Su questo bisogna essere chiari, perché la vaghezza è l’unico vero alleato di chi non vuole rispondere. Le stime sugli esuberi, a seconda della fonte e del progetto industriale, oscillano tra circa 1.200 licenziamenti nel piano Flacks (a fronte di 8.500 occupati mantenuti) e circa 4.000 lavoratori destinati alla cassa integrazione nel piano Jindal che oggi, va detto, cambia forma proprio mentre lo scriviamo.
Sono numeri diversi, prodotti da piani diversi, e nessuno dei due è ancora definitivo. Ma qualunque sia il piano che prevarrà, la sentenza di Milano ha reso più difficile per chiunque compri promettere continuità occupazionale su una fabbrica che un tribunale ha appena giudicato pericolosa per chi ci lavora dentro e per chi ci vive intorno.
È questo il punto che la politica industriale italiana continua a rimandare da trent’anni: il diritto alla salute e il diritto al lavoro non sono in competizione. Sono due facce dello stesso dovere che nessuno ha voluto assumersi per intero, né i governi che si sono succeduti né i gestori privati che hanno preferito la proroga alla bonifica.
Lo sciopero di oggi è la voce di chi il conto lo sta già pagando, ogni giorno, senza aspettare che qualcuno decida chi lo salda per intero. Il rilancio di Jindal è, per ora, solo un’ipotesi ma è la prima ipotesi da mesi che non parte dal presupposto che l’area a caldo debba necessariamente restare fuori da qualsiasi acquisto. Ogni volta che arriva un tribunale, uno sciopero o un’offerta a cambiare i termini della discussione, si scopre “il colpo di scena”.
Non è un colpo di scena.
È una fattura che aspettava di essere pagata, e continuiamo a discutere su chi debba firmarla.