Zona Franca

La sfida di Alberto Balestrazzi, Auticon: autismo, informatica e carriera

La formazione va fatta ai non disabili, non il contrario: parla l'AD di Auticon, un'azienda che assume soprattutto persone con autismo. E con che risultati.

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Sei nello spettro autistico e desideri una carriera nell’informatica? Hai un buon occhio per i dettagli, sai concentrarti per lunghi periodi, ti piace analizzare i problemi in modo logico? Che tu sia esperto o principiante, se sei interessato all’IT, allora dovremmo conoscerci. Assumiamosolopersone autistiche come consulenti IT e offriamo un ambiente di lavoro rispettoso delle tue esigenze.

L’annuncio di Auticon pubblicato in post su Facebook recitava più o meno così. Quando raggiungo al telefono (in questo periodo le interviste di persona non ce le possiamo permettere) Alberto Balestrazzi, Ceo di Auticon, per prima cosa scherziamo su quel “solo”. Dovete sapere che quando l’azienda ha messo in rete questo annuncio rivolto esclusivamente a persone nello spettro dell’autismo, qualche leone da tastiera li ha accusati di fare discriminazione. L’Italia della rete è anche questa. Ma sorvolando la terra selvaggia e arrogante della rete, Alberto mi spiega che “le persone con autismo ad alto funzionamento hanno una capacità logica superiore alla media e una capacità incredibile di cogliere i dettagli e i particolari. Per questo per l’informatica sono risorse inestimabili”.

Ci tengo a precisare che Auticon non solo è un’azienda profit, ma è in piena espansione e su 350 dipendenti ormai sparsi tra Germania, Spagna, Francia, Italia e Nord America, 300 sono persone nello spettro dell’autismo. Penso che sia chiara qual è la differenza di passo rispetto ad altre imprese che si “sforzano di collocare i disabili”. Qui l’impegno è andato oltre, si è spinto nella comprensione della diversità e nella ricerca del talento innato della persona che dopo colloqui e test di valutazione con gli psicologi viene collocata nel ruolo in cui le sue capacità si possono esprimere al meglio. In questa intervista c’è tutto il loro lavoro. Cominciamo dalle super-abilità senza tralasciare lo stipendio che percepiscono, per arrivare alle difficoltà che possono incontrare in azienda e al modo in cui devono essere gestite. Alberto durante l’intervista spesso li chiama “i miei ragazzi”, e io farò lo stesso.

 

 

Quali sono le doti innate delle persone autistiche?

Vedono il mondo diversamente da noi, partendo dai dettagli invece che dall’insieme. Davanti a una macedonia, ad esempio, la persona autistica parte da una scomposizione mediata degli elementi: in pratica vede prima 7 fragole, 5 pezzi di pera e 2 chicchi di uva e poi vede la macedonia. Questo modo al contrario di cogliere i particolari li rende formidabili nell’individuare gli errori nelle sequenze di numeri, nei testi e anche nelle immagini. Diciamo che le differenze nei minimi dettagli noi le dobbiamo cercare, le persone autistiche le vedono naturalmente. E questo permette loro di avere una rapidità incredibile, ad esempio, nella ricerca di errori nel software, in grandi volumi di dati. Inoltre hanno una capacità elevatissima di rimanere concentrati nelle attività ripetitive.

E il mercato del lavoro risponde adeguatamente a queste abilità?

Solo per farti un esempio, in questi giorni di emergenza coronavirus un nostro cliente che gestisce una delle principali reti di punti ristoro in Italia ha dovuto chiudere le porte a tutti i suoi fornitori; a tutti tranne che a Manuel. Manuel si occupa di fare i test del software delle casse dei punti vendita: in sostanza prima di mandare in tutta Italia le modifiche dei menù e le offerte della settimana, il software deve essere testato e la sua figura è indispensabile. Mentre quasi tutti gli altri dipendenti di Auticon in questa situazione di crisi possono lavorare in remoto, lui non può farlo perché deve stare in sede, nel laboratorio dove sono fisicamente presenti i sistemi da testare. E il cliente gli ha dato un permesso speciale e ha aperto le porte solo a lui.

Quanto guadagnano questi ragazzi?

Tutti i dipendenti di Auticon hanno uno stipendio assolutamente in linea con il mercato del settore informatico, sono assunti regolarmente con contratto da impiegato del CCNL metalmeccanici e, cosa ancora più rara, lavorano full time. Sono assunti da Auticon, ma vanno a lavorare come consulenti direttamente presso il cliente finale. Il livello salariale all’assunzione è basato, come in qualsiasi azienda di consulenza, solo sulla valutazione dell’esperienza professionale pregressa. Dobbiamo tuttavia sottolineare che la maggior parte di loro ha poca o nessuna esperienza. Ma questo è normale perché il tasso di disoccupazione delle persone autistiche è ancora del 90%, anche se spesso hanno il diploma o la laurea specialistica.

Nessuno di loro aveva trovato lavoro prima?

Sono quasi tutti al primo lavoro o comunque al primo lavoro adeguato alla loro formazione. Qualcuno ha provato nelle cooperative sociali o magari nelle aziende di famiglia, ma nessuno con un ruolo adeguato alle sue capacità. Del resto per loro anche fare un colloquio di lavoro è uno scoglio enorme.

Quali sono i problemi che si possono presentare a un colloquio?

Bisogna sempre considerare che queste persone hanno dei talenti, ma hanno delle fragilità relazionali davvero importanti. Per prima cosa non capiscono il linguaggio non verbale delle persone. Anche se hanno una capacità verbale sviluppatissima, non comprendono le metafore. Il nostro linguaggio quotidiano è fatto di intonazione, espressioni ironiche, linguaggio non verbale, tutte sfumature che loro non riescono a percepire. Non riescono a leggere le intenzioni mentali dell’altra persona, figuriamoci se questa è anche sconosciuta. Poi nelle comunicazioni non puoi permetterti di essere impreciso.

Facciamo un esempio pratico.

A una persona autistica non puoi dare un compito per la prossima settimana. Potrebbe stare ore a chiedersi se lo deve fare per lunedì, per martedì o per venerdì. E soprattutto non puoi essere ironico perché l’ironia viene presa alla lettera.

L’autismo ad alto funzionamento riguarda quasi 1,4% della popolazione, in Italia si potrebbe arrivare a un milione di persone. È un fenomeno molto diffuso, e prima mi dicevi che il tasso di disoccupazione è ancora del 90%. È una cifra enorme, soprattutto alla luce delle potenzialità che hanno.

La missione sociale di Auticon è proprio aprire un varco nelle aziende per far vedere quanto valgono economicamente queste persone, perché indiscutibilmente a fare un certo tipo di attività sono più brave delle altre (sul testing, sulla migrazione del software, sull’analisi dei dati). Non potremmo certo risolvere da soli il problema, ma aprire le porte delle aziende, portare dentro queste persone e far capire loro quanto sono brave è un bel passo avanti. Ci vorranno anni, ma io dico sempre che la nostra vera mission è quella di non esistere più tra vent’anni.

Per quali aziende lavorate?

Ad esempio, stiamo lavorando a un progetto per una grande compagnia di assicurazioni che ci ha chiesto di occuparci della classificazione di immagini di incidenti. Quando c’è un incidente ormai di prassi si fanno le foto con i cellulari, poi si compila la constatazione amichevole e l’azienda deve verificare che le informazioni inserite siano veritiere rispetto alle immagini. Bisogna guardare migliaia di foto e classificarle. Una persona neurotipica si stancherebbe dopo due ore, invece i miei ragazzi lo fanno con grande concentrazione, è un’attività che non li annoia e li appaga. Questi sono talenti, così come la capacità di rimanere concentrati in attività ripetitive. Dobbiamo solo spiegare alle imprese quali sono le condizioni necessarie affinché i ragazzi possano dare il massimo.

A parte questo caso, per quali altre aziende lavorate?

Auticon in generale ha come clienti aziende medio-grandi e multinazionali. In Italia siamo presenti da un anno, il nostro primo cliente è stata Air Liquide per la quale abbiamo sviluppato un sistema di business intelligence. Un’altra area di intervento molto importante, grazie ai talenti naturali dei nostri consulenti, è il testing del software, che richiede appunto capacità di individuare errori e altissima concentrazione. Ad esempio, per Poste Italiane dalla fine dello scorso anno ci occupiamo del testing delle loro app sui cellulari.

Gabriele Gamberi di Asphi mi ha spiegato che dall’ottavo report sulla disabilità emerge che la maggior parte dei disabili che vengono collocati non riesce a portare a termine il percorso. La cessazione del termine è il dato peggiore (50%), il 14% dà le dimissioni, nel 6% dei casi c’è licenziamento per giusto motivo e il 4% non riesce a superare il periodo di prova. Come vi ritrovate in queste statistiche?

Questo da noi non avviene perché ci occupiamo di loro e preveniamo le situazioni di crisi. Per prima cosa il nostro modello parte facendo formazione ai clienti. Spesso si pensa che si debba fare formazione alle persone disabili per far capire loro come si lavora, ma la vera formazione va fatta ai non disabili. Io devo dare la possibilità alla persona autistica di essere se stessa e se insegno ai clienti come si devono comportare, come devono comunicare (con precisione e senza ambiguità, dando istruzioni scritte piuttosto che verbali) è tutto molto più semplice. Inoltre i nostri psicologi sono sempre disponibili per fare da mediatori tra il cliente e il consulente. La psicologa una volta a settimana li incontra entrambi, e verifica che tutto funzioni e che non ci siano incomprensioni.

La mancanza di un percorso continuativo in effetti viene indicata come il fattore più incisivo del fallimento inclusivo.

Non puoi pensare di fare un inserimento lavorativo e che tutto sia finito lì. Al disabile fisico in carrozzella serve la pedana per raggiungere la postazione di lavoro. Dopo un anno non puoi togliergli la pedana pensando che ormai abbia imparato a raggiungere la postazione. Ecco, per le persone autistiche lo psicologo è la pedana: la persona autistica rimane autistica tutta la vita e lo psicologo serve durante tutto il percorso, perché basta un minimo cambiamento o un imprevisto (come lo sciopero della metropolitana o una riunione fatta di mattina invece che di pomeriggio) per mandarla in crisi. Non sono qui a dire che le difficoltà non ci sono, ma si possono affrontare e superare; e vi assicuro che vale la pena fare un piccolo sforzo perché accogliere la diversità rende le aziende più forti di fronte alle sfide della digitalizzazione, promuove l’innovazione, migliora la comunicazione e crea spirito di squadra.

Giornalista per indole, fotografa per passione. Immagina, progetta e scrive dall'ultimo anno di materna. Ama vedere la realtà da alternativi punti di vista e non crede nei confini netti, né geografici né sociali. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in comunicazione ha lavorato 10 anni per una casa editrice bolognese. Oggi, oltre a essere responsabile di redazione di Senza Filtro gestisce la comunicazione per l'Associazione Epilessia Emilia Romagna. Inoltre collabora con Terzo Tropico, un’associazione culturale che realizza reportage, mostre e volumi fotografici. [ Guarda tutti gli articoli ]

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