L’essenziale è ancora invisibile agli occhi?

Il virus ha stravolto priorità e prospettive. Abbiamo chiesto cosa è essenziale oggi a manager, psicologi e operatori sanitari. Ecco che cosa hanno risposto.

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Nel vocabolario la parola “essenziale” è definita “costitutiva dell’essenza, indispensabile”. Trascurando le altre accezioni, ad esempio nella moda o nel design, dove è sinonimo di sobrietà, la definizione parrebbe esaustiva e con poche possibilità di fraintendimento. Qualche dubbio però ci è sorto, negli ultimi mesi, quando questo aggettivo qualificativo è stato via via associato a numerosi servizi o attività, spesso in base a chi parlava e a quali interessi erano in gioco, fino a rappresentare elementi contrapposti.

Partiamo dal fatto che parlare di attività essenziale è una forzatura che, se portata all’estremo, non si discosta molto dalla proverbiale media del pollo, trattandosi di un concetto che per sua stessa natura è fortemente individuale. Ma quando si tratta del bene comune si è costretti a scegliere un criterio univoco, un minimo comune denominatore, pur coscienti che questo accontenterà alcuni a discapito di altri.

Se ad esempio fossimo privati della possibilità di comunicare probabilmente accuseremmo il colpo, fino a mettere a repentaglio la nostra stabilità emotiva e psicologica. Viceversa, una persona introversa, solitaria e di poche parole vivrà la privazione in modo molto più misurato.

 

L’essenziale per gli operatori sanitari, l’eccesso di tutte le altre categorie: il riposo

Così, quando ho chiesto a Silvia (che da 16 anni è infermiera del Pronto Soccorso di un grande ospedale del Nord Italia) che cosa le evocasse la parola “essenziale”, il suo primo pensiero è andato ai livelli essenziali di assistenza, i LEA per gli addetti a lavori: le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket.

Sono indicatori attendibili di come cambia la nostra società nel tempo, che tendenzialmente si evolve e tende ad aumentare le garanzie. Sono anche variati in modo significativo i LEA del pronto soccorso a causa di molteplici elementi come il cambio demografico, sociologico, di approccio di pensiero. Lo stesso codice colore, che classifica le urgenze, si è dovuto adeguare più volte, in alcuni casi non limitandosi al mero criterio clinico. Infatti, se negli anni sono diminuite le grandi urgenze, ha assunto proporzioni importanti l’assistenza agli anziani, che spesso vengono portati in pronto soccorso da familiari che non riescono più a gestirli anche per patologie non critiche. Spesso di fatto ci si sostituisce al territorio, in particolare in zone più difficili dal punto di vista sociale, con cittadini che, per evitare code dal medico di base o costi a proprio carico, si presentano al Pronto Soccorso dove sanno che saranno comunque assistiti. È essenziale che il concetto di Pronto Soccorso torni il più vicino possibile al suo compito originale, specie in questo momento, dove allo stesso livello di curare c’è infatti quello di non infettarsi per non infettare, di proteggersi per proteggere, senza nessuna esperienza pregressa che possa venire in soccorso.

Come cittadina invece Silvia ha una lettura diversa, molto condizionata dal suo lavoro. Non solo non deve restare a casa, ma non può nemmeno farlo, e lavorando 12-14 ore al giorno in questo periodo di emergenza, se vivesse sola non avrebbe nemmeno la possibilità di soddisfare necessità essenziali come fare la spesa, perché gli orari sarebbero incompatibili. È paradossale che la sua prima esigenza sarebbe quella di stare a casa per un po’ a riposare, e immagina che riuscirà a farlo solo se si sarà capaci di spiegare alle persone che la Fase 2 non durerà qualche settimana, e che se anche si riapre tutto non significa che l’emergenza sia cessata. Ma non sarà facile, perché la gente è stanca e ha poca voglia di ascoltare. Gli operatori sanitari, in ogni caso, si stanno preparando e attrezzando per gestire una recrudescenza dei contagi. Del resto è il mestiere che hanno scelto e che amano, e si faranno sempre e comunque trovare pronti.

 

Francesca Ungaro e l’essenzialità dell’equilibrio

Una chiave di lettura diversa è quella proposta da Francesca Ungaro che, dopo una importante esperienza come psicologa clinica, da alcuni anni è Senior Consultant ed esperta di comunicazione di temi legati alla psicologia, attraverso il suo seguitissimo account Twitter.

“In questo preciso momento storico è essenziale trovare un equilibrio nel disordine causato da dinamiche di cambiamento repentine e violente, che provocano veri e propri blocchi. Dobbiamo infatti capire cosa vogliamo portare nel futuro e farlo subito. Il cambiamento ha naturalmente bisogno di tempo per elaborare un lutto dell’identità precedente e disegnare su un foglio bianco chi saremo domani. Ma oggi coesistono due elementi critici importanti che possono rallentare il processo: si tratta di un cambiamento non voluto ma imposto, che non ci ha concesso il giusto spazio per le emozioni; la situazione di improvvisa emergenza per definizione non concede il tempo di elaborare.”

“È come scappare di casa durante un terremoto o un incendio: ci si trova per strada, magari in pigiama, senza aver avuto il tempo di decidere che cosa portare con sé ma agendo esclusivamente in base all’istinto di sopravvivenza. Il nostro universo è cambiato in un attimo e ora serve un ulteriore elemento fondamentale: la consapevolezza e il coraggio di farsi aiutare, pur sapendo che non esiste una ricetta. Siamo tutti un po’ funamboli, in equilibrio tra la paura di dimenticare com’era ieri e la pressante necessità di disegnare un nuovo domani.”

 

David Bevilacqua, Make a Wish: “L’essenziale di domani? Il tempo. La velocità non sempre paga”

David Bevilacqua, oggi Direttore Generale di Energy Way e membro del consiglio direttivo di Make a Wish, ha la certezza che si tratti, oggi più che mai, di un concetto relativo: “Se per la qualità della vita si può sostenere che il teatro o l’arte in generale siano un fondamentale nutriente per l’anima, per la sanità pubblica penseremo alla produzione di mascherine o respiratori, mentre per il problema climatico ci concentreremo su un ripensamento della nostra mobilità. E stiamo riferendoci esclusivamente all’uomo, che vive in una società evoluta senza considerare una fetta importantissima della popolazione mondiale, che non ha accesso a cose davvero essenziali come acqua, cibo, vaccini e istruzione di base”.

“Forse è opportuna una distinzione tra ciò che è davvero essenziale per vivere rispetto a ciò che invece ci serve per mantenere il nostro stile di vita. Essenziale dovrebbe essere la riduzione delle diseguaglianze economiche, dare diverse prospettive di vita alla parte più abbondante della popolazione mondiale affinché possa iniziare a pensare a vivere, e non solo a sopravvivere. Potremmo fare un utile esperimento e iniziare a lavorare per sottrazione, elencando le componenti che è possibile ridurre o eliminare invece di pensare a un ‘essenziale cumulativo’ dove sono necessari sempre più beni per stare meglio. La stessa socialità di domani, che dovremo giocoforza recuperare, sarà oggetto di sottrazione, di selezione.”

“Un esempio di scelta difficile l’ho vissuto quando in Make a Wish abbiamo condiviso di sospendere in questo periodo le campagne per le donazioni, ritenendo che dovessero beneficiarne soprattutto le strutture sanitarie impegnate nella cura del coronavirus. Eravamo tutti dolorosamente consapevoli che nel frattempo i bimbi non avevano smesso di sognare e che per loro questo continuava a essere più importante e prioritario di qualunque altra cosa al mondo. Quindi, forzatamente riviste le priorità, serve ritrovare il nuovo essenziale di domani, dove la dimensione tempo giocherà un ruolo da protagonista; lo stesso tempo che, pur inficiato dalla percepita vulnerabilità e dalla conseguente paura, crea nuovi spazi da riempire. Le situazioni complesse non hanno quasi mai soluzioni semplici e hanno invece bisogno di tempo. La velocità non sempre paga. Del resto si dice: se vuoi arrivare in fretta corri, se vuoi arrivare sicuro cammina, ma se vuoi arrivare lontano fermati.”

 

Andrea Pontremoli, AD Dallara Automobili: “Essenziale decidere ora chi o cosa essere domani”

Andrea Pontremoli, Amministratore Delegato di Dallara Automobili, mi regala subito un’immagine che fotografa perfettamente il momento storico.

“Abbiamo vissuto un periodo in cui si sono invertiti i parametri, e siamo passati in un attimo dall’avere poco tempo e tanto spazio, ovvero la possibilità di spostarci ovunque velocemente, ad avere tanto tempo e poco spazio. In alcuni momenti ci siamo anche resi conto che gran parte delle cose che facevamo e che occupavano tanto tempo non necessariamente ci interessavano o ci piacevano. Così si è arrivati a interrogarsi sul senso delle cose che facciamo, come passare due ore in coda in tangenziale a Milano a Roma, tutti alla stessa ora per andare tutti nello stesso posto, e forse ora ti rendi conto che non era poi così essenziale come pensavamo che fosse. Ma ora c’è davanti a noi un’enorme possibilità di innovazione, cioè quella di cambiare e rimettere in discussione le nostre abitudini. Diversamente non è innovazione, ma è solo un elastico che una volta lasciato ritorna esattamente come prima.”

Ma quando ritorneremo che cosa avremo cambiato? Cambierà il nostro concetto di essenziale nel lavoro? “Oggi sono cambiate molte regole anche nei rapporti tra le persone, così come è cambiato il concetto di gerarchia, che abbiamo sempre considerato essenziale in azienda ma che è servita molto poco in questo periodo. Ha senso forse ripensare il manager in virtù del valore apportato, indipendentemente dal ruolo ricoperto. Basta misurare il rapporto tra quante persone ti chiamano rispetto a quante ne chiami, e poi concentrarsi sul motivo per il quale siamo chiamati, qual è il valore aggiunto apportato in termini di competenza.”

“Queste settimane hanno anche fatto accorciare la catena di comando: in Dallara abbiamo fatto due riunioni con tutti i seicento dipendenti per spiegare le regole della ripresa, dove trasmettere correttamente l’essenza del messaggio era fondamentale. Non avevamo mai fatto nulla di simile prima, anche perché non c’era un posto per contenerle tutte. In realtà lo strumento usato in queste occasioni le contiene tutte e c’era anche ieri, ma non lo usavamo perché non avevamo mai pensato a questa soluzione e perché non eravamo obbligati a farlo, nonostante sia un modo di comunicare che si è rivelato veloce, chiaro ed efficace come richiesto dal momento.”

Che cosa sarà essenziale per il futuro, allora? “Di certo ragionare su strategie diverse; non pensare ora a quello che deciderò domani ma decidere ora chi o cosa vorrò essere domani. Anche il concetto di efficienza, sinora letto con pensiero razionale come ‘fare più cose in meno tempo’, è da rivedere. Il pensiero critico ci suggerisce un approccio diverso per il quale serve il tempo che in questo periodo abbiamo avuto, volenti o nolenti, ma che ci ha permesso di andare all’essenza, al ‘perché lo faccio?’.  Le nostre competenze in azienda erano pezzi di un puzzle che, una volta uniti, davano forma al nostro modello di business. Ma ora che il modello è da ripensare, gli incastri così perfetti e unici delle tessere del puzzle diventano un vincolo. Sarà invece importante avere tante tesserine di un mosaico, molto più flessibili pur mantenendo la loro specificità per colore”.

 

Massimo Scaccabarozzi, presidente Farmindustria: “Riportare il focus sulla ricerca”

Per Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, presidente e Amministratore Delegato di Janssen Italia e della Fondazione Johnson & Johnson, che opera in campo farmaceutico, sarebbe troppo facile sostenere che la sua è un’attività essenziale di un settore essenziale. In realtà, dal punto di vista industriale, hanno avuto le stesse difficoltà di tutti gli altri settori sin da metà febbraio, quando temendo i possibili sviluppi hanno iniziato a immaginare che cosa sarebbe successo se avessero interrotto la produzione.

“Era essenziale, in primo luogo, far prevalere il senso di responsabilità senza però mettere in pericolo noi stessi. Ma anche mantenere la visione a 360° e non commettere l’errore, focalizzandoci sull’emergenza, di dimenticarci di tutti gli altri malati che continuano ad avere bisogno di farmaci salvavita. Il primo focus è stato sulla produzione degli stabilimenti e sulla pressante necessità di lavorare in totale sicurezza. Abbiamo reagito velocemente creando varie task force a livello associativo: una per organizzare il lavoro (che è diventato smart per tutte le categorie per le quali era possibile), un’altra per poter produrre in sicurezza, una terza per organizzare la distribuzione delle materie prime e garantire l’approvvigionamento in fabbrica, l’ultima per dare continuità agli ospedali dove erano in corso progetti di ricerca. Dal punto di vista emotivo non è stato facile: chi è andato lavorare, sia pur con tutte le precauzioni, ha rischiato in prima persona, anche se in Janssen siamo stati bravi e fortunati, avendo avuto un solo caso su 1500 persone, e nemmeno contratto in azienda.”

“Quindi di fatto la cosiddetta Fase 2, iniziata qualche giorno fa, noi l’abbiamo già vissuta con congruo anticipo e oggi abbiamo la possibilità di raccontare e mettere a disposizione la nostra esperienza per le altre attività industriali che si apprestano a ripartire. In conclusione, tornando a cosa è davvero essenziale, l’auspicio è che cambi il focus sulla ricerca. Negli ultimi anni abbiamo sentito e visto continue discussioni sui vaccini, dove molte persone arrivavano a sostenerne non solo l’inutilità ma perfino la pericolosità. Oggi abbiamo visto che cosa sta accadendo solo perché ne manca uno. La ricerca ha l’obiettivo di trovare cure e vaccini per evitare che, come sta accadendo ora, l’unico vaccino rimaniamo noi con i nostri comportamenti, chiusi in casa. Questo forse ci permetterà di evitare di ammalarci, ma non di sconfiggere il virus. E alla fine i veri sconfitti saremo noi, che perderemo la nostra libertà.”

Mai come ora ognuno di noi ha in mano le carte per ridisegnare il proprio futuro partendo dall’esperienza, sia pur bruciante e traumatica, vissuta nelle ultime settimane. Magari capendo che l’antica espressione homo faber est suae quisque fortunae non è mai stata così attuale.

 

Photo by maxime caron on Unsplash

Torinese, classe ‘68, è trainer, coach e managing partner di risorsa uomo. Dal 2012 al 2017 è stato Global HR Director del Gruppo Landi Renzo. Il suo percorso professionale in ambito HR inizia in IVECO come responsabile sindacale dei plant torinesi. Negli anni successivi, dopo una esperienza di due anni in area sviluppo Iveco worldwide, ricopre il ruolo di HR manager in stabilimenti strategici in Italia ed all’estero. Nel 2010 entra in Comau dapprima come HR Business Partner e, in seguito, in qualità di global HR Industrial Operations. Giornalista pubblicista, l'amore per l'arte e il teatro non lo ha mai abbandonato e, oltre ad una commedia, nel 2012 ha pubblicato “E’ tutto oro che cola”, il suo primo libro legato ad un progetto benefico. A Ottobre 2019 è uscita "Laggendametropolitana", Un progetto a sostegno del progetto Dynamo Camp [ Guarda tutti gli articoli ]

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