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Produttività del Sud: cresce con le infrastrutture

Produttività del Sud: cresce con le infrastrutture

lavoce

16 Settembre 2020

I fondi europei hanno avuto pochi effetti sulla produttività nel Mezzogiorno. Risultati più positivi si hanno però per la spesa in infrastrutture e per quella rivolta ai territori con più elevati livelli di qualità istituzionale e urbanizzazione.

di Giuseppe Albanese, Guido De Blasio e Andrea Locatelli

L’esperienza con i Fondi strutturali europei può aiutarci a utilizzare nel modo migliore le risorse del Recovery Fund. L’esigenza di guardare al passato recente è ancora più importante nel caso del Mezzogiorno, l’area che ha beneficiato della quota più ampia di finanziamenti: l’evidenza empirica rigorosa suggerisce che gli effetti dei fondi UE siano stati pressoché nulli se non addirittura nocivi. Insomma, si tratta di non ripetere gli errori del passato.

In un nostro recente lavoro ci siamo chiesti se nel ciclo 2007-2013 il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) ha contribuito allo sviluppo della produttività nel Sud.

Il Fesr finanzia la realizzazione di nuove infrastrutture e promuove gli investimenti delle imprese. Dei 28 miliardi di euro complessivamente destinati all’Italia in quel ciclo di programmazione, ne ha assorbiti 21, di cui 18 nel solo Mezzogiorno.

Ne hanno beneficiato principalmente le regioni ricomprese nell’obiettivo “Convergenza” (cioè quelle con un Pil pro capite inferiore al 75 per cento della media UE; tra le regioni meridionali, la definizione esclude solo l’Abruzzo e il Molise). In ciascuna regione si è registrata inoltre un’ampia eterogeneità tra i sistemi locali del lavoro (“Sll”, definiti dall’Istat come l’insieme di comuni limitrofi contenente al suo interno tanto il luogo di residenza quanto il luogo di lavoro della maggior parte dei residenti).

Figura 1 – Spesa Fesr pro capite 2007-2015 (euro)

Fonte: elaborazioni su dati OpenCoesione e Istat. La figura riporta i confini dei sistemi locali del lavoro.

La misura di produttività che abbiamo utilizzato si riferisce alla produttività totale dei fattori (Ptf), che rappresenta la capacità delle imprese di combinare in maniera efficiente gli input di lavoro e capitale di cui dispongono. Per gli Stati Uniti, Richard Hornbeck ed Enrico Moretti stimano che a livello locale, la crescita della Ptf si associa a incrementi significativi dell’occupazione e dei redditi. È importante notare che nella nostra analisi la Ptf riflette le potenzialità produttive di un’intera area (prendiamo a riferimento i sistemi locali del lavoro). Si tratta cioè di una misura che cattura l’effetto diretto delle politiche sulle imprese beneficiarie e anche gli impatti più ampi generati dai finanziamenti attraverso la realizzazione di infrastrutture, oppure dovuti alle economie di agglomerazione.

Tra il 1995 e il 2015 la dinamica della produttività totale dei fattori è risultata molto eterogenea tra gli Sll meridionali, risultando complessivamente più favorevole rispetto a quella riscontrata nelle regioni del Centro Nord. Ne è derivata così una riduzione dei divari di Ptf tra le due parti del paese. Gran parte del recupero sembra essere riconducibile all’uscita dal mercato delle imprese meno efficienti, avvenuta durante la grande recessione, ma è naturale chiedersi se vi abbiano contribuito anche altri fattori, tra i quali ad esempio gli interventi finanziati dall’Unione europea attraverso i programmi Fesr.

Figura 2 – Variazione 2007-2015 della Ptf (punti percentuali)

Fonte: elaborazioni su dati Cerved. La figura riporta i confini dei sistemi locali del lavoro.

I risultati

I nostri risultati suggeriscono che i finanziamenti del Fesr non hanno complessivamente portato a una maggiore crescita della produttività. I risultati rimangono gli stessi anche rispetto a specificazioni alternative del modello empirico, del periodo (escludendo ad esempio gli anni della grande recessione) e dei territori considerati (intero Mezzogiorno o solo le regioni dell’obiettivo “Convergenza”).

In base al nostro studio, ci sono però almeno due importanti specificazioni da fare.

In primo luogo, a differenza delle spese per incentivi alle imprese e di quelle relative all’acquisto di beni e servizi (che ammontano complessivamente a circa la metà del totale), quelle per infrastrutture hanno avuto un impatto positivo sulla dinamica della Ptf locale.

Si tratta per lo più di interventi sulle reti di trasporto, sia urbane sia di più lunga percorrenza, ma anche di investimenti in opere idriche, energetiche e sulle infrastrutture sociali. Le nostre stime (riferite alla variazione complessiva nel periodo) suggeriscono che un aumento del 10 per cento della spesa Fesr per gli investimenti infrastrutturali conduce a un aumento dello 0,3 per cento della Ptf (non è una variazione irrisoria se consideriamo che, dopo il calo registrato negli anni della doppia recessione, in Italia la Ptf è mediamente cresciuta meno di mezzo punto percentuale all’anno). Il risultato sembra suggerire che spendere in infrastrutture può essere una scelta lungimirante. Va tuttavia tenuto conto del fatto che i tempi per la realizzazione delle infrastrutture sono ben più lunghi di quelli relativi alle altre categoria di spesa e che per la spesa infrastrutturale sono state documentate importanti implicazioni sui fenomeni corruttivi.

In secondo luogo, i fondi Fesr hanno avuto un impatto differenziato sui territori, accrescendo la Ptf locale solo in quelli caratterizzati da una migliore qualità istituzionale e da più elevati livelli di urbanizzazione (ovvero di densità abitativa).

Nel primo caso, si tratta di un risultato già ampiamente documentato in letteratura. Nel secondo, la circostanza per cui nei territori meno urbanizzati gli effetti dei fondi sono particolarmente deludenti suggerisce che le tradizionali politiche territoriali non sono riuscite a migliorare lo sviluppo economico delle realtà più periferiche.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente agli autori e non investono la responsabilità dell’Istituto di appartenenza.

Photo credits: Athena by Pexels