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Non è giungla per Gorillas

Non è giungla per Gorillas

Gorillas, l'unica piattaforma multinazionale di consegne a domicilio in regola con i contratti lascia il campo. Il modello startup ancora una volta dimostra grande appeal ma poca visione a breve termine. Per i competitor è questione di tempo.

Nella giungla italiana (del tutto diversa dalle giungle straniere) in cui gli operatori di food delivery hanno la possibilità di fare come gli pare senza che nessuna istituzione apra bocca, i primi a rimetterci sono stati quelli di Gorillas.

Il sistema adottato dalla società di food delivery tedesca si distingue dalle altre multinazionali che offrono lo stesso servizio a domicilio in due aspetti specifici, uno operativo, l’altro strategico. Gorillas rifornisce i suoi riders attraverso “dark store” concentrati capillarmente per quartiere, ovvero magazzini anonimi senza insegne in cui vengono stipati i prodotti che vengono ordinati tramite la solita app. L’altro aspetto differenziante riguarda il rapporto con i propri fattorini, i quali non vengono pagati a cottimo, ma sono assunti regolarmente attraverso il CCNL della logistica tanto osteggiato dalle società di food delivery (stiamo parlando nello specifico di Deliveroo, Glovo, Uber Eats e Social Food che aderiscono a Assodelivery) che negli anni passati, pur di continuare a perpetrare un modello insostenibile socialmente ed economicamente, si sono anche inventati un Contratto Collettivo Nazionale ad hoc.

Fortunatamente nè le sigle sindacali ufficiali, nè il Ministero gliel’ha fatta passare liscia.

Il lockdown è stato l’acceleratore; ma la normalità è il freno.

Questo tipo di servizi hanno raggiunto il loro apice di successo (e di visibilità) durante il lockdown quando le Persone, impossibilitate ad uscire, hanno scoperto che grazie ad un’app potevano ricevere spesa o pasti direttamente a casa. “Incredibilmente”, aggiungerei, questo fenomeno è emerso soprattutto a Milano e in parte anche a Roma, città dove le opportunità di scelta offerte dalle grandi catene di supermercati e dal quantitativo di attività commerciali disponibili offrono numerose alternative, che però ci raccontano le cronache di quei tempi, sono andate letteralmente in tilt con le consegne: Esselunga pare non avesse sufficienti mezzi e personale per coprire le richieste.

Nei capoluoghi più a misura d’uomo e nelle città di provincia l’impatto del food delivery è stato decisamente meno consistente, sarà che ancora le relazioni umane e la presenza delle “botteghe” di fiducia in queste situazioni diventano più efficienti della tecnologia.

Non sempre le buone intenzioni vengono premiate. Ma spesso è anche colpa della “droga da startup”

Gorillas sbarca in Italia poco più di un anno fa e al momento della ritirata conta cinque sedi (Bergamo, Milano, Roma, Firenze e Torino) e circa 550 persone assunte. A questo, oltre a quanto detto sopra si aggiunga la disponibilità dei mezzi di trasporto per i fattorini: bici elettriche, sostituite da motorini elettrici solo su Bergamo a causa di una conformazione urbana ostile, fatta di salite e discese. Credo si possa affermare senza timore di essere smentiti che l’azienda si sia presentata nel nostro Paese con tutte le carte in regola. Ma allora che cosa non ha funzionato?

Difficile dirlo se nessuno dei giornali che ha riportato la notizia è riuscito a fare un minimo di analisi economica della situazione. Ciò in cui però tutti sono concordi nel bene o nel male è che il modello startapparo piace agli investitori nella parte di proposizione (in un anno Gorillas ha raccolto oltre un miliardo e mezzo di dollari in finanziamenti privati) e per alcune logiche modaiole (vedi NFT e metaverso), ma poi manca una componente manageriale e visionaria che supporti questi modelli a medio – lungo termine.

In questo caso possiamo dire anche a breve termine.

Per fortuna esiste ancora l’attenzione alla sostenibilità

Ciò che non è stato considerato nell’analisi di questo business – almeno per quanto riguarda il mercato italiano – è l’incidenza di margini minimi in un Paese pieno di supermercati e catene, ma anche di opzioni che permettono di accontentare a costi accessibili tanto gli amanti del trash food quanto chi è orientato ad una gastronomia di qualità. L’altro grande errore è stato quello di valutare come mercato di riferimento la città che conta il maggior numero di download per le app di questo genere: Milano. Non necessariamente il resto d’Italia condivide esattamente le stesse abitudini e le stesse scelte d’acquisto della città del business, ma anche all’interno della stessa città c’è chi, terminata l’emergenza, ha ripreso ad acquistare in maniera tradizionale.

Per fortuna accanto a chi sente l’impellente necessità di ricevere il sushino a casa, c’è anche chi – nel Paese attento alla bellezza e di riferimento alimentare per mezzo mondo – ritiene che esista una decenza minima anche civile, sociale, relazionale che non può derogare i suoi principi unicamente all’innovazione e all’economia.

Come ha scritto (addirittura) Riccardo Luna: Il fatto è che la spesa in casa in 10 minuti non è questa grande idea. Se sei così pigro da non aver fatto la spesa, allora ordini direttamente la cena; altrimenti cucini con quello che trovi in frigo e nella credenza. La bravura è anche questa.

Per quanto mi riguarda è deplorevole anche ordinare la cena a meno che tu non sia azzoppato e senza amici, ma ora non si può pretendere che in questo Paese i giornalisti si permettano di criticare gli inserzionisti di maggioranza dei giornali in cui scrivono…

I milioni di euro investiti da Deliveroo, Glovo, Getir per raccontare un modello che vorrebbe sembrare universale e imporre una narrazione della qualità della vita e del tempo “a propria disposizione” risparmiato nel fare la spesa, non sembrano aver di fatto scardinato abitudini e consumi degli italiani. Molte di più sono le polemiche sui social e le decisioni dei tribunali nei confronti di un modello per niente sostenibile e che ancora non vede questi grandi player uniformarsi alle aziende che operano nel nostro Paese dal punto di vista fiscale, retributivo e legale.

Tanto che anche Getir, altra startup, nata in Turchia e fondata nel 2015 e specializzata nella spesa online con consegna a domicilio, ha iniziato un processo di abbattimento dei costi. Secondo una nota interna all’azienda pubblicata da TechCrunch, la società ha deciso di tagliare l’organico del 14%. Tra i motivi principali “L’aumento dell’inflazione e il deterioramento delle prospettive macroeconomiche in tutto il mondo”, si apprende nella nota pubblicata da TechCrunch, “spingono tutte le aziende, in particolare quelle nel settore tecnologico e quindi anche Getir, ad adattarsi al nuovo contesto”. (fonte: Tag24)

Leggi il mensile 113, “Come se (non) ci fosse un domani“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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