Manipolati dal caso estremo

In una discussione, prima o poi, capita a tutti di vedere i propri argomenti deformati dalle esagerazioni di chi vuole avere ragione. Come difendersi?

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Esiste una modalità di comunicazione manipolatoria molto usata di questi tempi: l’argomento del caso estremo. Come funziona? Per dare forza alle proprie tesi si usa un esempio limite, con caratteristiche forti e conturbanti, e lo si presenta come risolutorio della questione, spingendo l’interlocutore ad avere una precisa reazione – di solito, rifiuto e indignazione verso qualcosa o qualcuno.

È un metodo che vediamo usare spessissimo nei talk show televisivi che dedicano intere puntate ad affrontare temi generali, passando da un caso di cronaca estremo all’altro. Ma accade anche nel rimbalzare quotidiano delle notizie online, perché con le modalità del caso limite si riescono a suscitare facilmente le reazioni dei lettori (strategia che paga in termini di like e interazioni). Infine nella comunicazione politica: una delle strade più percorse dai politici è proprio quella di esprimere le proprie posizioni agganciandole a casi che portano con loro elementi di emergenza, di allarme, di pericolo.

Succede anche nelle nostre discussioni abituali, private o professionali: nel momento in cui sentiamo un po’ di debolezza nel sostenere una tesi, ci viene la tentazione di mettere sul tavolo un esempio estremo, un evento eclatante, una situazione limite che possa in un colpo solo, per la sua forza intrinseca, dimostrare quanto abbiamo ragione.

 

L’argomento del caso estremo e le sue leve fondamentali: l’uso dell’ultimo

Il caso estremo, insomma, ha la funzione di iniettare in modo artificiale vigore in ragionamento. È una specie di doping argomentativo. Funziona così bene perché si basa su una delle forze persuasive più potenti: ragionare per esempi e per storie concrete, un modo di comunicare che intercetta la nostra naturale tendenza a prestare attenzione e a farci coinvolgere da ciò che ci appare vicino e a portata di mano.

Sono tre le leve fondamentali sfruttate nell’uso del caso estremo. La prima è quella che potremmo chiamare lo stare dalla parte dell’ultimo. In una discussione in cui ci sia un conflitto, una pratica costruttiva è quella di cercare l’ultimo e mettersi dalla sua parte. Questa mossa, se fatta in modo trasparente, vincola chi sostiene qualcosa a mettere alla prova le sue argomentazioni vestendo i panni del più debole degli interlocutori coinvolti. Se le sue idee mostrano di favorire chi è nella posizione più svantaggiata di solito acquisiscono forza agli occhi di chi ascolta.

Nell’argomento del caso estremo si manipola questa leva perché l’ultimo viene assolutizzato e trasformato in strumento da usare contro la posizione dell’avversario. Il più debole viene sfruttato come in quelle tecniche di guerra scellerate in cui si mandano i bambini e le donne avanti per mettere in difficoltà i nemici. Facciamo un esempio:

“La donna è stata stuprata da un migrante senza permesso di soggiorno, è ora di finirla, dobbiamo chiudere i porti!”. La vittima qui viene messa in campo e utilizzata con lo scopo di andare contro una categoria (i migranti) e una posizione (quella di chi sostiene l’accoglienza) rafforzando la propria opinione (chiusura dei porti). La condizione del più debole nella relazione (chi ha subìto una violenza) viene usata come arma da scagliare contro un preciso bersaglio.

Attenzione, perché il caso estremo funziona anche nell’opinione opposta:

“Dei coetanei lo hanno aggredito al grido di ‘sporco negro’, questo è il razzismo che sta diffondendo chi vuole chiudere i porti!”. Di nuovo il meccanismo di usare il debole (il ragazzo aggredito) non tanto per affrontare il suo problema, ma per lanciarlo come un sasso contro gli avversari (quelli che si oppongono all’accoglienza).

La manipolazione, insomma, si può smascherare proprio in questo uso dell’ultimo come arma di attacco. Un uso trasparente di esempi e storie significative porterebbe l’ultimo al centro dell’attenzione di per sé, per aumentare la consapevolezza sul suo problema. Nel caso estremo invece lo si utilizza per creare un contrasto con un’altra posizione. Insomma se la ricerca dell’ultimo rimane su di lui per migliorare la comprensione della sua condizione, non ci sarà manipolazione; se l’ultimo è scagliato contro qualcuno o qualcosa, siamo di fronte all’uso opaco del caso estremo.

 

La seconda leva: dal generale all’individuale

Una seconda leva è quella di avvicinare il problema generale all’esperienza personale. I temi astratti e generali, si sa, sono difficili da affrontare perché appaiono distanti e troppo ampi. Una pratica persuasiva positiva è quella di trasformare questioni di principio in questioni concrete. Se lo si fa in modo virtuoso si riesce a far sentire vicino all’interlocutore ciò che prima appariva ai suoi occhi indifferente o poco rilevante.

Il caso limite usa la stessa modalità, ma in modo tale che l’avvicinamento diventi minaccioso: l’interlocutore sente sulla sua pelle soprattutto il pericolo, l’allarme che la questione porta con sé, temendo danni per lui o per i suoi cari.

Anche in questo caso si può capire la manipolazione dal fatto che l’avvicinamento suggerisce una reazione ben precisa, che ha a che fare con la paura e la minaccia. Il contrario di ciò che provoca l’avvicinamento costruttivo, che nel suo mettere questioni ampie alla portata del singolo, di fatto aiuta ad avvicinarsi alla realtà e in qualche modo anche a temerla meno.

 

La terza leva: semplificare a uso della manipolazione

La terza leva è quella della semplificazione. Certe questioni sono talmente complesse da far sentire inermi e impotenti. Una delle azioni virtuose che si può compiere, allora, è quella di semplificare: evidenziare cioè gli aspetti rilevanti che permettono di interpretare e capire il problema, estraendo dalla mole di elementi ciò che è essenziale.

Nel caso limite si provoca una finta semplificazione che in realtà è una riduzione: non si scelgono gli aspetti rilevanti della questione, ma solo gli elementi che tornano utili alla propria posizione, omettendone altri che la metterebbero in crisi. La riduzione si può riconoscere per una ragione su tutte: presenta la questione nei suoi termini come se fosse tutta lì e non servisse altro per farsi un’idea. Promette di padroneggiarla completamente. Nella semplificazione invece è costante il rimando alla complessità che viene interpretata: una semplificazione ben fatta ha come effetto quello di alimentare il desiderio di approfondire e saperne di più.

In tutti e tre i casi si attivano meccanismi di empatia: siamo naturalmente portati a propendere per l’ultimo, a sentire sulla nostra pelle ciò che è vicino e a provare gratificazione nel capire i problemi in modo immediato. L’argomento del caso estremo li sfrutta creando un debole da scagliare come un’arma, una minaccia vicina e una versione ridotta della realtà per portare forza alle sue posizioni.

Foto di copertina di Lara Mariani

Filosofo, giornalista, social media manager di trasmissioni di Rai3 e Rai1. Si occupa di discussioni online, conflitti e comunicazione di crisi (www.brunomastro.it); assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze; insegna Reti e social media, Comunicazione politica e Etica della comunicazione presso Uninettuno. Recentemente ha scritto "La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico" (Cesati 2017) e “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (con Vera Gheno, Longanesi 2018). [ Guarda tutti gli articoli ]

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