Cultura italiana 4.0: una mostra digitale di quadri rinascimentali

La cultura italiana e le banche ignoranti

L'arte e la cultura italiana vanno ripensate: da beni fisici a beni intangibili, leva di sviluppo per i turisti e i cittadini di domani. Ma nessuno le sostiene davvero.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

L’Italia ha un valore simbolico per l’intera umanità: grazie al suo passato, il Paese ha un patrimonio culturale elevatissimo e di rara qualità, che è legato al territorio e alla capacità italiana di ideare e realizzare. Una cultura e una comunità, quelle italiane, contraddistinte da ingegno e creatività, sensibilità e capacità di comprendere e innovare. Questi tratti, così importanti nell’attualità e nel disegno di un futuro sostenibile e gratificante, appaiono oggi sopiti, inespressi o comunque solo parzialmente capaci di raggiungere espressione, pervenendo all’unicità e all’eccellenza che nei secoli sono state peculiarità e valore dell’Italia.

È necessario che l’Italia, prima di tutto i suoi cittadini, riacquistino piena consapevolezza del perché l’Italia ha ancora un valore simbolico per il mondo. Proprio a partire da esso deve muoversi per assumere un ruolo consapevole e autorevole nella Città Globale, alla ricerca di interconnessioni e nuove modalità di mantenere l’esistente e costruire il futuro. Si tratta di passare dall’acritica superbia all’orgoglio cosciente.

Di questo parlerò nel mio articolo, cercando di mettere l’accento sull’importanza del patrimonio culturale tradizionale, che ha trovato formalizzazione in diverse forme espressive, creative e artistiche e che oggi può e deve essere valorizzato, condiviso e reso fruibile in modo nuovo.

 

Le potenzialità della digitalizzazione del patrimonio culturale italiano

Le tecnologie sono uno strumento che può abilitare questo processo, rendendo accessibile la conoscenza che persone e comunità hanno saputo formalizzare nell’arte, nei testi, nell’immagine e nei simboli, nelle produzioni artigianali e nella musica. Riportare l’attenzione sul contenuto profondo significa stimolare la ricerca, rendendo fruibili beni intangibili in cui trovano forma l’arte e la cultura e individuando in essi una primaria leva di rigenerazione e innovazione, cioè un fattore determinante alla base di uno sviluppo equilibrato e durevole.

È anche attraverso la digitalizzazione del patrimonio culturale e artistico dei territori che l’Italia potrebbe cogliere nuove opportunità a livello globale. Ciò a partire dal dialogo interculturale per giungere all’education e al turismo, che è oggi fattore determinante dell’economia dei Paesi industrializzati, in costante incremento in ragione del nuovo stile di vita e delle nuove esigenze dei cittadini di ogni Paese (rif. Turismo in Italia, Numeri e potenziale di sviluppo, Banca d’Italia, dicembre 2018).

Per muovere in tale direzione è opportuno creare percorsi esperienziali che permettano di avvicinarsi al patrimonio culturale e artistico dei territori, tanto ai professionisti (es. docenti di scuole, persone provenienti dai centri di ricerca, studiosi e professori delle università italiane e straniere), quanto al pubblico che visita città, musei, archivi, fiere e spazi e luoghi espositivi. Ciò con l’intento di stabilire una relazione esplorando l’identità di un territorio e delle comunità che lo hanno abitato mediante il riferimento a un artista, a un paesaggio, a un’opera d’arte. Si è espresso in tal senso il professor Antonio Paolucci, già soprintendente per molti anni a Firenze, Ministro dei Beni Culturali e direttore dei Musei Vaticani, affermando che “se l’Italia riesce a vendere le scarpe al mondo è perché ha avuto Botticelli”.

Un lavoro di questo tipo potrebbe costituire un volano importante per l’impiego di giovani formati in materie umanistiche e informatiche, linguistiche, economiche, e di design: profili che oggigiorno si ritrovano frequentemente a essere sottopagati, o a espatriare.

Quanto illustrato può iniziare a realizzarsi attraverso un percorso di nuova conoscenza e comunicazione dedicato a tutti i cittadini italiani. Anche a quelli che lo sono per pochi giorni: i turisti. Questi giorni diventeranno più numerosi per loro, con l’andar del tempo. I cittadini, al contempo, impareranno giorno dopo giorno qualcosa di più della loro città, del loro territorio e della loro storia. La maggiore conoscenza li porterà ad amare e curare di più il luogo in cui vivono, senza che vi siano obbligati.

L’Italia non ha le carte in regola per realizzare un progetto puramente tecnologico (siamo ben posizionati nella ricerca, ma non nella tecnologia, come testimoniano i report OCSE). Non può neanche presentare un progetto che si basi solo sul sapere, ma può essere imbattibile se coniuga le due componenti con maestria, dimenticando e superando i riflessi condizionati del “non si può fare” o del “dobbiamo aprire un tavolo”.

Immaginiamo un’Italia che possa essere conosciuta, apprezzata e tutelata da cittadini e turisti che avranno a disposizione strumenti per accrescere la propria conoscenza sulle sue città, sulla sua cultura e sugli inventori di ieri e di oggi, che da secoli realizzano manufatti in grado di coniugare bellezza e ingegno. Non a caso siamo la seconda manifattura d’Europa.

 

L’esempio di Firenze: il possibile e il concreto

Da fiorentino delineo uno scenario per la mia città, estendibile agli altri territori italiani. Immagino un cinese che, andando all’outlet a Reggello, abbia modo di conoscere alcuni aspetti dei brand che vuole acquistare. Al ritorno potrebbero convincerlo a fare una visita al Museo Ferragamo, e poi suggerirgli altre esperienze per vicinanza: il Museo Marino Marini, i panini al tartufo di Procacci, oppure una visita agli artigiani d’Oltrarno che realizzano scarpe d’autore. In tal modo si potrebbero far visitare parti della città che altrimenti non sarebbero intercettate; tutto questo in cinese, non in inglese maccheronico. Una Firenze capace di adattarsi alle esigenze di chi la vive per una vita o per tre giorni: a entrambi, tutti i giorni, saranno resi disponibili servizi per conoscere e amare la città.Immaginiamo un fiorentino che, passando per la milionesima volta in Piazza Duomo, possa avere una parentesi emozionale di conoscenza che lo porterà, la volta successiva, a soffermarsi di più, ad acquisire metodi di lettura per capire perché il Battistero e la Cupola del Brunelleschi sono così importanti. Questo dovrebbe accadere a Firenze – e in tutta Italia.Immaginiamo una serie di dispositivi e strumenti, alcuni personali (tablet, smartphone), altri residenti (touch screen, dispositivi a interazione naturale, digital signage); segni grafici, sensoristica che siano portatori di conoscenza, e non di mere informazioni, per cittadini, turisti e per la città stessa, per il suo monitoraggio e la sua tutela. Una serie di format di comunicazione ideati per persone diverse, che parlano lingue diverse, hanno culture eterogenee, livelli di istruzione differenti e una passione comune: l’Italia. Immaginiamo una cultura in senso ampio, che finalmente si relaziona, nella realtà cittadina, come avviene per ognuno di noi, intrecciando la contemplazione di un’opera d’arte con una sosta enogastronomica o con l’acquisto di un prodotto del saper fare artigianale. Senza che nessuno si senta mortificato o superiore.

La cultura italiana può essere meglio documentata, con digitalizzazioni 2D e 3D che facciano giustizia all’eccezionale livello di dettaglio che i nostri artisti (da Botticelli, a Leonardo Da Vinci a Michelangelo) hanno saputo lasciarci su tele, tavole, mura, circondandoci di bellezza e sapere. L’arte, i nostri prodotti enogastronomici, i nostri luoghi, possono essere raccontati attraverso piattaforme digitali, anche italiane, non solo statunitensi o cinesi. Questo racconto digitale può arrivare a cittadini e turisti, mantenendo parte del valore dei dati nella nostra economia.

Abbiamo visto quello che è successo nel settore del turismo, che è stato completamente disintermediato da Booking, poi accompagnato da Airbnb. Dobbiamo evitare che questo accada anche alla nostra arte e cultura. Attraverso Libra, di Facebook, il denaro digitale diventerà fenomeno di massa a partire dal 2020. Un gelato acquistato da uno straniero in Piazza Navona a Roma porterà più valore aggiunto a Facebook o a chi il gelato lo ha prodotto? Magari potrebbe portarlo a Satispay, azienda nata a Torino nel 2013 con l’obiettivo di fornire un sistema di pagamento intelligente, semplice e sostenibile.

Non si tratta di erigere barriere artificiali, tassare i colossi del web o multarli. Non funzionerà. Saremo sempre in ritardo, a raccogliere le briciole, se non investiamo nel creare contenuti digitali di eccellenza, abilitati da piattaforme software europee che diventino di uso quotidiano per cittadini e imprese. Alcuni attori ci hanno mostrato che è possibile: Spotify, su tutti ma anche aziende italiane, come Facility Live per l’organizzazione e la gestione delle informazioni, o MorphCast, una scaleup fiorentina che crea contenuti multimediali adattivi in funzione delle espressioni facciali (mantenendo la privacy!). Alla base di queste aziende c’è spesso tanta ricerca e competenze tecniche. A queste competenze possiamo affiancare quelle umanistiche, di tanti giovani che conoscono bene la nostra storia e l’arte italiana, le sanno tradurre nelle lingue del mondo.

La realtà virtuale e la realtà aumentata, potenziate anche dall’intelligenza artificiale, possono dare un forte contributo al racconto di ciò che non esiste più, o potenziare l’esistente in modo da espandere l’esperienza dei visitatori (basta vedere quello che hanno fatto alla Art Gallery in Ontario). Questo può avvenire sul nostro territorio così come all’estero, sia attraverso mostre tradizionali, sempre più innervate di tecnologia, che con exhibition digitali, realizzate in luoghi fisici, non necessariamente musei, o con applicazioni completamente digitali. In questo sarebbero efficaci progetti di filiera che, in modo strutturale, portino quell’“Italia che fa l’Italia”, come dice Fondazione Symbola, a internazionalizzarsi in modo efficace. Magari anche proteggendo i propri prodotti dalla contraffazione e dall’Italian sounding.

Nel nostro piccolo cerchiamo di farlo, dalla digitalizzazione ad altissima risoluzione delle opere d’arte allo sviluppo di piattaforme software realizzate da Centrica, fino alle digital exhibition immersive e interattive della sua startup spinoff, VirtuItaly, che ha portato Renaissance Experience: Florence and Uffizi in Germania e Cina nel 2018, dopo aver verificato la bontà del format con Uffizi Virtual Experience a Milano, nel 2016. Ciò è avvenuto anche con le tecnologie per l’anticontraffazione messe a punto da ViDiTrust, spin off dell’Università di Siena.

Abbiamo una grande opportunità. Potremmo coglierla.

 

Un Paese legato al mattone

Però abbiamo un problema. Alla valorizzazione degli asset immateriali, in particolare di quelli legati all’arte e alla cultura, in sostanza, in Italia credono in pochi. I convegni si sprecano ma i soldi non ci sono, o ci sono in misura così limitata o con dinamiche così farraginose che fanno quasi più danni della loro assenza.

Faccio qualche esempio personale, che ha trovato ampia conferma presso alcuni colleghi imprenditori.

Con ViDiTrust partecipammo, ancora prima della costituzione dell’azienda, al programma di incentivi per spin off universitari del Ministero della Ricerca. Ce lo suggerirono dei funzionari del Ministero, che avevamo conosciuto alla finale del Premio Nazionale Innovazione, per la quale eravamo stati selezionati dopo esser risultati vincitori della competizione in Toscana.

Preparammo il nostro progetto, lo presentammo al Ministero e risultammo selezionati, con tanto di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, potendo accedere a un ottimo cofinanziamento, previa l’obbligatoria costituzione dell’azienda spin-off. Il cofinanziamento prevedeva un anticipo – mi pare del 30%. Valutammo che il percorso sarebbe stato sostenibile, con l’erogazione dell’anticipo, e così costituimmo ViDiTrust nel luglio del 2010. Il cofinanziamento, che sarebbe dovuto arrivare subito dopo la costituzione dell’azienda, arrivò invece dopo più di tre anni. L’anticipo! Per una attività ad alto rischio, basata su proprietà intellettuale di altissimo livello, che poi abbiamo brevettato grazie all’aiuto finanziario di un business angel. Il risultato netto, immediato, è stato che una delle cofondatrici dell’azienda, PhD, è andata a lavorare in Francia. Un altro, anche lui PhD, è tornato al Sud, andando a lavorare per un’azienda più tradizionale.

Altro caso, più recente. Con Centrica il 20/06/18 faccio richiesta di un finanziamento a medio termine per 50.000 euro a una banca italiana, fra le primarie nazionali. Dopo una serie di richieste di informazioni aggiuntive da parte dell’istituto, il 09/01/19 mi arriva questa comunicazione dalla sede centrale:

Chiamo la filiale ma non sanno darmi risposte, chiedendo altre integrazioni. Questa situazione continua per un altro mese. Decido quindi di tornare a parlare con il funzionario dell’istituto, il quale mi dice che il finanziamento non è stato concesso; alché chiedo perché non mi è stato comunicato. Mi viene risposto che in questo modo, senza il rifiuto esplicito da parte dell’istituto, possiamo candidarci a richiedere nuovamente il finanziamento, altrimenti no.

Terzo esempio. Circa quattro anni fa decido di contattare un venture capitalist italiano, per un nuovo prodotto che abbiamo messo a punto. Invio la descrizione del prodotto, il business plan e poi viene fissata la call. Il prodotto viene reputato interessante, il mercato potenzialmente promettente, ma la conclusione è “tornate quando fatturate un milione di euro l’anno con questo prodotto”.

Come scritto prima, queste situazioni in Italia sono la prassi, non l’eccezione. Abbiamo problemi di cultura imprenditoriale: il fallimento è un disastro per l’imprenditore, mentre altrove è un’esperienza formativa. Abbiamo difficoltà enormi nell’accesso al credito bancario, dove alla fin fine l’unica cosa che conta sono le garanzie personali e la disponibilità di un immobile sul quale mettere l’ipoteca. Il venture capital italiano, pure in leggero miglioramento, è a distanza enorme non dalla Silicon Valley – irraggiungibile – ma da Spagna, Francia e Germania, per entità dei finanziamenti seed e per propensione al rischio.

In un mondo che va sempre più veloce e sempre più è accelerato dalle tecnologie, rimaniamo un Paese culturalmente legato al mattone, che ci tiene a terra e non permette a chi è preparato e ambizioso di esprimere il proprio potenziale.

 

La necessità di un nuovo paradigma imprenditoriale e di sviluppo

È necessario un nuovo modo, un nuovo paradigma. Occorre rivolgere lo sguardo al futuro, cercando di tendere l’arco con la forza delle tradizioni e dell’enorme patrimonio di cui disponiamo. Occorre individuare valori condivisi, e sulla base di essi definire obiettivi contenuti in una stessa visione del domani. Su tali basi è determinante comprendere l’importanza di lavorare insieme e collaborare.

Questo proposito si esprime in una visione ampia, che può avere realizzazione nel lungo termine. Perché ciò avvenga è determinante che il contributo di soggetti capaci di perseguire obiettivi ambiziosi secondo una strategia di ampia gittata, fondati proprio su una prospettiva umanistica, per definizione collocata su un livello più profondo e pertanto ampiamente condivisibile e durevole. Di ciò sono esempio le fondazioni.

Esistono le fondazioni bancarie, le quali possono svolgere un ruolo importante, magari lavorando su progetti federati, superando interessi locali in favore di un proposito condiviso dalle comunità di area geografica ampia, estesa oltre i confini amministrativi. Esistono gli enti strategic giving, di cui è autorevole esempio la costituenda Fondazione Da Vinci, con la quale i membri del comitato promotore stanno portando avanti un complesso lavoro di integrazione fra attori eterogenei: comunità territoriali, associazioni, imprese, istituzioni non governative ed enti pubblici. L’obiettivo è perseguire il miglioramento della società civile e supportare progetti innovativi che si candidano a esempi di un nuovo paradigma di sostenibilità. Tale processo è stato avviato impegnandosi direttamente in favore della diffusione di conoscenza e di una maggiore consapevolezza delle persone, le prime autrici del loro futuro.

È così che immaginiamo attori diversificati, presenti in diversi territori, impegnati a interagire e collaborare nell’ambito di uno o più programmi comuni, definiti sulla base delle esigenze dei territori (in prospettiva g-local) al fine di creare una rete di conoscenza strutturata e utilizzabile. Questo unitamente a strumenti idonei ad accrescerla, e a consentire a più soggetti di contribuire a integrarla.

 

Costruire una rete di conoscenza: chi immette valore, riceve valore

Un progetto di questo tipo, per funzionare, deve avere carattere sovranazionale. Al fine di giungere a tale ampiezza, occorre partire da realtà omogenee e trovare fra esse accordo e sintonia, innanzitutto su scala nazionale. La realizzazione di tale iniziativa potrebbe essere supportata finanziariamente in vari modi, avvalendosi di meccanismi di crowdfunding, dei ricavi provenienti dall’erogazione di servizi che rendano fruibili contenuti immateriali, e da donazioni.

Il progetto deve prevedere meccanismi di ritorno, anche economico, per i contributori di conoscenza, siano essi gli istituti culturali che gli studenti delle università, i centri di ricerca, le imprese. Chi immette valore nel sistema riceve valore. Si tratta cioè di un progetto che muove verso una visione sostenibile e gratificante, anche economicamente, della cultura e dell’arte: le nuove società for benefit, le imprese culturali, i distretti artistici e culturali e i nuovi modelli di business associati a queste entità.

Questi sono i presupposti per sostenere un processo di innovazione culturale, ritenendo esso il presupposto fondamentale per favorire maggiore consapevolezza e animare la formulazione di un nuovo paradigma di sostenibilità.

Chiudo con la sempre valida citazione dell’Anonimo fiorentino, sempre valida dopo 700 anni:

 

Niuna impresa, pur minima che sia, 

può aver cominciamento e fine

senza queste tre cose:

senza sapere

senza potere

senza con amore volere.

 

Foto di copertina: Uffizi Virtual by Massimo Alberico

Dal 1999, dopo alcune esperienze professionali come consulente, è co-fondatore di Centrica (www.centrica.it) nella quale ricopre la carica di CEO. La società progetta e sviluppa soluzioni innovative per la fruizione digitale ad alta qualità delle opere d’arte. Il focus tecnologico è nei settori del digital imaging, della comunicazione visiva interattiva, della gestione della conoscenza e la società è stata vincitrice di alcuni premi nazionali ed europei (Premio Il Sole 24 Ore, IST Prize Winner) e nel 2010 selezionata dal Ministero dell’Innovazione per l’EXPO di Shanghai per Uffizi Touch® (www.uffizitouch.com). Marco è tra i fondatori di ViDiTrust (www.viditrust.eu), spinoff dell’Università di Siena, che si occupa di anticontraffazione e sicurezza, nella quale ricopre la carica di Presidente. Da luglio 2015 è cofondatore e CEO di VirtuItaly (www.virtuitaly.com), startup spinoff di Centrica, nata per valorizzare il patrimonio culturale e creativo italiano attraverso digital exhibition immersive e interattive, da Uffizi Virtual Experience, tenutasi nel 2016 alla Fabbrica del Vapore di Milano, seguita poi da Renaissance Experience: Florence and Uffizi, nel 2018-2019 in Germania e Cina. Sommellier AIS per passione, amante e praticante del tennis, sposato con Federica. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

X