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Foggia fanalino di coda nella classifica nazionale: sicuri, sicuri?

Foggia fanalino di coda nella classifica nazionale: sicuri, sicuri?

La provincia di Foggia è ancora ultima nella classifica annuale sulla qualità della vita. Ma come si vive nel territorio maglia nera d'Italia? Diamo uno sguardo dall'interno.

Gianni di Bari

18 Dicembre 2020

A Foggia e in provincia la qualità della vita è la peggiore d’Italia, eppure da Foggia e provincia si emigra poco. Il tasso di disoccupazione è tra i più alti del Paese, eppure annualmente sono tante le imprese registrate in Camera di Commercio. La percentuale di laureati è tra le più basse, eppure l’università locale è tra i piccoli atenei più attrattivi d’Italia. Le competenze alfabetiche e matematiche sono mediocri o meno, eppure le scuole foggiane vincono i certamen.

Paradossi, reali o apparenti, che emergono dall’indagine sulla qualità della vita 2020 realizzata da Italia Oggi e l’Università La Sapienza di Roma, e sostanzialmente confermati dall’analogo e più dettagliato report curato da Il Sole 24Ore. La prima colloca l’intera Daunia all’ultimo posto tra le 107 province; l’altra la posiziona al centesimo gradino, suscitando un poco comprensibile sospiro di sollievo da parte delle istituzioni locali.

Perché la provincia di Foggia è maglia nera nella classifica sulla qualità della vita?

Foggia “è una città lenta”, sintetizza la docente universitaria Madia D’Onghia, dove “giochiamo con regole vecchie in un campo moderno”, prosegue il giovane imprenditore Luca Biscotti, e “agisce una criminalità pervasiva e feroce, ma non per questo possiamo arrenderci a non avere speranza e futuro”, chiosa la sindacalista Carla Costantino.

Prendendo in esame l’indagine di Italia Oggi, per la forza simbolica di quell’ultimo posto, nella sezione Affari e Lavoro, Foggia è 92°: ultima tra le province pugliesi, ma avanti a città del calibro di Reggio Calabria, Palermo, Napoli. Elaborando i dati Istat 2019, il tasso di occupazione è fissato al 40,65% e quello di disoccupazione al 20,80%, che s’impenna al 55,34% per chi ha da 15 a 24 anni. Al contrario, le imprese registrate per 1.000 abitanti sono 109,93 (28° posto in Italia) e quelle cessate 6,85 ogni 100 aziende attive (55° posto).

Dati che si spiegano con la carenza di unastrategia d’insieme”, afferma la segretaria generale della CISL foggiana Carla Costantino, “di una visione indispensabile a rendere davvero produttivi gli investimenti privati e pubblici, sostenuti con i fondi europei e il Contratto Istituzionale”. Gap a cui fa da contraltare “una micro imprenditorialità diffusa in settori tradizionali quali il commercio e l’agricoltura”, spiega il presidente della Camera di Commercio Damiano Gelsomino, utile a “contrastare la carenza di occupazione stabile”, pur se “rende meno forte l’impatto nelle dinamiche macro economiche di sviluppo territoriale”.

Se il lavoro non aiuta i giovani: contratti non rispettati, scarso accesso al credito

Un tasso così elevato di disoccupazione giovanile si spiega con il “mancato rispetto dei contratti diffuso un po’ in tutti i settori, perché il costo del lavoro è ancora il fattore principale di competitività aziendale”, commenta Alfredo Romagno, segretario provinciale di NIdiL-CGIL, che aggiunge: “Piuttosto che accettare proposte indecenti, i giovani formati o laureati preferiscono appoggiarsi alla famiglia”.

Un sistema che è anche poco innovativo, a guardare il 93° posto ottenuto per numero di startup e PMI innovative su 100.000 imprese registrate: 63,23 con un netto peggioramento tra il 2020 e il 2019.

“Siamo più scoraggiati che in passato”, commenta il giovane imprenditore del vino Luca Biscotti, “e scontiamo l’elevata mortalità dei progetti d’impresa nel campo digitale. Però è innegabile che non siamo sostenuti da un sistema del credito capace di scommettere sul futuro e di fornire i mezzi necessari allo sviluppo su mercati sempre più competitivi”.

Da Foggia fuggono in pochi. Formazione, dati paradossali: il sistema lavoro non la sostiene

Chi osserva questo spaccato di realtà immagina che da Foggia e dalla sua provincia si emigri in massa. Invece no: su 1.000 residenti, sono 20,32 quelli che rompono i ponti con la terra d’origine; un terzo in meno degli emigrati da Pordenone, prima per qualità della vita secondo Italia Oggi.

I giovani sono stanziali”, afferma l’operatore del sociale e criminologo Tommaso Pasqua, “perché le radici li bloccano, e regge ancora la dinamica dell’attaccamento affettivo al sistema famiglia: unico vero welfare per gli stessi giovani”. Una dinamica che riguarda soprattutto “chi ha poca cultura; chi ha sapere va via e trova soddisfazione sociale e integrazione lavorativa”. Sono pochi gli emigrati e pochi gli immigrati: 15,48 ogni 1.000 residenti, al netto di clandestini e stagionali. Per alcuni potrebbe essere una buona notizia, per altri la conferma che, conclude Pasqua, “la nostra è una terra arida e senza garanzie lavorative e di alloggio”.

La formazione non offre un quadro migliore, e meno paradossale, di quello relativo al mercato del lavoro: tra i residenti di età compresa tra 25 e 64 anni in Capitanata il 47% è in possesso di un diploma d’istruzione secondaria (103° posto) e il 4,60% partecipa a programmi di formazione continua (98°). Il tasso si riduce al 17,30% se si osserva chi ha una laurea o un altro titolo terziario tra chi ha dai 25 ai 39 anni (104°).

Eppure “le scuole s’impegnano moltissimo sul fronte della qualità, come dimostrano decine di partecipazioni e vittorie a certamen culturali e contest scolastici”, è stato rilevato dall’Ufficio Scolastico Provinciale in un recente evento pubblico. A tirare in basso le statistiche è, dunque, l’agire in un “tessuto sociale, culturale, economico atavicamente deprivato, segnato dalla persistente carenza di relazioni tra scuole e imprese”.

Ulteriore aggravante è la “diffusione del lavoro nero”: ciò determina “il disvalore del diploma, del ‘pezzo di carta’”. Detto altrimenti: meglio iniziare a lavorare subito piuttosto che perdere tempo a scuola. Ciò vale a maggior ragione nei contesti “a forte vocazione agricola” quali sono ampie aree della provincia di Foggia. Un segnale in controtendenza arriva dall’aumento dei corsi serali per adulti: “Persone che cercano una seconda opportunità scolastica e animano un follow up davvero incoraggiante”.

Università di Foggia, buoni risultati nonostante tutto. Ma il territorio è degradato: aumentano i suicidi

Altrettanto incoraggiante è il risultato ottenuto di recente dall’Università degli Studi di Foggia: 3.810 iscritti all’anno accademico 2020/21 con un +26,28% rispetto a quello precedente e il quinto posto in Italia per immatricolazioni tra i piccoli atenei. Diventano, così, 11.174 gli universitari, di cui 2.562 residenti nel capoluogo e 2.546 fuori corso.

L’anno accademico 2019/20, però, non ha brillato per numero dei laureati: 1.226 a fronte dei 1.957 del 2018/19. Come per i diplomati, sulla ridotta percentuale di laureati registrata dall’indagine di Italia Oggi pesa “un fortissimo problema di dialogo tra mondo accademico e sistema economico”, afferma la professoressa Madia D’Onghia. Sono anni che “attendiamo la svolta che ci saremmo aspettati e che non c’è ancora stata: il territorio offre scarsissime opportunità lavorative e l’università paga questo scotto”.

Foggia e la Capitanata si confermano terra di paradossi anche da questo osservatorio: “Si fa grande fatica a innovare e ad aprirsi all’esterno; degrado assoluto e straordinarie eccellenze convivono a pochissima distanza tra loro”. È il caso dei ghetti abusivi, popolati da immigrati regolari e irregolari, piantati nel mezzo di uno tra gli agri più produttivi d’Europa.

I sindacati invocano un “patto sociale per la Capitanata: una grande alleanza tra imprenditori, istituzioni e forze sociali per definire e raggiungere obiettivi di sviluppo convergenti”. Intanto si iniziano a fare i conti con le diseguaglianze e le povertà accentuate dalla pandemia, che ha colpito l’area foggiana più che altrove in Puglia, avendo sullo sfondo l’incremento dei suicidi: 5,58 ogni 100.000 abitanti nel 2017. È l’equivalente di un terzo della ricca Belluno, ultima in questa tragica classifica, ed è l’effetto “della maggiore problematicità e vulnerabilità del nostro contesto”, annota la psicologa Amalia Quotta: “La perdita di senso della comunità, aggravata dal distacco tra piazze reali e virtuali, agisce con maggiore gravità in un contesto povero di strumenti culturali e sociali, che fatica a riconoscere il malessere esistenziale”.

Photo credits: www.restoalsud.it