Il toscano per eccellenza: Roberto Benigni.

Parlo toscano, mica italiano

Quando “sciacquare i panni in Arno” non basta: perché il toscano non è sempre la scelta più corretta. Parola di linguista.

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Noi italiani abbiamo una caratteristica: ogni volta che apriamo bocca, dopo poche parole facciamo capire alle persone la nostra provenienza; quasi nessuno, infatti, parla naturalmente la cosiddetta “varietà standard” dell’italiano, ma ognuno ha un’inflessione regionale più o meno marcata. Facciamo alcuni esempi: l’opposizione tra e aperta e chiusa, che secondo la norma dell’italiano ha valore distintivo (cioè crea una coppia di parole con significati diversi, come pésca e pèsca) è “sentita” solo nel Centro Italia, mentre altrove le persone tendono a pronunciare entrambe le parole con la e aperta o con la e chiusa. In Veneto molte doppie vengono pronunciate scempie; nel napoletano numerose parole finiscono con un suono indistinto (che si ottiene tenendo la bocca in posizione rilassata) chiamato tecnicamente schwa (e indicato con il segno /ə/ nell’alfabeto fonetico internazionale); in alcune zone si sonorizza la c velare (in Mugello: gabina, bicigletta); in Sardegna alcune consonanti vengono raddoppiate (indebitamente, se consideriamo sempre l’italiano standard); in Sicilia si impiega una t pronunciata retroflessa o cacuminale (appoggiando il dorso della lingua al palato, invece che battendo la punta sul retro dei denti) e così via: paese che vai, pronuncia che trovi. Letteralmente.

 

Parlo, dunque sono: dialetto uguale provenienza

Fin qui, abbiamo parlato di questioni di pronuncia; occorre accennare all’enorme varietà di termini dialettali che non hanno un preciso corrispondente italiano. Dalla scighera milanese (la nebbia tipica della Lombardia) al freschìn veneto (l’odore di stoviglie mal lavate), dal marimettere di alcune parti della Toscana (iniziare una cosa prima intera) alla cecagna (sonnolenza) romanesca, dall’umarell bolognese (il vecchio che osserva i cantieri) alla cazzimma napoletana (uno stato d’animo, un’attitudine difficili da spiegare: cliccare sul link per credere), dal porceddu sardo alla fuitina siciliana, che richiede svariate righe di spiegazione nel Grande Dizionario Italiano dell’Uso a cura di Tullio De Mauro, tanto è preciso e codificato il suo significato: tradizionale, rituale fuga prematrimoniale di giovani promessi sposi assai poveri, in genere concordata con le famiglie, in virtù della quale, rendendosi indispensabile una rapidissima riparazione dell’onore femminile violato, è giustificato procedere a nozze senza l’onere di costosi ricevimenti.

Insomma, ognuno di noi ha di certo delle parole dialettali o regionali che gli ricordano l’infanzia, i nonni, la casa natìa, e che fungono da rimando a un “piccolo mondo antico”.

Questi usi linguistici, peraltro, non sono socialmente indifferenti: più o meno ogni inflessione reca con sé un giudizio sul parlante, spesso istintivamente un pregiudizio (o, per dirla all’inglese, un bias) che porta ad accostamenti semiautomatici: milanese-lavoratore indefesso, torinese-snob, veneto-polentone, bolognese-godereccio, romanesco-buontempone, napoletano-furbacchione, siciliano-malavitoso, sardo-pastore, ecc. Ovviamente, questi pregiudizi sono, nella maggior parte dei casi, del tutto infondati. Semplicemente, sono riflessi pavloviani stabilizzatisi nel corso del tempo.

 

Il toscano fiorentino, antica origine dell’italiano

Ma parliamo di “noi” toscani. Dico “noi”, ma tra virgolette, perché sono toscana solo d’adozione, anche se ho abbracciato la fiorentina favella da una trentina d’anni, tanto che appena esco dalla regione mi identificano immediatamente come cittadina del Granducato (si fa per dire). Dunque, noi abitanti della Toscana siamo ben consci di abitare la culla dell’italiano; a parte avere dato i natali a Dante, è risaputo che Pietro Bembo, quando nel Cinquecento scrisse le Prose della volgar lingua, considerata la prima grammatica di quello che poi sarebbe diventato l’italiano, si basò su una varietà precisa di volgare: il fiorentino parlato dalle classi colte nel Trecento. Ed è così che per uno sghiribizzo della storia, certo motivato dall’esistenza di una tradizione letteraria di prim’ordine (le Tre Corone, cioè, oltre a Dante, anche Petrarca e Boccaccio), questa specifica varietà linguistica è alla base della nascita dell’italiano come lo conosciamo oggi. Per quanto anche altri dialetti abbiano una tradizione letteraria altrettanto rilevante (si pensi solo alla Scuola Siciliana), il “salto” da dialetto a lingua nazionale l’ha compiuto solo quella specifica varietà linguistica.

Giova ricordarlo: la distinzione tra dialetto e lingua è quasi esclusivamente dovuta a fattori non linguistici. Per questo a molti linguisti non interessa discutere se questo o quel dialetto siano o meno una lingua; in primo luogo, perché chiamare una lingua “dialetto” non vuol dire assegnarle un giudizio di valore (negativo), ma semplicemente prendere atto che è usata all’interno di un ambito geografico e sociale più ristretto rispetto a una lingua nazionale. In secondo luogo perché, come scrive il linguista Ugo Vignuzzi, i dialetti italiani sono varietà linguistiche che hannofatto meno carriera” di quella che poi è diventata lingua nazionale. Qualsiasi dialetto non ha nulla da invidiare all’italiano stesso come complessità, e quelli che oggi chiamiamo dialetti non sono varietà “figlie” dell’italiano, bensì “sorelle” di quella che ha raggiunto uno status più alto.

 

Il toscano odierno: vicino all’italiano, ma non troppo

Dunque, il fiorentino parlato dalle classi colte del Trecento è davvero alla base dell’italiano di oggi. Ma questo assegna uno status particolare al toscano odierno? Insomma, mentre tutte le altre parole o pronunce dialettali sono sottoposte a una specie di scrutinio sociale, noi toscani possiamo allegramente “strasci’are ogni ‘osa” come ci pare e piace? La risposta, ovviamente, è no.

Al di là della pronuncia, connotata come tutte le altre, molte parole che per noi sono normali e quotidiane suonano letterarie, desuete e a volte un po’ leziose alle orecchie dei non-toscani: si pensi a babbo per chiamare il papà, a cimosa per definire la spugnetta con cui si cancella la lavagna, a cannella per indicare il rubinetto, a granata e cassetta che sono la scopa e la paletta per raccogliere lo sporco, al cencio per lavare in terra e levare il sudicio, o al fatto che le nostre ferite non si cicatrizzano, ma si risarciscono, al riscontro che si ha quando si aprono troppe finestre (in italiano si crea corrente), oppure al fatto che non svengo, ma mi svengo; per i toscani, sono tutte parole ed espressioni perfettamente “italiane”. La distanza tra il nostro dialetto e la lingua nazionale è, per i motivi che abbiamo visto sopra, minore rispetto ad altri dialetti, e questo è talvolta fonte di complicazioni, perché càpita che proprio non ci rendiamo conto di avere usato un termine regionale o un’espressione dialettale.

Questo non è un problema, di per sé: i dialetti non vanno cancellati o sostituiti nell’uso con l’italiano “corretto”. Non sono una varietà “sbagliata” di lingua; tuttavia, poiché il senso della comunicazione linguistica è quello di intendersi, il vero problema causato dall’impiego fuori contesto del toscano è la possibilità di creare oscurità innecessarie. In altre parole: non è sbagliato usare il toscano (o il veneto, o il siciliano, o il sardo, o l’umbro) di per sé; è sbagliato usarlo fuori da un contesto nel quale siamo sicuri di essere capiti se parliamo toscano (o veneto, o siciliano, o sardo, o umbro).

 

Dialetto o italiano? Una questione di cortesia

Dopo decenni in cui abbiamo pensato di dover cancellare, rimuovere, dimenticare il nostro dialetto, pensando che la competenza linguistica dovesse formarsi per sostituzione (laddove invece si forma per aggiunta), è sacrosanto usarlo con orgoglio, ma con pertinenza. Dobbiamo superare il dualismo giusto/sbagliato, come se esistesse aprioristicamente una lingua o una varietà linguistica in assoluto più “corretta” delle altre. Perché non esiste: esiste la varietà di lingua più adatta a ogni contesto. La vera competenza linguistica oggi è saper scegliere, all’occorrenza, come parlare e scrivere in modo da risultare più chiari possibile; è una forma di educazione nei confronti dell’interlocutore, come notava David Foster Wallace in un suo bel saggio riferendosi all’inglese (ma con un ragionamento che ovviamente si adatta a tutte le lingue):

Sembra semplicemente più «cortese» seguire le regole dell’inglese corretto… proprio come è più «cortese» disinfestare la propria casa prima di invitare ospiti, o lavarsi i denti prima di un appuntamento galante. Non solo più cortese ma in qualche modo anche più rispettoso – sia verso il proprio ascoltatore/lettore sia verso il messaggio che si vuole trasmettere.

Insomma, è giusto essere orgogliosi delle proprie radici linguistiche. Ciononostante, anche da toscanofoni o toscanofili, chiediamoci sempre: “Se io parlo in questo modo, gli altri mi capiranno?”. Ad esempio prima di entrare in una mesticheria e chiedere una granata fuori dalla Toscana, dato che le conseguenze potrebbero essere… assai interessanti.

Autrice, sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer e traduttrice letteraria dall’ungherese, collabora con l’Accademia della Crusca dal 2000 (dal 2012 ne gestisce l’account Twitter) nonché con la casa editrice Zanichelli, soprattutto per questioni inerenti al Vocabolario Zingarelli. Insegna all’Università di Firenze, dove tiene da molti anni il Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione, e in corsi e master di diversi atenei italiani. È membro del comitato scientifico del progetto "Parole Ostili". Oltre a decine di traduzioni e numerosi articoli e saggi ha pubblicato, per Franco Cesati Editore (Firenze), "Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi)" (2016) e "Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network" (2017). Il suo ultimo libro, scritto con Bruno Mastroianni, è "Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello" (2018, Longanesi). [ Guarda tutti gli articoli ]

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