Il modello era veneto, il finanziamento era pubblico

Il favoleggiato modello veneto, vanto della locomotiva economica italiana, si basa in gran parte su fondi pubblici. I ricavi, però, sono spesso esigui.

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La mitologica “locomotiva” – nel Veneto, cuore del Nord Est – a ben guardare si rivela tutt’altro che simbolo del fai da te imprenditoriale e della totale libertà dallo Stato.

L’immagine costruita in decenni di buona stampa con opinionisti a libro paga è clamorosamente evaporata, insieme alla storica cassaforte “bianca” di Vicenza e alla banca della Marca post-industriale. Ma non basta, se davvero si vuol scandagliare un sistema che restituisce soprattutto la dipendenza dal denaro di tutti.

 

Modello veneto: vizi privati e pubbliche virtù

Macroscopico il caso dell’agricolturaassistita”. Il Piano di Sviluppo Rurale gestito dalla Regione Veneto per il periodo 2014-2020 possiede una dotazione che parla da sola: un miliardo 169 milioni 25.974 euro e 3 cent. È la somma dei finanziamenti europei, delle risorse stanziate a Roma e dei contributi nel bilancio regionale. Il campo primario dell’economia veneta, di fatto, è coltivato dal sostegno istituzionale.

Del resto, la giunta del governatore Luca Zaia contabilizza nel triennio 2016-2018 la massiccia programmazione di Veneto motore d’Europa, il Programma operativo regionale per la gestione del Fondo europeo di sviluppo regionale. Il dettaglio è impressionante: 20 milioni più 8 regionali al sostegno agli investimenti alle imprese della manifattura e artigianato di servizi; 11 milioni più 5 per gli investimenti alle imprese del commercio; 14 milioni per le startup di tutti i settori produttivi; 24 milioni per l’efficientamento energetico delle Pmi; 470 mila euro per la partecipazione a programmi interregionali di cooperazione transazionale per l’artigianato artistico e per la formazione.

Non basta, perché la Regione ha stanziato 20 milioni per lo sviluppo del sistema artigiano, 5 milioni per l’imprenditoria femminile, 330 mila euro destinati alla formazione nelle Pmi e 150 mila alla tutela dei marchi regionali. L’elenco della “mano pubblicanell’economia veneta comprende poi 1,7 milioni ai distretti del commercio (che dovrebbero diventare 3 nel nuovo bando 2019) e altri 1,2 milioni destinati al consumo (sicurezza dei prodotti e lotta alla contraffazione).

E spulciando nell’ultimo bilancio di Veneto Sviluppo si scopre che nel 2016 la Finanziaria regionale – d’intesa con la Federazione veneta delle Banche di credito cooperativo – ha indirizzato 24 milioni di “minibond” alle imprese. Oppure che nel corso del 2017 sono state 14.320 le aziende che hanno beneficiato di garanzie creditizie per quasi 1,5 miliardi.

 

I motori dell’economia veneta

«Dietro le quinte del “modello veneto di sviluppo” si è sempre annidato un formidabile contributo in termini di finanziamenti. Se negli anni Cinquanta e Sessanta l’apporto statale (con sgravi fiscali e prestiti a fondo perduto) ha costituito il motorino di avviamento del boom economico, negli ultimi vent’anni è grazie all’indotto delle amministrazioni pubbliche che l’apparato economico si regge, costituendosi quindi come un motorino di sostentamento», commenta Devi Sacchetto, professore associato di Sociologia del lavoro all’Università di Padova.

«Solo per citare gli esempi più eclatanti, infrastrutture come il Passante o il Mose, le centinaia di iniziative sostenute dal Fondo sociale europeo, i corsi di formazione per le più svariate esigenze, il flusso di contributi all’agricoltura. Insomma la capacità di stare sul mercato degli imprenditori veneti mi pare passi tuttora proprio attraverso la “mano pubblica”. Dunque, al di là dell’enfasi retorica sul Nord Est occorre fare i conti, fino in fondo, con una realtà ben diversa».

Nel Duemila il modello veneto ha continuato a oscillare fra i paradossi. Legaland più o meno serenissima, comunque in perfetta continuità con l’eterna mediazione ereditata dalla DC dorotea. È il Veneto che strepita sulla sicurezza e nutre fobie razziste, eppure ormai dipende dal lavoro straniero. Il leggendario fai da te, appunto, è il più classico assistenzialismo: corsi di formazione, progetti, ristrutturazioni, linee di credito, tutto grazie al pubblico (Europa compresa).

In buona sostanza, la mitopoiesi del popolo delle partite Iva si traduce nei padroncini della logistica infernale, artigiani dei semilavorati, posatori d’opera in subappalto, commercianti di nicchia, contoterzisti marginali, spazzini di scorie, coltivatori di contributi europei, concessionari di simboli, immobiliaristi di paese. La vera novità, semmai, sono le “multinazionali tascabili”; aziende mediamente piccole (intorno ai cento addetti) che sconfinano con un’architettura d’impresa flessibile quanto indipendente dalla produzione made in Veneto. Marchi resuscitati con profitto; brevetti da destinare oltreoceano; merce quotata in borsa; loft invece di capannoni.

 

Università e sanità alla testa della locomotiva

Nessuno ha il coraggio di ammetterlo, tuttavia è un fatto incontrovertibile. Le vere, uniche “Grandi Fabbriche” del Veneto sono soltanto le università (Padova, Venezia e Verona) e la sanità (68 ospedali con oltre 17 mila posti letto). E addetti, valore della produzione e indotto incomparabili con l’economia privata.

Bankitalia certifica in 9,4 miliardi la spesa sostenuta nel 2016 dalle strutture sanitarie venete (che occupano oltre 60 mila dipendenti, di cui poco meno di 8 mila medici). Lo stesso bollettino pubblicato il 14 giugno scorso conteneva una sintomatica spia dell’economia regionale: la cifra di 81.980 milioni di prestiti bancari alle imprese private durante il 2017 con 16.289 milioni di sofferenze.

Resta ai margini dell’iconografia mediatica anche la logistica, che in Veneto ha assunto spesso contorni da zona grigia, fra consorzi di coop fuori controllo, illegalità amministrative e lavoro in schiavitù. Lo testimoniano inchieste (con patteggiamenti strategici) e processi (magari annullati per vizi territoriali): il sistema della sussidiarietà ha cannibalizzato territorio, risorse e perfino hub pubblici in nome delle merci e a danno di tutti. Alberto Nerazzini lo ha raccontato mirabilmente nella puntata di Report del 18 dicembre 2017.

Di nuovo, facciata e dietro le quinte. Statistiche di comunicazione istituzionale e analisi disincantate. Una medaglia sul petto d’orgoglio e l’altra faccia nascosta per la vergogna.

 

La corruzione dell’urbanistica

Unioncamere scatta dall’interno la radiografia del sistema economico. Il Veneto conta 488.226 imprese registrate, ma con 1.017 fallimenti e concordati più 7.374 liquidazioni di società. Per il 35% sono votate al terziario, ai servizi sanitari e all’assistenza sociale: cioè proprio i comparti più generosamente sostenuti dalla regolazione pubblica. Qui si sforna il 9% del Pil italiano con un indice di disoccupazione pari al 6,8% della popolazione attiva. E un reddito pro capite di 31.730 euro.

Poi però Laura Fregolent, professore associato del Dipartimento di progettazione e pianificazione in ambienti complessi dello Iuav, ragiona a voce alta: «La corruzione e le attività criminali hanno da sempre un legame consolidato con le politiche urbanistiche. Questo perché dietro vi sono speculazioni edilizie che muovono interessi economici molto forti. Inoltre, il fatto che in Veneto l’urbanistica sia stata sempre meno controllata e gestita praticamente da privati ha fatto sì che dentro la pubblica amministrazione la corruzione si spostasse facilmente dalla gestione delle pratiche edilizie all’attività urbanistica. Le ragioni di questi legami sono diverse: la prima è quella dell’opacità nelle pratiche di pianificazione; la seconda riguarda le pratiche negoziali che spesso hanno portato a favorire alcuni interessi rispetto ad altri; infine, la lentezza nei processi decisionali e un’eccessiva burocratizzazione spingono alcuni soggetti ad attivare pratiche illegali».

È il Veneto che divora la sua stessa terra, come rivela l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale: record nazionale del consumo del suolo con oltre 226 mila ettari. È il Veneto che – dopo la Mafia del Brenta di Felicetto Maniero – si scopre sempre più spesso ostaggio della criminalità dei colletti bianchi. È il Veneto che non riesce a liberarsi da lobby, salotti buoni, mandarini e scatole cinesi. Ma questa è un’altra storia.

Ernesto Milanesi (1961), una laurea in filosofia, professione cronista “vecchio stile”. Dal 1986 fino al 2014 nella redazione del quotidiano di Padova. Per oltre trent’anni anche corrispondente del manifesto dal Nord Est. Ora collabora con il settimanale La Difesa del Popolo e con esperienze di informazione alternativa. Insieme a Sebastiano Canetta ha pubblicato le inchieste Legaland. Miti e realtà del Nord Est (2010) e Cosa Loro. I serenissimi della Compagnia delle Opere (2011), e il “romanzo” Pesci in barile (2015) tutti editi da manifestolibri. TOP-Teatri Off Padova ha prodotto quest’anno “Binario Vivo” (locandina originale di Mauro Biani e regìa di Loris Contarini), in cui si racconta l’impresa di Abdul Rahman Aroun capace di attraversare a piedi l’Eurotunnel sotto la Manica. [ Guarda tutti gli articoli ]

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