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Il rovescio dell’agromafia è il diritto agroalimentare

Il rovescio dell’agromafia è il diritto agroalimentare

Preparati, spesso anche specializzati, scrupolosi e molto attenti al contesto. Potrebbe essere il frammento di una lettera di referenze di tutto rispetto, persino stimabile. E invece no. Parliamo delle nuove leve dell’agromafia, che per colpire meglio e mettere a segno il suo obiettivo criminale, sempre legato all’arricchimento, punta occhi e neuroni su libri, corsi e persino università. A essere messo a repentaglio è il lavoro dei suoi principali competitor, ossia coloro che nel settore agroalimentare ci lavorano onestamente; a seguire, l’intera ossatura della filiera fino ai destinatari principali: i consumatori.

Gli “agenti” delle agromafie spesso risultano difficili da stanare proprio perché si muovono in maniera insospettabile, veri e propri camaleonti aggiornati e senza scrupoli. Grazie alla preparazione acquisita si fanno strada tra i meandri del settore, costruendo un portfolio di danni diretti e collaterali con strascichi a lungo termine. Per contrastare e anche arginare l’azione del malaffare c’è l’intervento delle forze dell’ordine, ma questo non basta.

“Per sostenere una vera cultura della legalità bisogna formare le persone che la pratichino aiutando gli operatori”, evidenzia a questo proposito Bruno Barel, avvocato e docente di Diritto europeo internazionale all’Università di Padova, dove quest’anno prende il via per la prima volta il corso di diritto agroalimentare di cui Barel stesso è uno dei fautori. Con SenzaFiltro scopriamo le caratteristiche di questo percorso formativo, e soprattutto le competenze delle figure professionali che ne scaturiranno e che saranno chiamate a tutelare il settore su vari fronti.

Il professor Bruno Barel, fondatore del primo corso di diritto agroalimentare presso l'Università di Padova.

Esperti di diritto agroalimentare: richiesti dal mercato, caldeggiati dagli imprenditori

“Occorre creare una rete sociale e culturale che conosca e pratichi le regole”, ci spiega Barel. “Con questo spirito la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova ha attivato il corso di diritto agroalimentare, della durata di 72 ore. Chi si forma nell’ambito della giurisprudenza non può non avere una preparazione di base in questo settore, che è strategico per la legalità e l’economia del Paese (e del Nordest in modo particolare), dando anche lavoro ai giovani”.

Scopriamo infatti che esiste un’esigenza diffusa di servizi professionali specializzati nell’ambito. “Anziché ristudiare le cose che sanno già fare la maggior parte degli avvocati, è importante che i giovani di oggi iscritti a Giurisprudenza acquisiscano contenuti moderni che gli altri non conoscono, arrivando a coprire un bisogno davvero forte sul mercato che altrimenti resterebbe insoddisfatto”.

Addentrandoci nel cuore della disciplina, che cosa vuol dire diritto agroalimentare? “È un settore del diritto nuovo, come quello ambientale, e si propone come un mix tra varie formazioni. È quasi tutto diritto europeo, ma che diventa amministrativo quando viene calato nella realtà nazionale, civile se riferito ai contratti di mercato. Abbiamo quindi ideato un corso gestito da tre professori esperti nella tipologia dei diritti menzionati: una didattica per così dire tridimensionaleche coinvolge persone differenti, unite per garantire una visione completa. La materia necessita sicuramente di un approccio multidisciplinare”.

Il corso implementa anche una parte importante di confronto con chi il settore lo vive quotidianamente: “Tra i relatori ospiti abbiamo voluto invitare le persone che si occupano di questi temi sul territorio. Tra gli altri sono intervenuti, ad esempio, il direttore del settore agricoltura della Regione Veneto e il capo della Vigilanza Antifrodi. Abbiamo coinvolto anche lavoratori e lavoratrici che operano nel settore: confrontarsi con loro permette di toccare con mano determinate problematiche più di tanti discorsi teorici. Ai nostri ragazzi diciamo sempre di ascoltare con attenzione gli operatori, in modo da cogliere non solo l’impianto teorico di questa materia, ma anche l’immediatezza e l’attualità. Diversi studenti li hanno anche intervistati e c’era molto entusiasmo da entrambe le parti”.

Al di là dei giovani che frequentano il corso, quanto può incidere una corretta formazione per la prevenzione a tutela di chi fa impresa nel settore agroalimentare? “Questo percorso universitario non si limita a dare professionisti al mercato, ma vuole dare anche un chiaro segnale al territorio, ribadendo che gli imprenditori non sono soli e che ci sono falangi di nuove figure che possono garantire un supporto. Un segnale dato anche alla società civile, per ribadire di fare fronte comune contro il malaffare”.

Questa formazione come si legherà in futuro all’azione delle forze dell’ordine? “Io ho ad esempio appena organizzato con il mio studio legale dei seminari di aggiornamento di diritto ambientale per gli organi di controllo regionali. Vorremmo fare altrettanto sul versante agroalimentare. Nel nostro corso sarà importante implementare una parte dedicata all’aspetto penale di contrasto al crimine. Alla parte delle regole va infatti affiancata anche quella della garanzia delle regole stesse”.

Agromafia, non solo gruppo ma anche singoli criminali

Resta una forte preoccupazione: come contrastare in maniera capillare e puntuale una mafia così preparata, nascosta e allo stesso tempo commista allo stesso tessuto sociale che danneggia?

“Chi opera oggi nella mafia è molto veloce nell’intercettare le nicchie di mercato appetibili”, afferma con convinzione Bruno Barel. “L’unico mezzo per contrastarla resta la cultura. Se le persone del malaffare sono veloci, lo Stato lo deve essere altrettanto per poter rispondere, colpo su colpo, con la cultura della legalità a quella strumentalizzata dell’illegalità. Non basterebbero in ogni caso carabinieri e polizia, in questa azione di contrasto. È fondamentale avere conoscenza del settore, dei mezzi a disposizione e delle caratteristiche di azione dell’illegalità”.

Uno dei luoghi comuni più diffusi è quello che identifica le azioni criminali con l’esclusiva dimensione del gruppo organizzato, ma non è così, sottolinea l’intervistato: “Nell’agromafia ricadono anche tutte quelle azioni di delinquenza individuale che danneggiano il settore e ingannano il consumatore”. Non mancano esempi emblematici, come diverse forme di commercio e distribuzione dove i gestori stessi agiscono il malaffare: “La mafia è rappresentata anche dai proprietari di attività con distribuzione alimentare veloce che attivano forme di riciclaggio del cibo, o che per sostenere affitti stratosferici in centro città non si fanno scrupoli ad agire dinamiche disoneste”.

Il malaffare non esclude escamotage degni di una sceneggiatura cinematografica, quando invece è tutto reale, con conseguenze negative molto concrete. “C’è stato ad esempio il caso di una persona che aveva preso in affitto un capannone nella zona del Prosecco”, racconta Barel. “Accanto a questo capannone vuoto sostavano camion di vino. Secondo la normativa attuale il fatto che il vino venga “lavorato” in zona permette di dargli la dicitura di Prosecco DOP. Il transito della cisterna e 48 ore trascorse hanno consentito a questa persona l’utilizzo a tradimento di un marchio di eccellenza per un prodotto scarso venduto a prezzo alto. Questo accade anche con il pomodoro proveniente dalla Cina e spacciato per made in Italy. Il risultato è sempre l’etichetta dell’illegalità, che va fermata per salvaguardare tutto il settore e i consumatori”.

Photo credits: www.theselc.org