Questione linguistica e resistenze femminili. Donne che odiano le donne?

I termini femminili per designare l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro sono ancora osteggiati - spesso dalle donne stesse. Perché?

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A dicembre 2019 è stato pubblicato il mio libro Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole (Firenze, EffeQu); da allora, ho avuto modo di presentarlo in varie città. Nella maggior parte dei casi, il momento delle domande del pubblico è stato assai animato, con numerosi interventi, fortunatamente non tutti sempre concordi con le mie tesi: ritengo sempre molto importante il confronto tra opinioni divergenti. Tuttavia, ho potuto davvero toccare con mano l’ostilità all’argomento e la resistenza a esso – specificamente da parte femminile – soprattutto quando, ai primi di febbraio, è stato pubblicato sul gruppo Facebook di “Roba da donne” un mio videomonologo di poco più di sei minuti sul medesimo discorso. Forse perché la comunicazione mediata favorisce – nel bene e nel male – l’espressione più libera e istintiva delle proprie idee, ho collezionato una lunga serie di commenti critici, a dire il vero non sempre espressi nella maniera più pacifica.

Chiaramente gli interventi sono comparsi in varie sedi, tutte quelle dove il video è stato condiviso, e gli autori sono di entrambi i generi, anzi di ogni genere; tuttavia, qui vorrei concentrarmi su quelli a firma femminile comparsi sulla pagina Facebook che ha originariamente pubblicato il video, contesto peraltro frequentato da persone specificamente interessate alle questioni di genere. I commenti sono riprodotti senza alcun intervento sulla grafia originaria.

 

I femminili professionali che non si possono sentire

Come se l’anticamera dell’uguaglianza fosse convertire al femminille nomi che in italiano non si possono sentire. Questo tipo di uguaglianza se la può tenere lei, che continui la sia sterile battaglia contro i mulini a vento. E a proposito di professioni al femminile ricado giusto in uno di quei casi…se qualcuno proverà a chiamarmi ingegnera…guai a lui/lei

Secondo questa commentatrice, la questione linguistica sarebbe una “sterile battaglia contro i mulini a vento”. Mi permetto di dissentire: poiché una lingua è sempre specchio di una realtà, una cultura e una società, le parole sono rilevanti. A essere precisi, per quanto mi riguarda, non vedo la questione dei femminili professionali tanto come rivendicazione “di genere”, quanto piuttosto come una naturale conseguenza dell’aumento della presenza femminile in posizioni lavorative in cui prima scarseggiavano o mancavano del tutto. Se chiamiamo cassiera la cassiera, non dovremmo avere alcuna pregiudiziale a chiamare assessora l’assessora: i nomi sono conseguenza delle cose. Se ci facciamo caso, in italiano danno fastidio, attirandosi spesso il giudizio “non si può sentire”, solamente i femminili inconsueti (nessuno se la prende con infermiera), quelli meno noti, o almeno fino a oggi meno usati. Ma la loro emersione è semplicemente conseguenza di una realtà lavorativa – fortunatamente – mutata.

Al di là di tutto, è interessante che il mio punto di vista, peraltro sempre di mera spiegazione e mai di imposizione, desti reazioni sulla difensiva. Molte persone, a mio avviso, non hanno nemmeno ascoltato il video fino in fondo: ulteriore dimostrazione dell’esistenza di una reazione quasi pavloviana alla questione stessa, in maniera sovente aprioristica.

 

I mestieri al femminile suonano offensivi?

Forse alcune professioni sarebbero da considerare “neutre”. Forse non per forza se sei femmina il tuo appellativo deve finire con la ‘A’, e il tuo vestitino deve essere rosa.Io sono ingegnere e rimango ingegnere, e tendenzialmente se qualcuno mi chiama “ingegnera” mi sembra che mi prenda un po’ in giro.[…]Forse sono io che, figlia del mio tenpo e immersa in una cultura ancora troppo maschile, mi sentirei quasi sminuita a sentirmi chiamare “l’ingegnera”. Un po’ come “la signorina”.O forse per me non ha senso la differenza. Perchè un ingegnere è un ingegnere e basta.

Ma se si rivalutasse l’uso del genere neutro? Alcuni nomi volti al femminile tipo sindaca mi sa un po’ di presa in giro perché spesso vengono pronunciati con un tono della voce particolare. Rivalutare il genere neutro non sarebbe una brutta idea.

I due commenti precedenti si soffermano sulla questione delle connotazioni, ossia sul fatto che i femminili sembrano, in alcuni casi, una presa in giro. Ora, può essere che alcuni li usino con questo intento; ma per fortuna le connotazioni delle parole possono cambiare. Ovviamente sta anche a noi fare in modo che questo accada, normalizzando l’uso dei femminili a oggi “insoliti”, compresi maestra d’orchestra, segretaria di stato o direttrice del quotidiano, che di per sé non hanno nulla da invidiare ai loro corrispettivi maschili.

Una seconda questione è che il neutro, in italiano, non esiste; esiste, invece, l’impiego del maschile sovraesteso (per esempio, nel caso delle moltitudini miste: anche questo uso è dibattuto, ma non ne parlerò in questa sede), mentre ci si riferisce senza esitazioni al femminile a una lavoratrice che svolga mansioni alle quali siamo “socialmente abituati”: maestra, cassiera, sarta, operaia, infermiera.

Volgendo uno sguardo alle altre lingue, possiamo verificare che anche in quelle in cui esiste il genere neutro, questo viene usato raramente in riferimento a persone. Invece, negli idiomi privi di genere grammaticale (cioè nei quali, a differenza dell’italiano, le parole non hanno genere) spesso esistono termini specifici per i job title al femminile (in ungherese, per esempio, abbiamo doktor e doktornő, dove –significa ‘donna’ ed è il suffisso per creare i femminili).

Chiaramente, tali lingue adottano strategie diverse rispetto alla questione di genere, per esempio scegliendo termini per quanto possibili “gender-neutral”, come spokesperson invece di spokesman e spokeswoman. Questo, in italiano, è impossibile: le comparazioni tra inglese e italiano sono quindi improprie, perché i problemi posti dalle due lingue (una priva di genere grammaticale e una invece con genere grammaticale) sono differenti.

 

Questione linguistica: non si tratta solo di parole

Insomma non facciamoci la guerra solo per definizioni linguistiche “sono una femminista anch’io” e quello che desidero e preferirei battermi, per i diritti umani e quelli sono sacrosanti alle soglie del terzo millennio.

Di sicuro, i problemi delle donne sono anche “ben altri”; tuttavia, torno a dire che le questioni linguistiche non sono affatto secondarie. E poi, smettiamo di usare come controargomentazione il fatto che ci siano problemi (ben) più importanti: grazie al cielo possiamo occuparci di più questioni contemporaneamente.

sono donna e condivido tante cose che hai detto nel video ma non questa passione per cambiare al femminile i nomi delle professioni. Senza polemica, un geometra dovrebbe farsi chiamare geometro se è maschio? un falegname donna falegnama? un rappresentante donna rappresentanta?

Non è una (mia singolare) passione: è il modo in cui funziona la nostra lingua. E quando qualcuno critica i femminili professionali dovrebbe perlomeno prendersi la briga di controllare quali sarebbero le forme morfologicamente corrette, dato che non si tratta semplicemente di mettere una -o in fondo alle parole per i maschili e una -a per i femminili: i casi citati sono tutti esempi di termini ambigeneri (non neutri!), per i quali basta cambiare l’articolo: il/la geometra, il/la falegname, il/la rappresentante.

Che stupidaggine quello delle professioni! Io sono un avvocato e così voglio essere chiamata e al mio interlocutore deve essere indifferente il genere

Sono d’accordo con il dire che, per una vera uguaglianza, il genere dovrebbe essere indifferente; tuttavia penso che la vera indifferenza sarebbe se avvocata, sindaca o ministra non provocassero nessun turbamento. Pensare che sia meno discriminante usare avvocato, sindaco e ministro anche per le donne è un’idea secondo me fuorviante. Come se per ottenere la parità occorresse nascondere il fatto di essere donne; secondo me dobbiamo perseguire la parità nel rispetto delle differenze, dato che tra uomini e donne una sacrosanta differenza c’è e mi pare innecessario negarlo.

Mah.
Questa cosa che ci focalizziamo sulle parole al femminile e non al maschile o viceversa,mi sembra stupida.
Siamo in un epoca dove non esiste più il genere distinto,dove siamo ciò che siamo indipendentemente da come veniamo chiamati e da cosa abbiamo tra le gambe.
Se fossi un avvocato,o uno di quei lavori in cui non esiste il femmine, gradirei semplicemente essere pagata e trattata come chi ha un pene,anche se ho la vagina. Se poi mi chiamano con il maschile o il femmine precisamente, cosa cambia?
Perché rivendicare cazzate nel 2020?
Io sono super femminista e pro uguaglianza ma per le cose serie,non per sentirmi più fica perché sono avvocata e non avvocato.

Intanto, non è vero che certi femminili “non esistano”: sono, come ripeto spesso, forme che fino a tempi recenti sono rimaste “in potenza” per ragioni oggettive (mancanza, “in natura”, di ciò che dovevano denotare) e che, in seguito a vari cambiamenti sociali e culturali, sono passate a essere “in atto”. Ma erano e sono forme previste dalla morfologia della nostra lingua, quindi nemmeno definibili come neologismi veri e propri.

 

La questione linguistica di genere, specchio del disagio socioculturale

Il fatto che una discussione sulle parole naturali per definire le donne al lavoro desti questi commenti, non di rado astiosi, è per me la miglior dimostrazione che esiste una questione linguistica di genere e che le parole che scegliamo di usare non sono indifferenti. Che siano donne a rivolgersi con malcelato fastidio verso un’altra donna che porta avanti una linea di pensiero magari irrilevante per alcuni, ma sicuramente non controproducente rispetto alla “causa femminile”, è a sua volta una interessante cartina di tornasole del disagio socioculturale presente in Italia.

Quello che emerge dai commenti è una reale mancanza di argomentazioni: il più delle volte la questione linguistica viene licenziata come irrilevante, collaterale, distraente rispetto ai “ben altri” problemi delle donne. Poi, come sempre, arrivano i giudizi di cacofonia, di volontà imposta dall’alto di “cambiare la lingua”; arrivano le prese in giro ricorrendo a forme femminili e maschili volontariamente distorte in modo da essere funzionali alla demolizione dell’istanza. A ben guardare, quella della cacofonia è una questione di rilevanza molto relativa, dato che nel nostro linguaggio quotidiano non usiamo le parole solo perché “suonano bene”, ma piuttosto perché sono utili per designare in modo preciso la realtà che ci circonda.

Dopo alcune settimane in cui ho, come al mio solito, dedicato molto tempo a rispondere con tutta la pacatezza possibile alle varie critiche sui social, sono arrivata a una personale conclusione: ci sarebbe bisogno di una riflessione collettiva sull’importanza non solo di essere donne, ma anche sul motivo per cui la questione linguistica porta a esprimersi con tanto livore nei confronti di altre donne che, per motivi professionali e di preparazione specifica, riflettono in maniera approfondita sull’argomento. Peraltro, la mia posizione è di mera informazione: non ho mai pensato di imporre nessun costume linguistico a chicchessia, e il mio obiettivo è principalmente quello di sfatare i molti falsi miti che circondano la questione. Insomma, almeno tra donne, auspico che si possa parlare della questione di genere in maniera più serena.

E a tutti, ma in particolare a tutte coloro che provassero irritazione nei confronti di questo mio breve articolo, chiedo solo una cosa: soffermarsi un attimo a chiedersi da dove nasca tale irritazione, e se sia veramente rivolta verso gli “attori” corretti.

 

 

Photo by Chris Barbalis on Unsplash

Sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice dall'ungherese, ha collaborato per vent'anni con l'Accademia della Crusca. Attualmente lavora con la casa editrice Zanichelli. Insegna come docente a contratto all'Università di Firenze e alla LUMSA a Roma. La sua prima monografia è del 2016: "Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi)"; del 2017 è "Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network" (entrambi per Franco Cesati Editore). Nel 2018 è stata coautrice di "Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello" (Longanesi). Nel 2019 ha dato alle stampe "Potere alle parole. Perché usarle meglio" (Einaudi), "La tesi di laurea. Ricerca, scrittura e revisione per chiudere in bellezza" (Zanichelli), "Prima l'italiano. Come scrivere bene, parlare meglio e non fare brutte figure" (Newton Compton), "Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole" (EffeQu); è del 28 aprile 2020 l'ebook per Longanesi "Parole contro la paura". [ Guarda tutti gli articoli ]

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