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Fiere editoriali ferme, piccole case editrici muoiono

Fiere editoriali ferme, piccole case editrici muoiono

Fabio Del Giudice, direttore di "Più libri più liberi": "Senza fiere soffrono soprattutto gli editori piccoli e piccolissimi, la parte del settore più votata alla sperimentazione e allo scouting".

Si dice spesso che leggere – ma anche scrivere – un libro sia come intraprendere un viaggio, ed è vero. Se però ci addentriamo nel dietro le quinte di chi lavora per permettere al libro di essere pubblicato, distribuito e venduto scopriamo che a essere in viaggio sono anche gli editori stessi, e in senso letterale più che mai.

Sfatiamo così il luogo comune che identifica il ruolo dell’editore con una mansione “ferma” alla scrivania. In realtà si tratta di un lavoro fortemente itinerante. Con SenzaFiltro concentriamo l’attenzione su un ambito prezioso e quanto mai necessario per l’editoria, soprattutto quella definita micro e piccola: parliamo delle fiere.

Dario Bellini, Gilgamesh Edizioni: “Le fiere per noi piccoli editori sono essenziali”

Iniziamo il nostro viaggio nell’ambito fieristico interpellando chi lo vive in veste di editore. Raggiungiamo telefonicamente Dario Bellini, titolare della Gilgamesh Edizioni, casa editrice del territorio mantovano che pubblica saggi, libri di narrativa e di poesia. Un’avventura, la sua, che compie dieci anni vissuti con grande impegno, soddisfazioni e in maniera fortemente itinerante.

“Per noi editori la parte itinerante è importantissima”, esordisce. “Coinvolge tutta la promozione offline attraverso eventi in librerie, biblioteche, micro-rassegne e fiere. Le bancarelle stesse sono uno degli importanti canali di vendita diretta”. E a proposito delle fiere afferma: “Per noi piccoli editori sono e restano essenziali”.

Chiediamo: quanto incide questa parte itinerante sui traguardi promozionali e di vendita di una piccola casa editrice? “Sinceramente posso dire che per un piccolo editore questa parte è vitale, e mi spingo a dire che copre anche il 70-80% del fatturato. Dai dati emerge che durante il lockdown la gente ha letto di più: vero, ma puntando soprattutto ai grandi nomi delle major editoriali. Noi piccoli editori dobbiamo invece conquistarci i piazzamenti sul campo e per questo abbiamo bisogno di un rapporto diretto con il pubblico attraverso presentazioni dal vivo e partecipando alle fiere”.

Le fiere più accoglienti delle librerie: “Alcuni librai fanno il gioco delle major”

Nel 2020 gli eventi fieristici hanno subito uno stop determinando una sofferenza molto forte nel segmento della piccola e micro-editoria, come ci conferma Bellini: “La pandemia ha dato il colpo finale a tante piccole case editrici che erano già in difficoltà e credo purtroppo che diverse chiuderanno, soprattutto se ubicate in provincia o in piccole città. Sopravvive di più chi fa anche da tipografo o chi si reinventa”.

In questa fase tante presentazioni di libri sono state fatte online tramite dirette Facebook e non solo: per un piccolo editore ha un risvolto questa modalità? “Non regge assolutamente il confronto con le presentazioni fatte dal vivo, dove avviene uno sbocco di vendita: nel nostro caso è difficile che da una presentazione online scaturisca un acquisto da parte del pubblico. Poi ci sono anche differenze magari dovute al target: chi appartiene al mondo analogico ha una modalità più interpersonale, i più giovani invece seguono maggiormente i blogger e i loro consigli”.

Sondiamo infine alcune penombre dell’ambito itinerante di questo lavoro in epoca pre-Coronavirus. “Da parte delle fiere ho sempre trovato molta accoglienza e importanti risvolti di vendita”, racconta schiettamente Bellini. “Il rapporto con i librai invece è meno semplice: non tutti sono disposti a realizzare presentazioni nelle loro librerie e magari fanno il gioco dei “potenti”. Anche il libraio che si definisce indipendente non è detto che sia automaticamente schierato dalla parte dei piccoli editori; posso capire la loro preoccupazione per il discorso economico. A maggior ragione l’editore deve diventare promotore di se stesso e dei suoi autori facendo presentazioni ed eventi con diverse tappe”.

Fabio Del Giudice, “Più libri più liberi”: “Per sopravvivere i piccoli editori devono fare ricerca”

È la prima fiera italiana dedicata in maniera esclusiva all’editoria indipendente, piccola e media, coinvolgendo ogni anno circa cinquecento editori. Parliamo della fiera nazionale “Più libri più liberi” che si tiene a Roma nel mese di dicembre; l’unica tappa saltata è stata quella del 2020 causa pandemia.

Contattiamo Fabio Del Giudice, direttore della fiera dal 2002, anno in cui è nata, e che da gennaio di quest’anno ricopre anche il ruolo di direttore dell’Associazione Italiana Editori (AIE). Proprio in AIE il Gruppo Piccoli Editori ebbe l’idea di far nascere la fiera, che nel tempo ha raccolto grandi riconoscimenti e sempre più pubblico.

Del Giudice fa una premessa che traccia i lineamenti dell’editoria di cui stiamo parlando: “Per piccola editoria intendiamo aziende con un fatturato che va da 0 a 10 milioni di euro annui; per microeditoria invece quel segmento che va da 0 a 2 milioni di fatturato. In Italia continua a essere importante il pluralismo editoriale, con una parte di forte fatturato intercettata dalla piccola e media editoria”.

A proposito della metafora dell’essere in movimento, la piccola editoria ha questo come valore aggiunto? “Non vado per assoluti, ma posso dire che la piccola editoria è più votata alla sperimentazione e allo scouting; questo non significa che i grandi editori non lo facciano, ma i costi di gestione di una piccola casa editrice sono minori e ciò consente di sperimentare su titoli che hanno magari in prima uscita tirature più basse. I piccoli editori per sopravvivere devono fare ricerca”.

“Le fiere sono un’occasione di confronto tra editori e pubblico”

Proseguiamo chiedendo se le fiere si confermano come un servizio essenziale per l’editoria: “Da un punto di vista prettamente commerciale e di marketing sono di vitale importanza per la microeditoria”, spiega. “Se la fiera funziona, cosa che non si può dire di tutte, permette ai piccoli e ai microeditori di avere un saldo attivo dal punto di vista economico. Nella nostra fiera, ad esempio, si vendono sempre molti libri, e ciò consente agli editori che espongono di avere un riscontro positivo rispetto al loro investimento”.

Non manca un altro tassello fondamentale: “Le manifestazioni fieristiche sono un’occasione importante di incontro e confronto diretto tra editore e pubblico senza la mediazione dei distributori. Diventano inoltre l’opportunità per l’editore di cogliere suggerimenti dai lettori e capire quanto siano effettivamente apprezzate o meno le proprie scelte editoriali”.

La fiera si conferma così una voce fondamentale nel bilancio complessivo di una piccola casa editrice. La pandemia ha evidenziato questo aspetto: “È stato uno tsunami, la totale sospensione delle manifestazioni ha provocato un danno soprattutto alle piccolissime case editrici”.

“Una palestra per gli editori”: come le fiere aiutano i piccoli a sopravvivere

Dal 2002 – anno di nascita di “Più libri più liberi” – al 2021 sono passati quasi vent’anni: è cambiato il modo di fruire delle fiere da parte degli editori?

I cambiamenti sono stati tanti. Noi stessi come fiera abbiamo raggiunto l’obiettivo di avere un respiro nazionale restando al contempo focalizzati sulla piccola editoria: raro all’estero trovare progettualità di questo tipo. Gli editori invece hanno imparato a stare in fiera, per loro ha rappresentato una palestra. Hanno capito quali siano i libri da portare e anche quali autori presentare. Abbiamo la sensazione che abbiano migliorato anche la veste grafica dei loro libri, e questo sempre grazie al riscontro da parte del pubblico. La fiera è sempre più un’occasione importante di confronto per la comunità del libro. Noi abbiamo sin da subito lavorato affinché tutti gli editori si sentissero protagonisti senza differenze”.

Il confronto diventa così veicolo per concretizzare risultati importanti: “In fiera i lettori scoprono libri che in libreria avrebbero difficilmente trovato, e dopo l’incontro magari si fidelizzano alla casa editrice. Gli editori possono attivare progettualità con altri colleghi”.

In qualità di direttore di AIE ha un nodo al fazzoletto da sciogliere rispetto al lavoro che si sta facendo con la piccola editoria, qualcosa che vorrebbe fosse sviluppato? “Spesso nella piccola editoria la passione prevale sulle logiche economiche, ma non bisogna dimenticare che parliamo di imprese per le quali sono necessari due aspetti. Da un lato che si lavori sulla formazione, indispensabile per gli editori per affrontare un mercato sempre più competitivo; dall’altro che si concretizzino progetti collettivi. Per realtà piccole determinate iniziative si possono realizzare solo se si uniscono le forze: la nostra fiera è un esempio lampante con un’idea fantastica partita da piccoli editori e tramutata in realtà”.

Roma, Fiera “Più Libri Più liberi”.

Daniela Mena, fiera della Microeditoria di Chiari: “Vetrine strategiche anche per chi punta sul digitale”

Ha compiuto 18 anni, il primo vagito l’ha dato in presenza di Alda Merini, è definita la più grande manifestazione fieristica dei libri in Lombardia. È un curriculum fatto di tanti traguardi quello della fiera della Microeditoria di Chiari, sul territorio bresciano, eletta prima Capitale del Libro 2020 con riconoscimento alla microeditoria e alla produzione degli editori indipendenti.

L’organizzazione è a cura dell’associazione l’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari. Proprio nel 2020 la fiera ha dovuto saltare l’attesissimo appuntamento di novembre, che verrà recuperato il 26 e il 27 giugno. “Avremo gazebi all’aperto per garantire la sicurezza al 100%”, sottolinea Daniela Mena, direttrice artistica della fiera, appassionata di contaminazioni culturali e ideatrice del nome stesso.

Dal suo osservatorio ci illustra l’impatto che la fiera ha sui piccoli editori: “Rappresenta una vetrina strategica dal punto di vista della vendita, soprattutto per chi non riesce a reggere una distribuzione capillare; la dimostrazione è data dagli editori stessi, che ritornano l’edizione successiva. Inoltre è per loro un’occasione importante di fare talent scouting incontrando direttamente gli autori. Diversi di questi hanno trovato il proprio editore così”.

C’è un target di riferimento che ha colto rispetto alla vostra fiera? “Quando siamo partiti la maggior parte del pubblico proveniva dal Milano; poi negli anni è cresciuto in maniera significativa quello locale di Chiari, Brescia e Bergamo. Inoltre abbiamo coinvolto sempre più le scuole con convenzioni e stage, aumentando così la partecipazione del pubblico giovane”.

Riguardo ai cambiamenti intercettati in questi quasi 19 anni di attività, rivela: “L’altro aspetto importante è lo sviluppo del lavoro di rete con altre associazioni per noi ricco di soddisfazioni. Di solito infatti le fiere sono gestite da aziende o cooperative; nel nostro caso è guidata da un’associazione e la sinergia resta essenziale”. E aggiunge: “Nel tempo c’è stata una forte diffusione degli e-book, ed è interessante constatare come anche i piccoli editori che puntano la quasi totalità del loro catalogo sul digitale trovino riscontri fondamentali nelle fiere”.

Lampanti i riflessi positivi sul territorio: “La fiera porta vivacità e maggior indotto economico agli esercizi commerciali, perché chi vi partecipa mangia, pernotta e fa acquisti. È stata inoltre per noi l’occasione per mettere in luce la bellezza del centro medievale di Chiari, abbiamo fatto sinergia anche con le realtà museali locali”.

L’online nel 2020 l’ha fatta da padrone. Parlare di fiera online non è un ossimoro? “Concordo, la fiera ha senso solo se è in presenza, compreso il discorso vendite: se dal vivo vendi dieci libri, in online forse arrivi a uno. Lo scorso autunno abbiamo organizzato un semplice programma di incontri online giusto per mantenere continuità di rapporto con il pubblico e abbiamo dovuto convincere gli editori, che alla fine sono stati contenti: in due giorni abbiamo avuto diecimila visualizzazioni. È stato un modo per non cedere allo sconforto in attesa che finalmente si ritornasse alla presenza per respirare libri e incontri dal vivo”.