Reportage

Un vestito di alta moda con hijab, prodotto della imprenditoria migrante

Le altre radici del Made in Italy

Il fenomeno dell'imprenditoria migrante sta dando nuova linfa al Made in Italy. Ecco alcuni esempi di innesti multiculturali alla produzione italiana.

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Il Made in Italy ha una nuova iniezione di vitalità anche grazie ai casi di imprenditoria migrante. Questa affermazione potrebbe sembrare un ossimoro, ma il fatto che persone di origine straniera stiano apportando un contributo alla tradizionale e rinomata produzione italiana è un dato di fatto. Il processo è simile a quello che accade in agricoltura quando si effettua un innesto, con l’unione di due piante diverse per farne crescere una più pregiata e più forte. Oggi infatti molti giovani immigrati o figli di migranti, unendo il proprio bagaglio culturale d’origine a quello che acquisiscono in Italia, stanno dando vita a un mondo imprenditoriale vivace e in forte espansione. Sono realtà molto diverse dai classici ristoranti etnici e dagli internet point, dalle società che offrono servizi (trasporto, pulizie, traduzioni) e dai negozietti sparsi ovunque.

Sono molte le storie che emergono in questo campo. Ne abbiamo scelte tre, incontrando altrettanti giovani, due ragazze e un ragazzo, in un viaggio tra Piemonte, Lombardia e Marche. Si chiamano Hind Lafram, Fatna El Hamrit e Jefferey Osoiwanlan Eromosele e hanno rispettivamente ventiquattro, ventinove e trentadue anni.

 

Hind Lafram e la modest fashion: l’hijab, ma con stile

A Torino incontriamo Hind Lafram. La giovane, di origine marocchina, è una stilista e il suo marchio HL si sta facendo conoscere nel panorama internazionale della cosiddetta modest fashion, la moda che, come la definisce la stessa Hind, “non disegna i corpi, ma fa risaltare la personalità”.

 

 

Hind è arrivata in Italia quando aveva tre anni e sin da piccola era affascinata dal mondo della moda, tanto da lasciare la scuola di ragioneria per inseguire il suo sogno di diventare stilista. Si è diplomata con successo alla scuola di moda di Torino, impegnandosi fin da subito a confezionare abiti che rispondessero a un’esigenza comune a molte coetanee: portare il velo e vestirsi con stile.

Quella che Hind ha saputo interpretare è l’esigenza di molte ragazze musulmane praticanti che scelgono il hijab, il velo che copre il capo, e lo vogliono abbinare a un abbigliamento giovanile, alla moda, originale. La sua grande intuizione è stata proprio quella di creare “una moda Made in Italy per giovani musulmane Made in Italy”. Nel 2014 apre una pagina Facebook sulla quale pubblica le foto di alcune sue creazioni. Il successo è immediato e cominciano ad arrivare richieste per abiti su misura. Successivamente inizia a lavorare a Milano, come consulente di uno stilista, per un progetto destinato al mercato estero.

Nel 2017 fonda la società Modest Fashion Italia SRL e deposita il marchio Hind Lafram. I suoi soci sono Adriano Speranza della Sportline Sas e il professor Paolo Biancone, docente di Economia Aziendale all’Università di Torino ed esperto di Finanza Islamica. A luglio del 2017 partecipa con una collezione tutta sua alla Torino Fashion Week Modest Fashion. I suoi abiti piacciono a donne di religione, cultura ed età diverse. Realizza una linea di abbigliamento sportivo, abiti da cerimonia, abiti prêt-à-porter. Le sue creazioni sfilano anche a Roma, Cosenza e Firenze, e tramite la piattaforma Hitlife arrivano ordini dall’Italia e dall’estero.

 

Fatna El Hamrit e The Shukran, ponte tra due culture

Un’altra impresa Made in Italy fondata da una giovane migrante è l’app The Shukran, che oggi conta oltre 450.000 utenti in tutto il mondo. L’idea di Fatna El Hamrit, giunta in Italia dal Marocco quando aveva appena quattro anni, è quella di far riscoprire agli utenti della rete la bellezza della comunicazione che porta a una reciproca conoscenza.

È il 2015, Fatna ha ventisei anni e, come tanti coetanei, è iscritta sui più importanti social network, ma non è contenta del clima di odio e di tensione che si respira in rete. L’idea di Fatna parte dal suo sentirsi figlia di due culture, quella marocchina, delle sue origini, e quella italiana, che ha influenzato la sua formazione e l’ha fatta diventare la donna determinata e libera che è oggi. Il suo desiderio è costruire un ponte, aprire una finestra sul mondo che permetta a Oriente e Occidente di guardarsi senza filtri. Coinvolge un gruppo di amici, italiani e di origine straniera, tra cui il fondatore di YouReporter; studiano un possibile progetto, discutono, si confrontano con esperti di comunicazione e il loro sogno prende forma.

La app nasce a Milano, e della città meneghina ha lo stile, la funzionalità, l’efficienza. È un social interamente Made in Italy, anche se porta un nome arabo, che significa “grazie”. Gli utenti si iscrivono e pubblicano foto, dialogano su un blog, si raccontano, ma a differenza di altri social, su The Shukran la parola d’ordine è gentilezza. Niente mi piace”; per interagire con gli altri ci si dà virtualmente il cinque, cliccando sull’icona della mano.

Fatna, che ha studiato mediazione linguistica e culturale e che lavora in uno studio di progettazione e design, si dedica con passione anche a questa startup, la cui crescita è costante: le recensioni sono più che lusinghiere. Il Made in Italy in questo progetto non è solo una questione estetica o logistica. Fatna ci tiene a precisare che è proprio l’apertura mentale che ha acquisito formandosi in Italia ad averla spinta a impegnarsi per creare un canale di scambio e interazione tra i giovani del mondo. “In Italia cresci con i valori della bellezza e dell’amore per la cultura. Abbiamo voluto creare una app Made in Italy forte di questi valori, che faccia riscoprire agli utenti del Web la bellezza dell’incontro con l’altro, con il diverso, senza paure”.

 

Jefferey Osoiwanlan Eromosele e la Fattoria di Campagna

Da un incontro bellissimo nasce anche l’impresa, che per molti versi ha le sfumature di una favola, fondata dal nigeriano Jefferey Osoiwanlan Eromosele. Lo incontriamo tra le colline della campagna marchigiana, all’interno della sua “fattoria di campagna”, circondato da cuccioli di diverse specie animali e da una natura incontaminata. Un angolo di paradiso che sta attirando sempre più visitatori: turisti in cerca di tranquillità, di un contatto con il verde e gli animali, ma soprattutto desiderosi di fare un viaggio nel tempo, di tornare bambini. Perché è così che ci si sente passeggiando tra pulcini, pecorelle, porcellini d’India, facendo attenzione ai giovani emù che si rincorrono e che sembrano proprio ragazzini vivaci.

L’avventura italiana di Jeffrey inizia nel 2014, dopo una dolorosa e lunga fuga dalla Nigeria, che lo porta sulle coste italiane, dove chiede il riconoscimento dello status di rifugiato. Dopo un lungo iter burocratico a Jefferey, che è stato trasferito a Montecarotto in provincia di Ancona, viene riconosciuto l’asilo politico. In attesa di trovare una casa e un lavoro, il giovane trova ospitalità nei locali di un ex allevamento cinofilo ormai chiuso, di proprietà della famiglia Gasparini, che ha conosciuto Jefferey sin dal suo arrivo nelle Marche e ne è diventata amica. Jefferey si innamora di quel luogo e propone alla famiglia Gasparini di ridargli nuova vita. Lucia ed Enrico sono felici di questa richiesta: Jefferey è affidabile, serio, umile e con tanta voglia di imparare, e quel luogo, dove Adalberto, il padre di Enrico, ha allevato per anni cani pluripremiati in Italia e in Europa, non può essere lasciato morire.

Il progetto comincia con alcune aiuole, pochi piccioli e cinque capre. Oggi la fattoria conta quaranta diverse specie animali. Jefferey, che in Nigeria si è laureato in Scienze Politiche, studia, ottiene la licenza media e nello stesso giorno in cui dà l’esame orale affronta anche l’esame per diventare responsabile di fattoria didattica. Li supera entrambi in modo brillante. Ad aprile 2017 la Fattoria di Campagna apre al pubblico ed è subito un successo. L’intuizione di Jefferey è vincente, quel luogo ha una storia e un’anima e grazie al suo lavoro ora è tornato a vivere. “Jefferey è stato la persona giusta nel momento e nel posto giusto”, dice soddisfatta Lucia. “Non avremmo affidato questa proprietà a nessun altro, ma lui ci ha colpiti con la sua voglia di lavorare e imparare, e anche con la sua lungimiranza. Se non lo avessimo incontrato, questo posto sarebbe rimasto dimenticato”.

Giornalista freelance, scrittrice e poetessa Di origine siriana, nasce ad Ancona e ama immaginare la sua vita come un ponte che unisce culture e popoli diversi. Collabora con numerose testate nazionali tra cui Panorama, Avvenire, Antimafia 2000 e The Post Internazionale, occupandosi di esteri, in particolare Medio Oriente e Nord Africa, di immigrazione, diritti umani, dialogo interreligioso e interculturale. Ha pubblicato romanzi e libri di poesie e continua a scrivere per passione. Il suo ultimo romanzo è “Il silenzio del mare” pubblicato da Castelvecchi a ottobre 2017. Ha vinto numerosi premi giornalistici per i suoi reportage sulla Siria. L’ultimo riconoscimento ricevuto è il “Premio per la pace e l’amicizia tra i popoli” assegnato a settembre 2018 nell’ambito del concorso Giornalisti del Mediterraneo per il reportage “Porto franco” pubblicato su Panorama. Parla quattro lingue, ma spesso è di poche parole e comunica scattando fotografie dei suoi numerosi viaggi. L’Università della Svizzera per la Pace l’ha nominata a vita “Ambasciatrice di Pace” ed è consigliere permanente dell’Università per la Pace delle Marche. [ Guarda tutti gli articoli ]

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