Near miss e far west: le imprese non imparano dai mancati infortuni

Se l’incidente non è avvenuto allora non conta; invece l’analisi dei cosiddetti near miss sarebbe fondamentale per la sicurezza aziendale. Facciamo il punto della situazione con il consulente per la sicurezza Marco Ferrari e Stefano Pancari di Rock’nSafe.

A fare notizia in materia di sicurezza sul lavoro sono gli eventi che si concludono con la morte dei lavoratori. Ciò che non fa titolo sui giornali, invece, è l’incidente che non accade, come quello di un martello in bilico su una trave sospesa poi caduto a terra – per fortuna senza colpire qualcuno. Quel martello piombato al suolo, senza colpo ferire, è un mancato infortunio, un near miss, che poteva costare la vita a una persona.

Un utensile che precipita nel vuoto senza fare male non fa notizia, mentre invece dovrebbe far parlare tutti i giorni, perché il report e l’analisi di quel mancato infortunio potrebbero un domani salvare la vita a qualcuno. L’analisi dei near miss non è ancora diffusa nelle aziende, né ha una normativa che la imponga come obbligatoria a livello nazionale. Eppure, come sostenuto anche dall’INAIL nel rapporto 2021 Gestione degli incidenti. Procedura per la segnalazione dei near miss, sarebbe una delle chiavi per promuovere una miglior cultura (teorica e pratica) della sicurezza nelle aziende.

Prevenire è meglio che curare: perché è importante l’analisi dei mancati infortuni

Alla base di un infortunio (mancato o avvenuto) ci sono scelte o comportamenti individuali riconducibili a un lavoratore o ai vertici dell’azienda.

Un near miss è un qualsiasi evento, correlato al lavoro, che avrebbe potuto potenzialmente causare un infortunio, un danno alla salute o la morte, e che non ha prodotto nessuna di queste conseguenze solo per puro caso. L’analisi dei mancati infortuni consiste nel registrare il verificarsi di questi eventi (descrivendone modalità, soggetti coinvolti e cause) e nel definire misure e strategie da attuare in azienda per fare in modo che non accadano più.

La piramide di Heinrich ci mostra come per ogni evento mortale o molto grave (con oltre trenta giorni di prognosi), si verifichino ventinove infortuni più o meno gravi (da tre a trenta giorni di prognosi) e trecento mancati infortuni. Secondo le stime dell’ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi dal Lavoro), applicando queste proporzioni ai dati in Italia sugli incidenti sul lavoro, si possono ipotizzare almeno 3,5 milioni di near miss all’anno nel nostro Paese.

Non sussiste un obbligo formale e dichiarato del datore di lavoro nel D.Lgs 81/08 (Testo unico in materia di tutela della salute e della sicurezza, e successive modifiche) di riportare questi (mancati) accadimenti e di disporre delle misure che li prevengano. Tuttavia questa pratica fa parte del percorso obbligatorio per le aziende che vogliono ottenere o che hanno ottenuto la certificazione sulla sicurezza ISO 45001 del 2018 (la prima norma internazionale sugli standard minimi di buona pratica per la protezione dei lavoratori in tutto il mondo).

Un’azienda certificata assicura un Sistema di Gestione della Salute e Sicurezza sui luoghi di lavoro conforme agli standard internazionali, che garantisce la diminuzione degli infortuni che si verificheranno in azienda (con un calo dei costi diretti e indiretti a essi collegati). I benefici sono poi molti altri, quali l’esenzione dalla responsabilità amministrativa prevista dal D. Lgs. 231/01, la riduzione del tasso elaborato dall’INAIL in funzione dell’andamento infortunistico aziendale (sconto che in alcuni casi copre sino al costo della certificazione stessa), un aumento della produttività, il miglioramento dell’immagine dell’impresa, e molte altre esternalità positive.

Ma chi fa davvero l’analisi dei near miss, e che cosa ottiene?

Marco Ferrari, consulente per la sicurezza sul lavoro, racconta la sua esperienza a riguardo.

“All’inizio l’analisi dei mancati infortuni hanno cominciato a farla le aziende a rischio rilevante, quelle soggette alla direttiva Seveso. Oggi sono sempre di più le realtà che la fanno, sia all’interno dei percorsi di certificazione ISO 45001 che, in alcuni casi, senza puntare a riceverla; ma sono la minoranza. Per quanto riguarda le aziende certificate, si tratta in prevalenza di multinazionali o di imprese comunque sopra i duecento dipendenti; la realtà più piccola che ho visto era sopra i cinquanta addetti. Per le PMI è percepita ancora come un impegno gravoso.”

L’esonero dall’applicazione della D.Lgs 231/01 per le responsabilità dell’azienda in caso di infortunio sicuramente è stato un evento scatenante che ha stimolato le imprese a iniziare a certificarsi, e di conseguenza a fare l’analisi dei near miss; tuttavia alla base di questa buona prassi c’è anche un interesse maggiore a cambiare la cultura sulla sicurezza.”

Il problema per Ferrari resta passare dalla teoria alla pratica: “Vedo aziende che ci credono davvero e che ottengono risultati positivi, che vanno anche oltre quanto previsto in termini di prevenzione. Tuttavia, in altri casi, incontro ancora delle resistenze quando si fa formazione su questi temi, sia da parte dei vertici che dei dipendenti. Manca a volte la consapevolezza dell’importanza del coinvolgimento effettivo di tutta l’azienda nel controllo e nella percezione della responsabilità da parte del lavoratore”.

Va da sé infatti che senza un coinvolgimento dei dipendenti la mappatura dei near miss avrà sempre un limite, poiché sono solo le persone a diretto contatto con i processi produttivi che possono vederne i rischi nella quotidianità.

Stefano Pancari: “I near miss non si analizzano per tre motivi”. Ecco quali

“A mio parere possono essere tre i motivi per cui si fatica a far passare l’importanza dell’analisi dei mancati infortuni”, spiega Stefano Pancari (CEO di Sfera Ingegneria, ambassador del network Italia Loves Sicurezza e ideatore di Rock’nSafe, un’iniziativa che unisce la musica alla sicurezza sui luoghi di lavoro).

“Prima di tutto c’è l’aspetto dell’inconsapevolezza e della percezione della pericolosità di un comportamento: sto correndo un rischio ma non me ne rendo conto. Questo avviene soprattutto quanto il lavoratore ha troppa confidenza con l’operazione che sta svolgendo. Poi c’è l’aspetto della sottovalutazione del rischio, un atteggiamento correlato come nel caso precedente a una scarsa cultura della sicurezza, che le aziende dovrebbero modificare. In entrambi i casi la formazione deve intervenire per sostituire comportamenti e abitudini sbagliate con abitudini nuove, puntando a sensibilizzare sugli aspetti valoriali.”

“Infine c’è l’ultima dimensione: quella della paura della persona a esternare di essere stata vittima di un near miss per le possibili conseguenze. Un mancato infortunio che avviene per negligenza del lavoratore può risultare in un richiamo per il comportamento adottato. Ecco che in tal senso le aziende dovrebbero aumentare la loro sensibilità verso la ‘cultura dell’errore’, che non va visto solo come qualcosa da condannare e punire, ma come un’opportunità di miglioramento.”

Stefano Pancari, CEO di Sfera Ingegneria e ideatore di Rock’nSafe. Nobìlita Festival 2021, Imola

Formazione e comunicazione: come cambia la cultura del lavoro e della sicurezza

Alla base dell’idea di Stefano Pancari c’è l’importanza della formazione e della comunicazione per la promozione di una cultura diversa del lavoro e della sicurezza. Lungi dall’essere dei meri adempimenti burocratici, le pratiche e le attività connesse alla sicurezza vanno promosse all’interno delle aziende in maniera nuova e continuativa nel tempo, cercando di coinvolgere e motivare tutti i livelli dell’azienda, dai ruoli di leadership alle diverse figure lavorative di ogni livello.

“Serve una sensibilità maggiore sull’importanza del fattore umano, e in questo senso è fondamentale la parte delle Risorse Umane, che insieme al lato Safety si prende cura della persona. Per favorire questo coinvolgimento le aziende devono adottare una comunicazione e una formazione che vanno ben oltre gli adempimenti previsti per legge, costruendo percorsi reiterati che verificano nel tempo gli impegni presi e i risultati ottenuti. Per fare questo è fondamentale che noi consulenti ci impegniamo a trasferire il nostro know how nelle aziende, e a far sì che le persone siano poi in grado di usare spontaneamente e in autonomia gli strumenti ricevuti”, conclude Pancari.

I più di mille infortuni nei primi dieci mesi di quest’anno in Italia dovrebbero essere un motivo sufficiente per arrivare (presto) alla diffusione di questa nuova cultura della sicurezza e dei suoi strumenti, tra cui l’analisi dei mancati infortuni. Se (per forza o per virtù) le grandi aziende sembrano aver interiorizzato la loro importanza, la difficoltà maggiore restano le PMI.

Il mondo della formazione ha in mano strumenti comunicativi potenti per favorire questo cambiamento. L’importante è trovare la chiave per mostrare come gli adempimenti sulla sicurezza siano opportunità di crescita e miglioramento per le aziende. Ora che sempre più esperienze aziendali hanno preso piede è tempo che il loro esempio, e i risultati positivi ottenuti (anche in termini economici) fungano da traino per chi è rimasto indietro.

Photo by Ernesto Velázquez on Unsplash

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