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La piattaforma “Giusta” per il food delivery

La piattaforma “Giusta” per il food delivery

Osvaldo Danzi

19 Gennaio 2021

Se fino ad oggi le parole “etica” e “food delivery” nella stessa frase stridevano come una forchetta su un piatto di vetro, sembra finalmente aprirsi uno spiraglio in un settore così controverso.

Non sono infatti bastate le denunce all’indirizzo delle principali aziende appartenenti a Assodelivery (ricordiamo: Just Eat, Deliveroo, Uber Eats, Glovo e la siciliana Social Food) per caporalato, mancanza di tutele dei fattorini anche e addirittura durante il periodo più duro del lockdown, e ultimamente anche per abuso di algoritmo, ad accelerare iniziative adeguate a colmare il vuoto legislativo.

Un contratto collettivo “epocale”

Il Ministero del Lavoro a onor del vero ha aperto da circa un paio di anni un tavolo di lavoro con sindacati e rappresentanti dei rider e delle società di food delivery, anche se queste ultime latitano, prendono tempo e a fine novembre hanno tentato “il colpaccio” di un Contratto Collettivo Nazionale con la connivenza di un sindacato di comodo (ne avevamo parlato qui).

Un contratto talmente squilibrato e aggravante della situazione già compromessa dei riders, da scatenare una settimana di scioperi in tutta Italia, far inviperire tutte le sigle sindacali e ottenere un richiamo dal Ministero stesso.

Nel frattempo UGL è stata allontanata dai tavoli di lavoro a livello europeo.

Torniamo alle buone notizie.

Il settore del food delivery, grazie al lockdown, allo smartworking, ai Decreti, nel corso del 2020 ha visto una crescita esponenziale del fatturato fra il 20 e il 30% rispetto all’anno precedente.

Se nel 2019 il food delivery era un “optional” sostenibile per i ristoratori, “un servizio che fa vetrina”, quando il servizio diventa “core”, fonte reale di sussistenza per tutti gli operatori del settore, il business plan crolla.

ci dice Virgilio Maretto, raggiunto telefonicamente dopo un veloce contatto su Linkedin.

Virgilio è un ristoratore con un passato ultra decennale in Accenture, docente di food Innovation & Tech alla Business School ISTUD. La forte passione per il cibo, unita all’attrazione per le tecnologie lo hanno spinto a fondare tre startup negli ultimi 3 anni. L’ultima si chiama “Giusta” e gode di partnership davvero sui generis.

I ristoratori lamentano un servizio generalmente scadente, dovuto al tipo di trasporto ma anche dalla fretta che questi ragazzi hanno nel rispettare tempi e contemporaneamente dover gestire un numero di consegne minimo, utile per rendere il lavoro sostenibile anche per loro. Ma soprattutto sono insostenibili i costi per i ristoratori: percentuale sulla consegna, attivazione, canoni fissi, clausole penali a cui va aggiunto il costo pasto. E a tutto questo, anche l’esasperazione dei rider stessi.

La piattaforma voluta dai ristoratori

Abbiamo voluto ascoltare a questo proposito anche Luciano Sbraga, vice direttore generale e direttore Ufficio Studi FIPE Confcommercio, l’associazione che tutela i pubblici esercizi, che sta supportando la diffusione di Giusta fra i propri associati:

Il food delivery è diventato la chiave di volta durante il lockdown, e i ristoratori che non possono permettersi di pagare dal 30 al 35% di commissioni hanno provveduto a organizzarsi per conto proprio, magari utilizzando il personale momentaneamente in esubero. L’ingresso di una piattaforma a condizioni più sostenibili diventa di estremo interesse per il mercato.

Giusta si propone infatti come una piattaforma etica con un servizio di qualità, facendo finalmente incontrare tutte le parti in gioco: ristoratori, riders, clienti, ambiente, economia e – come vedremo – anche tecnologia.

Innanzitutto i riders, poi l’ambiente (quindi i clienti)

Per i riders sono previsti contratti a tempo indeterminato del settore commercio a partire dal VII livello. Di certo non diventeranno ricchi (come il tristemente famoso finto commercialista diventato un rider felice), ma almeno questo significa poter disporre di tutte le tutele tipiche dell’assunzione: contributi, assicurazioni, ferie, malattie e anche scioperi se necessario. I motorini li fornisce Giusta, grazie ad una partnership con Cooltra, azienda di noleggio di scooter elettrici.

E anche l’ambiente lo abbiamo rispettato.

Poi i ristoratori: Nessuna fee di ingresso, niente clausole restrittive, il 15% sul servizio contro il 30% dei “Big”.

Per i clienti l’offerta è tutt’altro che banale. Sottolineando sempre di più l’importanza di scegliere prodotti e servizi nel rispetto dei valori sociali elementari di ogni individuo, è importante anche la qualità del servizio offerto. Il cibo consegnato viene protetto da confezioni anti manomissione, sigillate e garantite.

Una necessità – ci dice Maretto – che è emersa fortemente durante il lockdown, sia per esigenze prettamente sanitarie che per la semplice qualità del servizio. A nessuno piace in realtà ricevere quei cartoni delle pizze malandati, semi aperti.

Anche per la conservazione del prodotto, uno dei tasti dolenti del servizio, Giusta ha previsto una partnerhip con HotBox, che sostituisce gli zaini con dei contenitori appositi che simulano veri e propri forni in cui il cibo viene trasportato a calore e umidità controllata.

La fine degli algoritmi indecifrabili

Per farci dimenticare l’algoritmo Frank, Giusta si basa su blockchain a cui stanno lavorando Ernst & Young in collaborazione con La Sapienza di Roma.

Riprende Luciano Sbraga: si tratta di un approccio molto equilibrato basato sulla responsabilità di tutti gli attori in gioco: ristoratore, cliente, piattaforma, in cui non si deroga ad un algoritmo indecifrabile e ad elementi che nessuno controlla la scelta o la presenza di un ristorante piuttosto che un altro e questo la rende ancor più interessante anche per i ristoratori. Il potenziale è altissimo e adesso la sfida è aperta: sarà importante che tutti i ristoratori ci credano ma perchè questo avvenga è necessario che si pianifichi una diffusione capillare.

Da parte nostra, non possiamo far altro che sostenere questo progetto che sulla carta ha tutte le caratteristiche per fare pace con un mercato in cui la pirateria la sta facendo ancora da padrone, facendo leva sulla necessità di mera sopravvivenza dei singoli ma senza dare a chi vi opera la dignità sufficiente per chiamarlo “lavoro”.