Ilva, il conto arriva sempre. La domanda è chi lo paga

La Corte d’Appello di Milano ordina lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni. Il governo discute con i sindacati come limitarne gli effetti, mentre da oggi i lavoratori scioperano e Jindal Steel rilancia sull’acquisizione dell’intero sito. Non è una sentenza che crea un problema: è una sentenza che smette di far finta che il problema non esista.

Due tonnellate di amianto ancora negli impianti. Polveri sottili sopra i limiti di sicurezza, se lo stabilimento tornasse a produrre le sei milioni di tonnellate annue autorizzate. Su questo la Corte d’Appello di Milano ha deciso: l’area a caldo dell’ex Ilva va spenta entro novanta giorni, e potrà riaccendersi solo dopo che l’amianto sarà rimosso per intero e le emissioni riportate entro soglie di sicurezza.

Non è un’opinione dei giudici.
È la fotografia di uno stabilimento che, dal sequestro del 2012, non è mai stato davvero bonificato ma solo tenuto in vita con proroghe, prestiti ponte e amministrazioni straordinarie che si sono succedute senza risolvere la causa.

Ieri, a Palazzo Chigi era in corso il tavolo tra governo e sindacati convocato d’urgenza dopo la sentenza. Non era la riunione che era stata programmata: doveva essere un aggiornamento sulla vendita a Flacks Group o a Jindal Steel e invece è diventata la gestione di un’emergenza giudiziaria che il governo aveva ogni motivo di prevedere. Il Consiglio dei Ministri, secondo quanto trapelava, avrebbe confermato un’ulteriore tranche del prestito pubblico per garantire la continuità aziendale, e si discuteva di restringere la gara di vendita alla sola area a freddo il che, detto senza eufemismi, significava che l’ipotesi di chiudere l’area a caldo non era più uno scenario da evitare: era la base di lavoro.

Due risposte da direzioni opposte

Da questa mattina, 29 luglio, quel tavolo ha già due risposte, e arrivano da direzioni opposte. Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria, Ilva AS e nell’indotto: è la risposta di chi non aspetta l’esito della trattativa sulla vendita per far sapere che la gestione commissariale, così com’è, non funziona.

Nello stesso giorno, il gruppo Jindal Steel ha confermato – tramite l’advisor legale Chiomenti – di voler rilanciare sull’intero perimetro industriale del sito, area a caldo e area a freddo insieme, con la previsione di un nuovo forno carbon free. Non è la stessa cosa della restrizione alla sola area a freddo di cui si discuteva ieri: se il rilancio si concretizza, l’ipotesi di uno spacchettamento del sito potrebbe non essere più l’unica strada sul tavolo.

Su questo bisogna essere chiari, perché la vaghezza è l’unico vero alleato di chi non vuole rispondere. Le stime sugli esuberi, a seconda della fonte e del progetto industriale, oscillano tra circa 1.200 licenziamenti nel piano Flacks (a fronte di 8.500 occupati mantenuti) e circa 4.000 lavoratori destinati alla cassa integrazione nel piano Jindal che oggi, va detto, cambia forma proprio mentre lo scriviamo.

Sono numeri diversi, prodotti da piani diversi, e nessuno dei due è ancora definitivo. Ma qualunque sia il piano che prevarrà, la sentenza di Milano ha reso più difficile per chiunque compri promettere continuità occupazionale su una fabbrica che un tribunale ha appena giudicato pericolosa per chi ci lavora dentro e per chi ci vive intorno.

È questo il punto che la politica industriale italiana continua a rimandare da trent’anni: il diritto alla salute e il diritto al lavoro non sono in competizione. Sono due facce dello stesso dovere che nessuno ha voluto assumersi per intero, né i governi che si sono succeduti né i gestori privati che hanno preferito la proroga alla bonifica.

Lo sciopero di oggi è la voce di chi il conto lo sta già pagando, ogni giorno, senza aspettare che qualcuno decida chi lo salda per intero. Il rilancio di Jindal è, per ora, solo un’ipotesi  ma è la prima ipotesi da mesi che non parte dal presupposto che l’area a caldo debba necessariamente restare fuori da qualsiasi acquisto. Ogni volta che arriva un tribunale, uno sciopero o un’offerta a cambiare i termini della discussione, si scopre “il colpo di scena”.

Non è un colpo di scena.

È una fattura che aspettava di essere pagata, e continuiamo a discutere su chi debba firmarla.

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