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Il reverse mentoring e le due facce della medaglia

Il reverse mentoring e le due facce della medaglia

La nostra è un’epoca senza precedenti in cui gli adulti possono imparare dai giovani, e non solo insegnare. Ecco perché.

Fatima Carbonara

6 Settembre 2020

Sull’Internazionale del 15 giugno 2018 mi sono imbattuta in una riflessione di Claudio Rossi Marcelli che mi ha colpito. Eccola:

“La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità e non ha nessun rispetto per gli anziani. I ragazzi d’oggi sono tiranni. Non si alzano in piedi quando un anziano entra in un ambiente, rispondono male ai loro genitori”. A quanto pare il filosofo Socrate, scomparso nel 399 a.C., era già arrivato alla stessa conclusione. E non era il primo: “Non ho più speranza alcuna per l’avvenire del nostro Paese, se la gioventù d’oggi prenderà domani il comando”, scriveva il poeta greco Esiodo più di trecento anni prima, “perché è una gioventù senza ritegno e pericolosa”. E ancora: “Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico. I ragazzi non ascoltano più i loro genitori. La fine del mondo non può essere lontana”. Questa è una citazione di un sacerdote egiziano che risale al Duemila. Avanti Cristo, ovviamente.

Invece, della violenza degli alunni nei confronti degli insegnanti se ne occupa La Repubblica: non il quotidiano, ma l’opera di Platone del quarto secolo avanti Cristo: “Oggi il padre teme i figli. I figli si credono uguali al padre e non hanno né rispetto né stima per i genitori. Il professore ha paura degli allievi, gli allievi insultano i professori”. Ci lamentiamo della maleducazione dei giovani fin dalla notte dei tempi, ma io penso che la responsabilità vada condivisa con la generazione precedente: se i giovani non lasciano il posto a un anziano sull’autobus è anche perché nessuno gli ha insegnato quanto sia importante farlo.

 

Io so, tu impari: l’importanza del mentoring nella vita e nel lavoro

Negli ultimi anni il tema mentoring è diventato di tendenza, e ne sono lieta, perché ritengo sia importante in tutti i settori ed a tutte le età.

I nostri primi mentor sono stati i genitori, poi le maestre, i professori, gli allenatori nel mondo sportivo, fino al mondo del lavoro, dove un senior ci ha preso sotto la sua ala protettrice e ci ha permesso di imparare a sbagliare esattamente come quando i nostri genitori ci lasciavano cadere per terra per imparare a camminare o ci stavano accanto quando ci toglievano le ruote laterali della bicicletta.

Il ruolo del mentor è fondamentale, secondo me:

  • quando è bravo, instilla passione per l’approfondimento, per la cura, per perseguire l’eccellenza in ciò che si fa;
  • quando non è bravo a “trasferire”, può capitare che contribuisca a far nascere frustrazioni e malesseri dovuti al non sentirsi adeguati ai compiti richiesti, o al contrario a pensare di poter contribuire maggiormente, sentendosi “frenati”.

In ogni caso ci sprona a dare il meglio, ognuno con le proprie modalità. Essere il mentee (o protegé, alla francese) non è da meno:

  • servono curiosità, passione e impegno;
  • serve volersi mettere alla prova, avendo la consapevolezza che si può sbagliare, si può cadere e ci si può fare anche male, a volte;
  • capita che le ruote laterali della bicicletta vengano tolte troppo presto e che l’adulto non riesca a prenderci mentre roviniamo a terra rischiando di spaccarci il naso;
  • capita che ti lancino in acqua alta senza braccioli, convinti che imparerai a stare a galla per non affogare (ancora oggi mi meraviglio di quante persone non abbiano imparato a nuotare, ma con metodi del genere non è una sorpresa);
  • può capitare anche che ti spieghino “la teoria del tutto” senza far intendere che la pratica può poi risultare molto diversa, e ritrovandoti in mare aperto di notte o conosci bene il firmamento o non troverai mai il Nord.

Credo che, come spesso accade, il meglio stia nel mezzo: un po’ di sana teoria come fondamenta sulla quale costruire l’esperienza che ognuno deve farsi. L’esperienza la si può raccontare, ma non si può certo farla vivere.

 

Ragazzi che insegnano agli adulti nell’era del reverse mentoring

È verissimo che impariamo con le emozioni: con quelle che ci stampiamo in mente la prima volta che portiamo a casa un bel voto, ma anche con la prima nota di demerito. Nel primo caso tutto bene, abbiamo applicato bene la teoria alla pratica. Nel secondo può andare in due modi: se abbiamo fatto una stupidaggine, rendersene conto e fare ammenda contribuisce a formare la nostra coscienza (potremmo addirittura chiamarla “etica”); se invece abbiamo difeso un principio insegnatoci dal nostro mentor dipende come lo abbiamo difeso, davanti a chi e con quali conseguenze.

Non avendo figli frequento poco i ”giovani”, e di conseguenza, anche il mio giro di amicizie l’ho trovato simile a me, anche se mi capita di insegnare a ragazzi intorno ai vent’anni. Spesso sono svogliati o poco interessati a quanto ho da dire, ma di norma riesco ad “accenderli” quando mostro quanto sia importante il loro apporto nel mondo attuale.

I ragazzi da sempre sono abilissimi nello scovare trucchi per ingannare i professori nei compiti in classe. Questa primavera, in pieno lockdown, mi sono chiesta come si potesse vigilare su questo aspetto con la didattica a distanza, scoprendo che esistono software pensati proprio per evitare comportamenti fraudolenti durante le verifiche che i ragazzi facevano da “remoto” (exam.net, ad esempio). Poi però sono rimasta ulteriormente colpita nell’apprendere che tanti ragazzi si sono prodigati nel cercare soluzioni pratiche per continuare le lezioni, spiegando ai loro insegnanti che c’erano piattaforme dei classici “videogiochi” che potevano essere utilizzate per fare lezione.

Ed ecco una delle rare occasioni nella storia dell’umanità in cui quelli più giovani “insegnano” ai più anziani: reverse mentoring. Un concetto che diventerà sempre più importante nel prossimo futuro grazie alla velocità esponenziale che viviamo nel mondo dell’elettronica, del web, della robotica e dell’Intelligenza Artificiale.

 

Un po’ mentor, un po’ mentee: il rapporto delle generazioni intermedie coi giovani

Quando regalai ai miei genitori uno dei primi robottini per pulire il pavimento, oltre a essere oggetto di inseguimenti e proteste varie dalla vera padrona di casa (il cane!), mi ringraziarono ma declinarono cortesemente: “non si fidavano” e, soprattutto, non sapevano “come istruirlo”. Quanti nonni leggono il loro quotidiano online grazie all’intervento dei propri nipoti, anche solo perché non riescono a capire quando si stacca il Wi-Fi?

La mia generazione ha una specie di vantaggio: essendo a cavallo tra analogico e digitale sa ancora leggere le mappe, ma le integra con GPS e TMC (Global Positioning System e Traffic Monitor Control), a differenza di chi è più anziano, a cui sembra già fantascienza chiedere a Google un’informazione. So che andando avanti l’evoluzione sarà sempre più veloce e che le persone come me, che ho pochi contatti coi giovani, rischiano di rimanerne fuori, di non tenere il passo e di sentirsi escluse dal progresso e dai benefici che porterà.

Quando spiego ai ragazzi che loro possono fare la differenza nel mondo avendo la capacità e la pazienza non solo di studiare, ma di spiegare ai loro genitori e ai loro zii come si possano utilizzare certi dispositivi, la maggior parte di loro si illumina, perché tento di spiegare anche quanto sia importante la consapevolezza nell’utilizzo di qualunque soluzione: seguire Google Maps senza spirito critico potrebbe spingerci in strade senza uscita o difficili da percorrere; postare su Facebook come se si parlasse a una cena tra amici rischia fraintendimenti o conseguenze ancora peggiori; nonostante viviamo l’era dei “tag”, la sospensione del giudizio, il non mettere subito un’etichetta, è una delle misure che aiuta a vivere meglio in questo mondo freneticamente veloce.

Ecco perché ritengo mentoring e reverse mentoring due facce della stessa medaglia: quelli coi capelli bianchi hanno sempre insegnato ai più giovani, e ora i più giovani possono insegnare ai più anziani. È una grande opportunità di apprendimento, di scambio, di arricchimento reciproco che non possiamo lasciarci scappare. Nella vita privata come in quella professionale: quando avviciniamo un ragazzo, dobbiamo avere l’umiltà di sentirci dei mentee e la responsabilità di comportarci da mentor. Ne saremo capaci?

 

Articolo redatto come elaborato finale del “Corso di scrittura giornalistica per non giornalisti” organizzato a giugno 2020 da SenzaFiltro.