Leonardo Bassilichi: “Le banche italiane prestano soldi a chi non ne ha bisogno e negano a chi chiede”

Intervista aperta a Leonardo Bassilichi, Presidente della Camera di Commercio di Firenze e acuto osservatore degli equilibri politici e imprenditoriali. La sua tesi? Firenze è immobile, la Toscana oscilla.

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“La questione più importante per la rinascita e lo sviluppo della Toscana? Io non ho dubbi. Per la nostra regione e, oserei dire, per l’intero Paese, la questione cruciale è quella delle infrastrutture. È un tema decisivo, mi creda. E devo aggiungere che è sconfortante assistere in questi mesi alla politica del blocco delle infrastrutture decisa dal governo in carica. Il Ministro Toninelli si mette di traverso ma io credo che sia un errore grave non comprendere il ruolo strategico delle infrastrutture”.

A parlare è Leonardo Bassilichi, navigato imprenditore toscano, amante del mare, innamorato della sua Firenze dove è nato nel 1971, Presidente dal 2014 della Camera di Commercio di Firenze e dal 2015 Vice Presidente di Unioncamere Nazionale. Un tipo che non ha peli sulla lingua, quello che pensa lo dice senza problemi. La Bassilichi spa è specializzata in servizi tecnici e amministrativi per il sistema bancario ed ora è entrata a far parte di una holding, Nexi group spa, assieme a Nexi Payment, (ex Cartasì), Mercury Payment Services, Helpline spa, Oasi Diagram. Ma dalle prime battute della nostra conversazione si capisce che Bassilichi non ha nessuna voglia di occuparsi soltanto del suo segmento di mercato. Anzi, è ben contento di parlare della struttura produttiva della Toscana, del terremoto Mps e delle zone grigie della patria del rinascimento.

Proviamo a fare un passo indietro. Poi torneremo sul tema delle infrastrutture perché mi pare che le stia molto a cuore. Le vorrei fare una domanda che poi è il perno di tutte le riflessioni sullo sviluppo economico e culturale dell’Italia: quanto è attrattiva la Toscana per gli investimenti nazionali e internazionali? Quali sono gli ostacoli e i punti di forza per una nuova crescita economica e culturale?

La domanda è interessante e, per certi versi, centrale. Ma per rispondere devo davvero fare un passo indietro ed esporre il mio punto di vista sulla peculiarità di questo splendido territorio. Diciamo che l’attività produttiva della nostra regione, come le dicevo con una battuta, è davvero a macchia di leopardo. Non è come la Lombardia e il Piemonte dove vi è comunque la centralità di Milano e Torino. Da noi ci sono zone e settori che vanno bene e ci sono segmenti produttivi che vanno male. Non c’è un tessuto produttivo omogeneo, è per questo che è difficile rispondere in modo univoco alla sua domanda. Tenga presente che la Toscana è composta da distretti industriali e non sempre nell’epoca della globalizzazione questo è un vantaggio. Soprattutto quando questa frammentazione è ancora accompagnata da un forte campanilismo. Vuole qualche esempio di aree grigie? Il marmo, che aveva un mercato internazionale florido, oggi va male e ce lo siamo perso. Piombino non viaggia in buone acque. Anche il tessile va male, Prato ospita la comunità cinese più importante d’Italia e in quell’area si è abbassata la qualità dei prodotti ed ora siamo in fase di decadenza. La pelletteria va benissimo ed è molto florida così come la farmaceutica e la moda. Così come la manifattura e la meccanica pesante. La Nuova Pignone genera un Pil interessante. Per l’agricoltura il discorso è diverso: chi lavora bene fa storia, chi lavora male muore. Negli anni passati, ad esempio, il Chianti si è sputtanato, oggi sta riprendendo.

E il turismo? Firenze e la Toscana, nell’immaginario collettivo, sono considerate il regno del turismo di massa. Non mi dica che non può essere uno dei motori dello sviluppo.

Certo, il turismo pervade tutta la Toscana, dalle città ai colli, alle coste sul mare. Ma non bisogna farsi trarre in inganno. Firenze è considerata una città che vive prevalentemente di turismo ma non è così. Le do una notizia: su un Pil di 34 miliardi, il turismo copre soltanto il 7 per cento. Se noi lavoriamo soltanto sul quel 7 per cento e trascuriamo gli altri settori facciamo un errore gravissimo. Questo non significa che non sia necessario incrementare il turismo.

Tra le zone d’ombra della Toscana immagino che una delle più vaste sia costituita dal Monte dei Paschi di Siena. La crisi di Mps che effetti ha avuto sull’economia regionale?

A quale crisi si riferisce? Come lei saprà bene, la crisi del Mps dura ormai da più di un decennio. Io direi che l’ultima fase, quella della statalizzazione, è stata la meno traumatica. La ricaduta peggiore però l’ha subita la città di Siena con riflessi negativi in tutta la Toscana e quando parlo di ricaduta non mi riferisco al supporto all’economia locale ma a qualcosa di molto più concreto: il numero di dipendenti del Monte dei Paschi in pochi anni si è dimezzato creando un pesante effetto sui livelli di reddito. E quando l’Istituto ha deciso di non fare più acquisti sul territorio toscano la botta è stata ancora più grossa. Lei mi chiedeva se è mutato il supporto all’economia locale: direi di sì, ma da molto tempo. Da quando le banche italiane hanno abbandonato la politica del territorio. Purtroppo uno dei vizi capitali del sistema bancario italiano è di fare prestiti a chi non ne ha bisogno e negarli a chi ne ha bisogno.

Torniamo alla politica. Da imprenditore e da uomo delle istituzioni a capo della Camera di Commercio, come giudica la politica economica dei governi in materia di aiuto allo sviluppo delle regioni.

Devo essere sincero, i governi precedenti a quello attuale avevano provato a cambiare qualcosa in tema di infrastrutture ma ora, con quello attuale, tutto è immobile. E non le sto parlando di un tema generale di macroeconomia ma di questioni vitali che decideranno il futuro della Toscana. Le cito soltanto tre tipi di infrastrutture bloccate da anni: il progetto di autostrada della costa tirrenica che è bloccato da 40 anni, il passante già progettato dell’Alta Velocità che consentirebbe di superare l’ostacolo della stazione di Firenze – che, essendo chiusa, rallenta i movimenti commerciali e industriali – e il progetto per l’ampliamento dell’Aeroporto di Peretola a Firenze. Se noi non rinnoviamo queste infrastrutture sarà difficile facilitare l’ingresso in Toscana di investitori italiani e soprattutto internazionali. Il signor Toninelli, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, si è messo di traverso sull’ampliamento dell’aeroporto ma io spero si rendano conto del peso che queste decisioni hanno sugli assetti economici di una regione intera. Come le dicevo, è sconfortante assistere a queste decisioni. Guardi che l’Italia è un Paese fantastico, ma spesso noi decidiamo di guardarci indietro invece di andare avanti. La sindrome di Firenze è proprio questa: spesso guarda al passato, al vecchio rinascimento, e mai a uno nuovo.

Photo credits: FILCTEM e CGIL

Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏ [ Guarda tutti gli articoli ]

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