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Guardie mediche: i jolly privati sfruttati dalla sanità pubblica

Guardie mediche: i jolly privati sfruttati dalla sanità pubblica

Studiare Medicina non è una garanzia di lavoro: i precari della sanità sono parecchi e faticano a inserirsi nel SSN. Diamo voce a diverse associazioni che si occupano della categoria.

Monia Orazi

28 Gennaio 2021

Sono i jolly del sistema sanitario nazionale, nel settore delle cure primarie e dell’assistenza territoriale: i medici di continuità assistenziale, che lavorano quando gli altri camici bianchi sono a riposo per le festività o il fine settimana. Retribuiti con 22 euro e 46 centesimi lordi orari, subiscono la ritenuta fiscale alla fonte, ma per tutto il resto sono liberi professionisti senza tutele: niente tredicesima, niente ferie, niente trattamento di fine rapporto; nemmeno i benefici della legge 104 in caso di infermità grave. Non sono classificati tra i lavori usuranti.

I camici grigi e quel tempo determinato che allontana l’assunzione

Per alcuni è una condizione di passaggio, per altri diventa una costante nella carriera, condannati al precariato dall’essere quei camici grigi che non sono rientrati nel corso di formazione in medicina generale.

Spiega Andrea Franco Colombo, 40 anni, medico di continuità assistenziale da sei anni e coordinatore della postazione di Bollate (Milano): “Facciamo continuità assistenziale da una parte come un qualcosa di passaggio, dall’altra come un servizio che siamo tenuti a garantire. Siamo semplici incaricati a partita Iva, sia chi lo fa per un anno che per dieci. È un incarico a tempo determinato che si rinnova di anno in anno, in base ad un concorso pubblico. Ci sono spesso proroghe”.

“Chi lavora come libero professionista per due anni e mezzo deve essere assunto, ma fanno sempre avvisi di assunzione a tempo determinato, non tenuti ad assumere. Il nostro servizio è pensato per la sera e le festività: io ho fatto il turno della notte di Natale, Santo Stefano e vigilia, quando si lavora di più. Non si pretende di stare un mese a casa in agosto, ma un minimo di considerazione.”

La situazione lavorativa dei precari della sanità

Gli fa eco il dottor Nicola Peluso, ventiseienne medico in formazione in medicina generale, più volte sceso in piazza negli ultimi mesi per protestare contro le condizioni del precariato in sanità: “In sostanza gran parte della medicina del territorio, assistenza primaria, continuità assistenziale, servizi di emergenza, RSA e comunità varie e, in questa condizione di pandemia, le unità speciali di continuità assistenziale, fa uso di manodopera precaria e che non ha terminato la propria formazione, i cosiddetti camici grigi. Ciò è particolarmente vero nei contesti di provincia”.

“Questa situazione è frutto della scarsa programmazione della formazione medica, anche perché in tutti i servizi mediati dal SSN il personale pienamente formato ha la precedenza sui camici grigi, e l’utilizzo degli stessi è quindi un segno di carenza. In questo quadro i camici grigi vivono una condizione di precarietà e di competitività che è funzionale a renderli una forza lavoro perennemente disponibile a coprire i buchi lasciati dall’errata programmazione di formazione e assunzione di personale sanitario adeguato. È esperienza comune per molt* di noi lavorare un giorno in continuità assistenziale, una notte in guardia notturna in una RSA, poi di nuovo sostituire un medico di medicina generale o un pediatra di libera scelta, sapendo che rifiutarsi di assumere un incarico può essere causa in futuro di difficoltà nel reperire lavoro. Allo stesso tempo però non abbiamo nessuna garanzia sul futuro, e quindi possiamo passare in poco tempo da periodi di attività frenetica a periodi di attività (e conseguente reddito) scarsa o nulla.”

“Va detto che le situazioni che viviamo sono distribuite in maniera diversa sul territorio nazionale. Le costanti però sono il precariato, un carico di lavoro spesso eccessivo (la continuità assistenziale prevede turni di dodici ore, che talvolta possono essere prolungati), ed essendo formalmente delle e dei liberi professionisti, scarse o nulle tutele per quello che riguarda eventualità quali infortuni, malattie o gravidanze, ma anche nessun controllo sul carico di lavoro effettivo che ci troviamo a svolgere”.

A Napoli il dottor Raffaele Lanzano, 34 anni, si batte con un’associazione che porta il nome della categoria dei camici grigi, a suon di ricorsi e battaglie nel mondo politico: “Queste condizioni sono vissute da tutti quei medici precari che, in attesa di accedere alla scuola di specializzazione, lavorano esclusivamente con contratti in regime di libera professione all’interno di strutture private accreditate dal Servizio Sanitario Nazionale. Questi colleghi sono davvero sottopagati rispetto al carico di lavoro al quale sono sottoposti, per non parlare poi delle grandi responsabilità professionali. Alcuni di essi ricevono addirittura tra i 10 e i 15 euro lordi l’ora, con tasse da pagare allo Stato (Irpef) e agli Enti Previdenziali (Enpam) che si aggirano complessivamente intorno al 40% del lordo. Il problema di fondo è quindi duplice: tasse troppo elevate e assenza di un equo compenso, quest’ultimo che andrebbe stabilito quanto prima al fine di tutelare la dignità della classe medica”.

“Il corso di formazione in medicina generale è un fallimento, ma non vogliono ammetterlo”

La pandemia che sta vedendo la classe medica in prima fila e i medici della continuità assistenziale a coprire i turni nelle USCA (le unità speciali di continuità assistenziale) nell’emergenza territoriale e nelle sostituzioni, li sta spingendo a fare massa critica e a rivendicare tutele riconosciute ad altri colleghi, rientrati sotto l’ombrello del corso di formazione in medicina generale.

Il dottor Colombo ha pubblicato una serie di petizioni per rivendicare i diritti dei medici di continuità assistenziale: “La petizione è scattata per chiedere un minimo di riconoscimento, riconoscendo punteggio in graduatoria per chi presta servizio da diversi anni. La graduatoria è suddivisa in tre fasce: la prima per chi ha terminato il corso di specializzazione in medicina generale, la seconda per coloro che stanno frequentando il corso e specializzandi, la terza per i camici grigi. La beffa è che chi rientra nel corso di formazione in medicina generale è tenuto a frequentare e percepisce una borsa di 900 euro, che è la metà di quello che prendono gli specializzandi; dunque per mantenersi svolge incarichi di continuità assistenziale non riuscendo a garantire le 24 ore”.

“La cittadinanza ritiene fondamentale il servizio di guardia medica, firma le petizioni. Sono i medici di continuità assistenziale a mandare avanti la baracca: sono chiamati come sostituzioni a lungo termine, dall’ATS (Agenzia Tutela Salute) siamo chiamati quando serve, sopperiamo a tante necessità. Chi terminava il corso di formazione in medicina generale prima doveva attendere un anno per poter aprire lo studio; adesso li buttano dentro dal primo anno, dando la possibilità di avere fino a 650 pazienti. Li buttano dentro alla disperata

perché devono mantenere quell’aura al corso di formazione di medicina generale, di cui hanno sbagliato conti e accessi: non si vuole ammettere il fallimento del corso di formazione in medicina generale, è un totem per alcune parti politiche. Non si vuole ammettere che occorre riformarlo alla base, privilegiando l’aspetto pratico.”

Le richieste delle associazioni che tutelano i medici precari

La necessità di cambiare le cose viene denunciata da Nicola Pelusi, che si batte nelle piazze con l’associazione “Chi si cura di te”: “L’unico modo per uscire da questa condizione è intraprendere un percorso di formazione nell’ambito della medicina generale o specialistica, che una volta terminato consente di assumere un ruolo stabile nel servizio sanitario nazionale. Ci sono medici che hanno vissuto in questo limbo anche per decenni, talvolta tutta la loro vita professionale si è svolta secondo queste modalità, in condizioni che quindi difficilmente consentono di mantenere entusiasmo e passione, oltre che fortemente usuranti”.

“Va segnalato comunque come durante i percorsi di formazione medica gli specializzandi e le specializzande vivono condizioni lavorative non dignitose legate a un inquadramento contrattuale di tipo studentesco, più che lavorativo. Come associazione riteniamo che la figura del camice grigio non possa continuare a essere la base su cui si costruisce la medicina del territorio, non solo per noi ma soprattutto per la popolazione, che ha bisogno di medici adeguatamente formati in un ambito di gestione della salute che sarà sempre più fondamentale col passare del tempo.”

“Pensiamo che ciò richieda investimenti epocali in formazione e assunzione allo scopo di ricostruire un SSN che risponda ai bisogni di salute della collettività. Quello che chiediamo, per la nostra dignità e per il bene delle comunità in cui viviamo, è che venga garantito il diritto alla formazione del personale medico con l’abolizione dell’imbuto formativo; che venga stabilizzato quel personale che ha dimostrato sul campo per decenni di svolgere un ruolo fondamentale nella medicina del territorio; che il contratto della formazione medica venga totalmente riscritto, e ci garantisca tutte le tutele e i diritti che qualsiasi lavoratore o lavoratrice ha, inclusa una rappresentanza sindacale vera e che risponda a noi.”

Il quadro legislativo dei precari della sanità

L’attuale situazione legislativa ingabbia nella continuità assistenziale e nell’emergenza sanitaria territoriale oltre settemila medici precari. Molti di loro sono stati esclusi dai percorsi di stabilizzazione.

A fare luce sul corto circuito di leggi è il dottor Francesco Lanzano, presidente dell’associazione “Camici grigi”: “Il tema della stabilizzazione dei medici precari è molto più complesso di quanto si possa pensare, soprattutto perché ci sono troppi vincoli di legge ostativi al riconoscimento di tale diritto. L’attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato è avvenuta con l’emanazione del decreto legislativo 6 settembre 2001, n.368. Con la legge 24 dicembre 2007, n. 247, all’articolo 5 del decreto suddetto si aggiunge il comma 4-bis, nel cui testo si rileva che ‘qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro fra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i trentasei mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto e l’altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato’”.

Il problema si supera con assunzioni solo a tempo determinato, continua Lanzano: “Purtroppo con il decreto-legge 13 settembre 2012, n.158, si ha l’aggiunta ulteriore all’articolo 5 del comma 4-ter, con il quale l’intero personale sanitario viene escluso da tale diritto alla stabilizzazione. A rafforzare quanto deciso dal legislatore è stata la sentenza del tribunale del lavoro di Trani, n. 1528 del 26 ottobre 2015, nella quale si rilevano testuali parole: ‘I precari della sanità che hanno titolo per richiedere che il loro rapporto sia considerato a tempo indeterminato sono solo quelli che hanno maturato i trentasei mesi di lavoro entro il 13/9/2012’.”

“Poi subentra il decreto legislativo 15 giugno 2015, n.81 (Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni) nel cui articolo 55 risultano abrogate diverse disposizioni di legge, tra le quali proprio il decreto legislativo 6 settembre 2001, n.368. Con questo ulteriore provvedimento è stato dato il via libera senza alcun limite allo sfruttamento del precariato, al fine di garantire la continuità del servizio in tutti i settori della pubblica amministrazione e senza alcuna garanzia alla stabilizzazione”.

La questione del dl Madia: “Altro che salvezza”

Lanzano poi ricorda che grazie al decreto-legge Madia sul superamento del precariato nelle pubbliche amministrazioni si potrebbero assumere medici che abbiano maturato almeno tre anni di servizio nella pubblica amministrazione, ma c’è sempre un imprevisto in agguato: “L’articolo 1 comma 8 del ‘dl Milleproroghe’ (decreto-legge n.183 del 31 dicembre 2020) ha prorogato l’articolo 20 del dl Madia, con la possibilità di maturare i requisiti fino al 31 dicembre 2021. Ma va precisato che i medici in questione, che hanno il diritto alla stabilizzazione, sono coloro che già possiedono il titolo postlaurea e che sono stati assunti a tempo determinato in qualità di ‘medici specialisti’ all’interno della pubblica amministrazione”.

“Quindi parlare del dl Madia come se fosse la salvezza dei medici precari risulta alquanto ambiguo, e soprattutto paradossale nei confronti dei camici grigi che sono stati sfruttati per anni dalle aziende sanitarie locali e senza alcun titolo postlaurea. Questo pur di garantire il prosieguo della rete dei servizi dell’intera medicina territoriale, nel cui contesto si richiede in primis il possesso del corso di formazione specifica in medicina generale. Di conseguenza, i medici che hanno lavorato negli ultimi dieci anni con incarichi provvisori nell’ambito di tutte le discipline della medicina generale non possono usufruire del diritto alla stabilizzazione.”

“Le regioni si sono opposte al riconoscimento dei diritti per i medici precari”

Lanzano ricorda anche la sentenza della terza sezione del Consiglio di Stato (n.2616/2019), “con la quale il giudice amministrativo respinge il ricorso proposto da due medici che hanno chiesto il riconoscimento dell’attività lavorativa svolta in sostituzione del titolo (corso di formazione specifica in medicina generale). In tutta questa triste faccenda è subentrata la legge n.60 del 25/06/2019 (ex decreto-legge Calabria), il cui articolo 12 comma 3 avrebbe permesso l’accesso al corso di medicina generale ‘senza borsa’ a migliaia di medici che hanno lavorato proprio in questi ultimi dieci anni per almeno ventiquattro mesi con incarichi provvisori. Le regioni, senza alcuna motivazione logica, hanno deciso di ridurre di 2/3 i posti messi a bando, costringendoci ad avviare ricorsi in tutta Italia, ottenendo ordinanze positive al Tar Lazio e al Consiglio di Stato”.

In realtà l’imbuto formativo deriva dai fondi messi a disposizione dallo Stato, rileva Lanzano: “La causa reale dell’imbuto formativo è stata il mancato stanziamento dei fondi per il finanziamento dei contratti con borsa, sia per le scuole di specializzazione, sia per il corso di formazione specifica in medicina generale. Dobbiamo però constatare con grande dispiacere che le regioni, per motivi o interessi a noi sconosciuti, si sono opposte duramente al riconoscimento dei diritti dei camici grigi che hanno sorretto per anni l’intero servizio sanitario nazionale.

“Hanno ridotto i posti per l’accesso al corso di specializzazione in medicina generale ‘senza borsa’ secondo il decreto-legge Calabria da 2.000 a 666 per ciascun triennio fino al 2021, ma i ricorsi che abbiamo depositato in nove regioni hanno dimostrato la natura paradossale di tale provvedimento, e sono state emesse ordinanze positive dal Tar Lazio e dal Consiglio di Stato, che hanno consentito l’iscrizione al corso di tanti colleghi. Abbiamo vinto un ricorso al Tar Sicilia nel quale abbiamo impugnato una circolare del Ministero della Salute, consentendo la conservazione degli incarichi convenzionali a tutti coloro che si sono iscritti al corso di medicina generale e garantendo di conseguenza la continuità dei servizi della medicina territoriale su tutto il territorio nazionale. Le regioni hanno inoltre stabilito la sussistenza di incompatibilità tra l’esercizio dell’attività libero professionale e la frequenza del corso di medicina generale ‘senza borsa’ secondo decreto-legge Calabria.”

Le prime vittorie dei camici grigi e le loro richieste

Le battaglie dell’associazione “Camici grigi” vanno avanti a suon di ricorsi e iniziano ad arrivare le prime vittorie, chiarisce Lanzano: “A tal riguardo abbiamo ottenuto le prime ordinanze positive al Tar Veneto e siamo in attesa dei risultati in altre regioni, ma va sottolineato quanto tutto ciò sia un atto di gravissima discriminazione nei confronti dei camici grigi, e ancor più grave è stata la totale assenza dei nostri rappresentanti istituzionali, i quali non hanno mai speso una parola a tal riguardo”.

“In conclusione chiediamo al governo: di cambiare il testo dell’articolo 12 comma 3 della legge n.60 del 25/06/2019 (ex dl Calabria) con riconoscimento del diritto acquisito di accesso al corso di medicina generale ‘senza borsa’ per tutti coloro che abbiano maturato i requisiti previsti dalla legge suddetta, ovvero i ventiquattro mesi di incarichi convenzionali e l’idoneità al concorso medico di medicina generale nei dieci anni antecedenti al 31 dicembre 2021; chiediamo che venga ridotta la durata del corso di formazione da tre a due anni secondo quanto disposto dall’articolo 28 della direttiva europea 36 del 2005; chiediamo sia data dignità a tutti i medici che hanno conseguito il corso di emergenza sanitaria territoriale-118, riconoscendo loro il diritto di accedere alle carenze con contratto di lavoro a tempo indeterminato; di considerare un eventuale provvedimento legislativo per la stabilizzazione dei camici grigi che abbiano lavorato a tempo determinato per almeno trentasei mesi, senza il corso di formazione in medicina generale, in tutte le discipline rientranti nell’accordo collettivo nazionale.”

In copertina, la protesta dell’associazione “Chi si cura di te”