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Medici di famiglia e compravendita dei pazienti: mors tua vita mea?

Medici di famiglia e compravendita dei pazienti: mors tua vita mea?

È vero che alcuni medici che vanno in pensione "vendono" i loro mutuati ad altri dottori? Ci risponde il vicesegretario nazionale FIMMG.

Angelo Astrei

28 Gennaio 2021

Mille e cinquecento pazienti (il massimo che un medico di medicina generale può assistere) sono una piccola roccaforte e un tesoretto per il quale la tentazione di monetizzazione non è poi così irrealistica. Anche i medici, come tutti i professionisti, non sono immuni dai calcoli prepensionamento, e con l’avvicinarsi di quella data (l’unica che provoca uno stravolgimento degli equilibri) il colpo di coda è purtroppo una prassi”.

Questa è parte della segnalazione che ci ha inviato Carlo, marito e segretario di una dottoressa di famiglia in un piccolo borgo del basso Lazio.

“Le liste dei mutuati – continua la segnalazione – sono abbastanza stabili, è raro che un grande quantitativo di pazienti si sposti in blocco da un medico verso l’altro. La partita si gioca quando qualcuno va in pensione o muore.”

E in quel caso cosa accade? “Il medico che si avvicina alla pensione mette il proprio ‘pacchetto pazienti’ su piazza. Nel 2016 ci proposero di acquistarne uno per 50.000 euro. Inutile sottolineare il fatto che rispedimmo l’offerta al mittente, non volevamo avere niente a che fare con certe pratiche. Detto questo, però, una volta trovato l’acquirente e stabilito l’importo iniziano le procedure”.

Di che genere? “Anche chi acquista vuole delle tutele. Ecco perché alcuni dottori prossimi al pensionamento precompilano e poi si fanno firmare dai pazienti i modelli di delega o revoca del medico di base. Quella risma completata rappresenta la loro garanzia. Poi è normale che il sostituto venga presentato agli assistiti come la migliore strada per la tutela della loro salute. I pazienti sono tenuti all’oscuro delle dinamiche che si nascondono dietro il cambio di un medico. Pensa che una volta trovammo dei moduli precompilati persino in una farmacia. Sembra una campagna elettorale”.

Compravendita dei pazienti tra medici: che cosa c’è di vero?

La materia è purtroppo nota. Già nel 1968 Alberto Sordi aveva raccontato di un medico cinico e assetato di guadagni che cercava ogni escamotage per dribblare il sistema. Poi, in particolare negli anni Ottanta e Novanta, si sono concentrate inchieste che hanno fatto emergere numerosi scandali, e un recente servizio de Le Iene ha riacceso i riflettori sul fenomeno. Ma è davvero così? E, soprattutto, quella che ci è stata raccontata – ammessa la veridicità dell’informazione – è una pratica diffusa, o eventualmente un episodio sporadico e isolato?

Per approfondire abbiamo sentito il dott. Renzo Le Pera, vicesegretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina generale (FIMMG).

Renzo Le Pera, vicesegretario nazionale FIMMG

Dott. Le Pera, crede che questo che le ho appena descritto sia un fenomeno esteso e diffuso?

È un tema che ogni tanto salta fuori, ma per affrontarlo sono necessarie un paio di considerazioni. La prima: per vendere qualcosa se ne deve avere la proprietà, e i medici non sono proprietari dei loro pazienti. La seconda riguarda invece le circostanze che, malgrado il passato, oggi sono diametralmente diverse. È evidente che non stiamo attraversando una condizione di sovrabbondanza medica, ma il contrario. Oggi un giovane medico non ha il problema di come trovare gli assistiti, ma di gestire 1.500 pazienti che gli arrivano in una settimana. Nella stragrande maggioranza dei casi, quando un medico va in pensione, non si riesce a trovare un sostituto e viene messo un interino che resta in carica uno/due mesi. Poi possono esistere dei casi in cui quello che mi ha raccontato si verifica, ma credo siano rarissimi. Già nei decenni passati il problema, che abbiamo anche più volte segnalato, non era diffuso; presente, ma non diffuso. Questo mi porta a credere che oggi non possa avere una grande rilevanza semplicemente perché, se si parla di mercato, le condizioni non esistono.


Nei paesi di provincia però il medico di famiglia continua a detenere quello status di autorevolezza e riconoscibilità che condivide con poche figure della vita cittadina: il parroco, il sindaco e il comandante dei carabinieri. In altre parole: il dottore è sempre il dottore, “ma – prosegue la nota di Carlo – i medici di base lavorano perennemente sotto ricatto. Da una parte questa competizione sfrenata e sfrontata sul numero dei mutuati, dall’altra la libertà di poter cambiare senza restrizioni o limiti di tempo non permette di operare in un clima sereno. Soprattutto in provincia, dove le voci corrono e alla fine ci si conosce tutti, un medico molto concessivo è spesso definito un bravo dottore; mentre chi esercita la propria professione in modo puntuale, non concedendo ad esempio giorni di malattia senza valide motivazioni, viene additato come un pessimo medico. In occasioni come questa si rischiano di perdere i pazienti, che però, in questo sistema, somigliano più a clienti che ad assistiti”.

Dottore, crede che in tal senso ci siano differenze tra città e piccoli borghi?

Assolutamente sì, perché abbiamo problemi a trovare medici nelle zone a popolazione sparsa; nella città è più facile, perché si preferisce il lavoro sotto casa allo spostarsi. Ma questo avvalora l’idea che nelle periferie un giovane medico si ritrovi a raggiungere il massimale in venti giorni. Riguardo la possibilità di cambiare medico, invece, è una sacrosanta libertà che si concede ai pazienti perché l’unica figura in tutto il panorama del Servizio Sanitario Nazionale che si può scegliere liberamente, oggi peraltro facendo tutto online, è proprio il medico di medicina generale. Tutti gli altri sistemi non garantiscono un meccanismo di continuità a meno che non si parli di privati.

Attualmente i medici sono liberi professionisti convenzionati con il SSN e ricevono un compenso proporzionato al numero di pazienti che seguono. C’è chi sostiene che passando a una forma contrattualistica di dipendenza pura si possano arginare anche queste pratiche poco limpide.

Non c’è correlazione tra le due cose perché le procedure concorsuali resterebbero invariate, quindi non è quello il motivo. Sarebbe più che altro un’operazione che penalizzerebbe i pazienti, perché non credo che il rapporto contrattuale possa garantire qualità o legalità. Semplificherebbe l’attività dei decisori tecnici e politici del famoso ordine dei servizi, il che può sembrare una cosa auspicabile per l’organizzazione generale, ma – e mi permetta una battuta sulla situazione COVID-19 – con l’emergenza noi abbiamo cambiato tutto per adeguarci; le strutture rigide ci hanno messo un po’ di più, nonostante la buonissima volontà degli operatori.

La digitalizzazione può essere invece un forte strumento per fare ordine?

La digitalizzazione aiuta, certo, anche se va saputa usare. Ma noi siamo un Paese strano. C’è l’elettronico sempre accompagnato dal cartaceo, facciamo fatica ad abbandonare alcuni meccanismi.