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Precarizzazione figlia del Jobs Act. E nel 2020 non sono mancati licenziamenti illegittimi

Precarizzazione figlia del Jobs Act. E nel 2020 non sono mancati licenziamenti illegittimi

Invece di dare garanzie ai precari, hanno precarizzato gli assunti. Le tutele per i lavoratori licenziati sono state demolite da legge Fornero e Jobs Act in modo potenzialmente illegittimo: se n’è accorta anche l’Europa.

Marco Brando

22 Dicembre 2020

Il mitico posto fisso è nei sogni di precari e disoccupati di ogni età. Checco Zalone nel 2016 gli ha dedicato persino un film, Quo vado?. Si salvano dal mito soltanto coloro che fanno i liberi professionisti o i freelance per scelta; una minoranza, visto che gli altri spesso lo sono perché non hanno alternative, nel traballante mercato del lavoro. Tuttavia il posto fisso è un totem finché si sogna: in realtà nel settore privato (quello pubblico è più tutelato) rischia di trasformarsi in un incubo.

Perché? Prima la legge Fornero (2012, Governo Monti), poi soprattutto il Jobs Act (2015, Governo Renzi) – varati con l’intenzione ufficiale di vivacizzare il mercato del lavoro – invece  di dare più garanzie ai precari, hannoprecarizzatogli assunti. Su questo fronte, il governo Conte bis (M5S, Pd, Leu) avrebbe potuto rimettere mano ad alcune norme intollerabili, che invece non sono state ancora toccate.

D’altra parte, neppure il “Decreto dignità” (DL n. 87/2018) voluto dal primo governo Conte (M5S-Lega) ha riformato gli aspetti più punitivi nei confronti dei lavoratori. Oggi le disposizioni anti-licenziamento varate durante la pandemia nascondono questa spada di Damocle, che tornerà a pendere sulla testa dei lavoratori appena il blocco sarà tolto.

Perché si può licenziare anche in modo illegittimo

Insomma, nel settore privato i posti definiti “a tempo indeterminato” sono diventati, di fatto, “a tempo determinato”. I datori di lavoro hanno ottenuto la possibilità di licenziare anche in modo illegittimo: al massimo corrono il rischio di risarcire il dipendente licenziato senza motivo con un tot esiguo di mensilità, ma non possono essere obbligati dal giudice, quando stabilisce l’illegittimità, a restituire il posto di lavoro; mentre erano obbligati a farlo prima che lo Statuto dei lavoratori del 1970, e in particolare il suo articolo 18, fossero stravolti.

È opportuno ricapitolare. La riforma Fornero si è occupata di “Disciplina in tema di flessibilità in uscita e tutele del lavoratore”. Con l’articolo 1 c. 42 della legge 92/2012 ha cambiato l’articolo 18 della legge 300/1970, lo Statuto dei lavoratori, per quel che riguarda le imprese con più di quindici dipendenti. L’articolo 18 consentiva al dipendente licenziato illegittimamente di essere reintegrato oppure, a sua scelta, di ottenere un’indennità sostitutiva, fermo restando in entrambi i casi il diritto al risarcimento del danno. Grazie alla riforma Fornero, le “vecchie” disposizioni si possono applicare a pochissimi casi, mentre in quelli rimanenti – la stragrande maggioranza – il lavoratore licenziato in modo non legittimo ha diritto soltanto a un’indennità.

Il Jobs Act renziano del 2015 (decreto legislativo n. 23) ha peggiorato le cose, nonostante sia stato varato da un premier formalmente “di sinistra”. Come? L’articolo 18 è stato eliminato del tutto per gli assunti dopo il 7 marzo 2015.

Insomma, il datore di lavoro è incoraggiato a licenziare chi gli pare, tanto il giudice non può più reintegrare il lavoratore (se non in casi davvero limitatissimi), e l’azienda, in caso di illegittimità, è tenuta esclusivamente al versamento di poche migliaia di euro.

Dunque, legge Fornero e Jobs Act sono due macigni sulle spalle dei dipendenti nel settore privato, che per giunta possono essere vittime del “licenziamento per giustificato motivo oggettivo” (detto pure “economico”) anche se l’impresa non è in crisi: basta che il ruolo di un singolo lavoratore venga definito superfluo nell’ambito di una riorganizzazione.

Com’erano stati giustificati questi provvedimenti? Con due presunte esigenze: incentivare gli investimenti e favorire le assunzioni a tempo indeterminato. Risultato: chi è assunto da un’azienda privata in realtà è un precario. La recente seconda sentenza della Corte costituzionale ha solo consentito di aumentare l’entità del risarcimento.

L’avvocato: “Demolito l’architrave del diritto del lavoro”

L’avvocato del lavoro milanese Stefano Chiusolo spiega a SenzaFiltro qual è la situazione.

L’avvocato del lavoro Stefano Chiusolo

L’intervento della Corte costituzionale ha mitigato gli effetti più dirompenti del Jobs Act. Infatti originariamente si prevedeva che l’indennizzo – che per le imprese più grandi era fissato da un minimo di sei a un massimo di trentasei mesi – fosse rigidamente e automaticamente legato all’anzianità di servizio”. E dopo la sentenza della Consulta? “L’indennizzo ora deve essere stabilito di volta in volta dal giudice, considerando, oltre all’anzianità di servizio, altri fattori”.

Quali? “Il numero dei dipendenti, il comportamento e le condizioni delle parti. Però l’intero sistema è ancora ampiamente criticabile, dato che la reintegrazione del lavoratore illegittimamente licenziato non è prevista, se non in casi marginali. Così ogni lavoratore sa che, se viene licenziato, può comunque perdere il posto di lavoro”.

Eppure, afferma Chiusolo, “la reintegrazione del lavoratore licenziato in modo illegittimo dovrebbe essere l’architrave su cui si basa il diritto del lavoro”. Precisa l’avvocato: “Se viene demolito, crolla tutto. Di fatto, con la legge Fornero e soprattutto con il Jobs Act, la possibilità di reintegrare è stata eliminata nella maggior parte dei casi. Così il lavoratore, sapendo che in caso di licenziamento ben difficilmente potrà recuperare il posto di lavoro, non protesterà neppure di fronte alla violazione del suo più elementare diritto”.

Questa situazione è aggravata dal fatto che le cause di lavoro possono durare molti anni, durante i quali il dipendente ingiustamente licenziato deve trovare un’altra occupazione (in un periodo in cui è molto difficile scovarla), sostenere la famiglia e pagare un avvocato; inoltre in Italia non esiste ancora una legislazione anti-mobbing.

Verso la Carta dei Diritti Universali del Lavoro?

Dal 2015 in poi il Jobs Act è stato messo in discussione varie volte: dai tribunali di Napoli, Roma e Milano; dal Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa nel febbraio del 2020; dalla Corte costituzionale nel 2018 e nel luglio 2020 (lo ha ricordato l’avvocato Chiusolo). Come abbiamo visto, tutto ciò ha modificato solo l’entità degli indennizzi.

Tuttavia su Collettiva, la rivista online della CGIL, si legge che il Comitato europeo, accogliendo un reclamo del sindacato, ha sottolineato un dato di fatto: “L’Italia viola il diritto dei lavoratori licenziati senza valido motivo ‘a un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione’, come previsto dall’art. 24 della Carta sociale europea”.

Bisogna ammettere che la CGIL, il più robusto sindacato italiano, ha intrapreso una lunga battaglia, a partire dal 2014, contro i tanti provvedimenti del governo Renzi: quelli che, si legge sempre su Collettiva, “hanno smontato pezzo a pezzo il diritto del lavoro in Italia, da sempre uno dei più avanzati in Europa”. Ciò malgrado, nel marzo 2015 il decreto legislativo 23 ha modificato l’articolo 18, mentre tre referendum chiesti dal sindacato sono stati bocciati.

Lorenzo Fassina, responsabile dell’Ufficio giuridico e Vertenze Legali della Cgil nazionale, spiega a SenzaFiltro che “la decisione del Comitato europeo dei diritti sociali conferma la fondatezza delle fortissime contestazioni da parte della Confederazione nei confronti del simbolo dell’approccio neoliberista nelle politiche del lavoro”.

Lorenzo Fassina, responsabile dell’Ufficio giuridico e Vertenze Legali della Cgil nazionale

Anche la sentenza 150/2020 della Corte costituzionale va in questa direzione? “La Corte ha rivolto un monito al legislatore, perché riveda l’intero apparato sanzionatorio dei licenziamenti illegittimi”. Che cosa vi aspettate dal Governo, una volta usciti dall’emergenza sanitaria? “Una radicale inversione di tendenza, dopo che legislatori ed esecutivi, negli ultimi anni, sembrano aver dimenticato le priorità che, anche sul fronte dei diritti dei lavoratori, la Costituzione definisce a chiare lettere. Per noi è fondamentale la Carta dei Diritti Universali del Lavoro, che abbiamo redatto e presentato in Parlamento”.

Che cos’è? Un nuovo Statuto dei lavoratori, proposto come legge di iniziativa popolare: intende restituire diritti, democrazia e dignità. Vedremo.