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Gli aiuti non sono per tutti: concessionari a secco, FCA chiede e ottiene

Gli aiuti non sono per tutti: concessionari a secco, FCA chiede e ottiene

La metà dei concessionari non ha ancora visto un euro: "Il governo mantenga le promesse". Nel frattempo, FCA passa all'incasso.

Bruno Perini

12 Giugno 2020

Da nord a sud lo dicono ad alta voce: non c’è soltanto FCA, ci siamo anche noi. L’urlo disperato arriva dai concessionari di auto che, a seguito del lockdown, hanno perso dal 60 all’80% del fatturato.

In effetti se si prova a entrare in qualsiasi concessionaria si trova il deserto. Se poi il venditore ti vede girare tra le auto si affretta ad avvicinarti e ti circuisce come fossi una bella donna. Nel mese di aprile l’auto, indicatore dell’economia italiana, ha toccato il fondo con una perdita del 97% rispetto al mese di aprile dell’anno precedente. “Siamo assetati di liquidità”, ci dice Carlo Vitelli, responsabile di una grossa concessionaria nel centro Italia. “Qui i soldi non arrivano, il governo deve mantenere le promesse”, ci spiega Tony Fassina, dominus dell’omonima concessionaria in Lombardia e in Veneto.

 

La crisi dei concessionari auto e l’ombra di un futuro ancora più gramo

Sul fronte del lavoro poi siamo sull’orlo del baratro. Per il momento il tracollo è attutito dalla cassa integrazione, arrivata con grande ritardo, ma alla fine di agosto l’incubo della disoccupazione di massa potrebbe diventare una realtà e travolgere non soltanto il settore auto, ma il fittissimo indotto che gira attorno alle quattro ruote. Un crollo mai visto, che non ha paragoni con il passato, neppure con la drammatica crisi petrolifera che negli anni Settanta colpì il settore.

Il quadro viene dipinto da Michele Crisci, presidente UNRAE, (Unione Nazionale Rappresentanti Autoveicoli Esteri), e Gianluca Italia, amministratore delegato della concessionaria Overdrive. “È una storia che non ha precedenti da quando è nata l’industria dell’auto”, afferma Michele Crisci in un video diffuso dalla Gazzetta dello Sport. Aggiunge nello stesso video Gianluca Italia: “Si parla di stimolare la domanda per ricominciare a vendere. Ma la nostra categoria ha bisogno di sopravvivere. Servono azioni di pronto soccorso. Se non salviamo le nostre aziende, e lo dobbiamo fare ieri, è inutile ricominciare a produrre macchine, fare rottamazioni o cose di questo tipo”.

L’allarme liquidità, come è ovvio, ha toccato i vertici di tutte le società automobilistiche del mondo, non esclusa la FCA Italy, che come è noto ha chiesto a Intesa San Paolo un prestito di 6,3 miliardi di euro garantito dalla SACE, società della Cassa Depositi e Prestiti. Ma mentre il colosso italoamericano, malgrado abbia la sede fiscale e legale all’estero, ha ottenuto senza troppi cavilli burocratici l’ok del Ministero del Tesoro, che dovrebbe in questi giorni firmare le carte bollate della garanzia, centinaia di concessionarie aspettano ancora un segnale finanziario per poter sopravvivere.

 

I concessionari auto: “Liquidità, e in fretta. Con FCA due pesi e due misure”

Carlo Vitelli, responsabile di una concessionaria di un grande marca automobilistica straniera nel centro Italia, ci racconta nel dettaglio cosa sta accadendo e perché non c’è da stare allegri. “Il settore dell’auto era in sofferenza già prima della pandemia. Ora siamo fermi e non si vedono prospettive. La crisi ha colpito l’80% del nostro fatturato, ma la cosa che ci fa arrabbiare è che ancora una volta si usano due pesi e due misure: i grandi gruppi come FCA sono passati per la porta principale del credito, mentre noi stiamo ancora mettendo insieme la complicatissima documentazione che ci viene richiesta dagli istituti di credito per piatire un prestito spesso respinto dalle banche stesse”.

Quali sono i punti più critici del crollo di vendite che state registrando? “Alla base del crollo delle vendite c’è l’incertezza delle persone. Le faccio un esempio: io avevo un cliente con un lavoro a tempo indeterminato che aveva deciso di acquistare un’auto. Quando è esplosa la pandemia quel signore è andato in cassa integrazione e ha dovuto rinunciare all’acquisto anche, perché nessuna finanziaria avrebbe fatto credito a un cassaintegrato. Ha capito che beffa? Nel giro di qualche giorno a quel signore è cambiata la vita. Di casi come questo ce ne sono a migliaia. D’altronde basta guardare i numeri: l’anno scorso vendevamo 220 auto al mese, nei mesi di lockdown ne abbiamo vendute 59. Io credo che forse si riprenderà a settembre o ottobre. Nessuno acquista in estate, soprattutto ora”.

E i dipendenti della concessionaria? “Eravamo in 7 venditori; ora siamo in 2”. Cosa chiedete al governo e alle banche? “Una cosa soltanto: liquidità, e in fretta. Altrimenti non ce la facciamo. Alcune banche sono riuscite a liquidare velocemente, ma mi risulta che ci sono banche, come ad esempio Unicredit, che sono lente a erogare prestiti. Per fortuna c’è un 20% di clienti che ha deciso di acquistare auto a tempo: dopo tre anni l’acquirente può decidere se dismettere quell’auto o acquistarne una nuova”.

 

Il concessionario Fassina: “I soldi non arrivano, il 50% di noi non ha visto un euro. Il governo mantenga le promesse”

Quando ci sentiamo per telefono Tony Fassina, numero uno del gruppo Fassina Concessionarie, (400 milioni di fatturato), tuona: “Nel breve è necessario che il governo mantenga le promesse”. Perché, non le sta mantenendo? “Direi proprio di no. I soldi non arrivano. Il 50% della rete sul territorio nazionale non ha visto ancora un euro. E poi dovrebbero mettere più quattrini nella rottamazione. In Francia ci hanno messo 8 miliardi, in Italia 600 milioni. La rottamazione è per il momento l’unica strada che ci potrebbe consentire di ripartire: si eliminerebbero gli stock e si aumenterebbe il fatturato”.

Ma altri concessionari ci raccontano che c’è un sacco di gente che ha rinunciato ad acquistare un’auto. “Sì, è vero, ma se a un cliente dai 2.000 euro per la sua vecchia auto forse si decide a cambiare. E poi c’è bisogno dei crediti agevolati, se no non si riparte. Guardi che io non parlo per il mio gruppo: noi non abbiamo bisogno di liquidità perché siamo molto capitalizzati, ma ci sono concessionari che ne hanno bisogno”.

Ma i suoi colleghi o concorrenti mi dicono che le banche li trattano male, pretendono un’infinità di documenti come se non si fosse in emergenza. “Questo dipende dal fatto che alle banche non hanno dato lo scudo penale, e quindi le banche non vogliono prendersi tutta la responsabilità di eventuali prestiti andati male”. Ma voi ce l’avete lo smart working? “Per come la penso io da noi non funziona. Il venditore ha bisogno del contatto con il cliente: non può vendere un auto via computer”.

 

 

Photo credits: carblogitalia.it