il presidente dell’Ordine di Roma Emilio Croce – chiedendo più e più volte di essere riforniti, per il nostro servizio professionale, delle mascherine necessarie a chi, come noi, è ogni giorno a stretto e diretto contatto con i cittadini, esattamente se non più di altri professionisti della salute. Non abbiamo ancora avuto risposte, e intanto cresce di giorno in giorno il numero di colleghi che risultano contagiati dal SARS-CoV-2, stante l’impossibilità a trovare sul libero mercato i DPI necessari per operare il servizio con un minimo di sicurezza».

 

Il caso dei farmacisti scomparsi dal lavoro

È difficile stabilire l’incidenza del virus tra i farmacisti, anche perché pochi sono stati i casi certificati. Alcuni, per paura di essere malati, da un giorno all’altro sono addirittura scomparsi dal lavoro.

«In Lombardia – dice Lorenzo Masili della FILCAMS CGIL di Milano – pochi si sono messi in malattia, temendo di allarmare clienti e proprietari di farmacia. Ha destato scalpore il caso di un farmacista brianzolo, che ha chiesto l’aspettativa rimanendo a casa dal lavoro, e dopo un mese è morto di COVID. Nessuno sapeva che era malato.»

I problemi si sono aggravati, anche a causa dal numero sempre maggiore di clienti di questi mesi, nonostante gli italiani siano tra i minori consumatori di farmaci in Europa. Soltanto il 38,4% dei nostri connazionali dichiarava nel 2017, secondo i dati di Federfarma, di aver usato farmaci etici in un arco di tempo di due settimane, quando la media europea si assestava al 48,6%. Nel 2018 la spesa farmaceutica totale, pubblica e privata, è stata pari a 29,1 miliardi di euro, di cui il 77% rimborsato dal servizio sanitario nazionale. In media, per ogni cittadino italiano, la spesa ammonta a circa 482 euro.

 

Commessi con la laurea: quanto guadagnano e come lavorano i farmacisti dipendenti?

Di questo mercato pur florido ai dipendenti va in tasca poco. Il contratto nazionale dei farmacisti non titolari non si rinnova dal 2012. Si tratta di uno dei più bassi per professioni che richiedono una laurea. Un direttore di farmacia percepisce 2.200 euro, mentre un sesto livello attorno ai 1.200.

Nei piccoli centri, poi, i farmacisti si trovano a dover fare un po’ di tutto, non solo il loro lavoro. Un vero e proprio spirito di corpo non esiste; nelle piccole farmacie il sindacato fatica a penetrare e gli stessi sindacalisti si appoggiano ai gruppi di WhatsApp per conoscere i reali problemi. «C’è grande differenza – continua Masili – tra chi lavora in città e chi in una farmacia di un piccolo centro, magari con un solo dipendente, che lavora gomito a gomito con il proprietario».

«Bisogna aggiungere poi che l’85% dei farmacisti è donna, e fatica a conciliare vita privata a lavoro. Molte di loro poi arrivano dal Sud, e non hanno una famiglia a cui appoggiarsi se sono emigrate. La nostra è una categoria dove il lavoro domenicale può essere ancora imposto e se la farmacia è di turno anche il festivo. La grande frustrazione dei farmacisti dipendenti deriva poi dall’essere professionisti in possesso di una laurea che si trovano spesso a svolgere il lavoro di commessi, con identica retribuzione e stessi turni. Io sono in contatto con molti di loro grazie alle telefonate e a una grande chat dove ci scambiamo le informazioni.»

Spesso poi subiscono anche la concorrenza di chi non è ancora farmacista, anche se i farmaci al bancone li può consegnare solo chi è in possesso di un’abilitazione. «Sono stata sostituita – dice una farmacista lombarda con vent’anni di attività, che ha appena interrotto volontariamente un rapporto di lavoro – da una ragazza alla quale mancano cinque esami alla laurea. È stata assunta con il contratto da magazziniere in una farmacia rurale (quelle dei centri sotto i 5.000 abitanti), dove si fa un po’ di tutto. Ma non è l’unico caso. Alcuni nel periodo del COVID sono stati costretti a turni massacranti con orario continuato. In una farmacia dell’hinterland milanese un giorno il turno della mattina è durato dalle 8.30 alle 15.30». Molti sono disponibili a questi sacrifici nella speranza un giorno di diventare autonomi. «Chi fa il farmacista raramente fa il dipendente tutta la vita, dal momento che aspira a mettersi in proprio».

 

Il ruolo delle farmacie nel mercato della salute

Anche se mettersi in proprio, negli anni a venire, sarà sempre più difficile, dal momento che, con la liberalizzazione del mercato delle piccole farmacie, sono sempre più i grandi colossi ad acquistarle. Con la legge del 4 agosto 2017 anche le società di capitali possono acquistare le farmacie in Italia, purché le diriga un farmacista. Mentre prima era necessario che il laureato in farmacia facesse parte della società, almeno con una quota; oggi basta avere un dipendente con la qualifica di direttore.

In questo modo si è aperto il business a società sempre più grandi, con meno vincoli e con una capacità di investimento di molto superiore. Le ex comunali di Milano sono finite in mano al colosso Lloyds, da anni attivo nel mercato. Poi c’è l’altro colosso straniero Boots, che nel 2019 ha presentato le sue prime quattro farmacie a Milano, con l’impegno di allargare il mercato ad altre in Lombardia. Già presente da anni nel mercato, Lloyd invece si è già scontrata con le prime questioni sindacali a Bologna, quando i 42 dipendenti della ex comunale hanno scioperato minacciando di fare causa all’azienda, che li aveva passati al contratto privato dopo l’acquisizione.

In questo mercato in crescita finora gli italiani hanno avuto qualche difficoltà a entrare. Al momento solo il gruppo Hyppocrates, nato dall’ingegno dei manager trentenni Davide Tavaniello e Rodolfo Guarino, sta svolgendo un ruolo di primo piano in un mercato in crescita.

Anche perché la liberalizzazione non riguarda solo gli acquisti di farmacie e i contratti dei dipendenti, ma anche la stessa vendita di farmaci. Ci sono, infatti, grosse disparità di prezzo tra farmaco rimborsato dallo stato e quello a carico del cittadino: spesso lo stesso principio attivo viene commercializzato a minor dosaggio, così da non richiedere l’obbligo di ricetta, ma il costo lievita – e grava totalmente sulle tasche dell’acquirente. Se si arriva in farmacia con un forte mal di testa o con un fastidioso mal di gola e nessuna ricetta, si può ricevere così un farmaco di dosaggio minore che vada a sostituire quello con ricetta. È, questa, una pratica alla quale non tutti i farmacisti vogliono assoggettarsi per motivi etici, ma spesso è incoraggiata dai proprietari, che puntano a incrementare il fatturato di un settore che negli ultimi anni, comunque, ha visto i guadagni andare in lieve decrescita.

 

 

Photo credits: www.ilriformista.it

Lavora come giornalista da più di vent'anni. Collabora con Oggi, La Stampa e La Provincia Pavese. In passato ha scritto articoli per l'Espresso, il Sole 24 Ore e il Mondo. Si occupa di lavoro, scuola, pubblica amministrazione, volontariato, ambiente e criminalità organizzata. Su questo tema ha scritto anche il libro "Pizza, sangue e videopoker", in collaborazione con l'associazione antimafia Libera, nel quale si ricostruisce l'ascesa di alcuni clan criminali nel Nord Italia. [ Guarda tutti gli articoli ]

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