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Sanremo fa festa mentre la musica muore di fame. E così Sia(e)

Sanremo fa festa mentre la musica muore di fame. E così Sia(e)

Ai grandi i soldi veri, derivati dai passaggi in radio e tv; ai piccoli le briciole di streaming e live (che sono sempre meno). Le due velocità della musica italiana strangolano gli emergenti e i lavoratori del settore.

Con i concerti vietati per il COVID-19, gli autori musicali devono vivere dei diritti delle canzoni che scrivono.

Fuori dal grande palco di Sanremo c’è un esercito di piccoli musicisti, cantautori, rock band, suonatori diplomati, che già prima della pandemia faticava a sopravvivere con la propria attività. Oggi, dopo un anno di palchi chiusi, hanno perso la loro principale fonte di reddito: i concerti.

I diritti garantiti dalla Siae, la società che dovrebbe tutelare il lavoro creativo nello spettacolo e nella letteratura, non bastano certo a far sopravvivere, anche perché la fetta maggiore finisce nelle tasche dei grandi nomi, lasciando ai piccoli le briciole. Infatti se da un lato i diritti radio e tv rendono meglio, dall’altro per un autore emergente non è così semplice arrivare a un numero congruo di passaggi che garantiscano la sopravvivenza. Soprattutto in un sistema come quello italiano, storicamente chiuso alle novità musicali.

Quanto rendono i diritti d’autore per un musicista: Siae, remunerati solo i grandi nomi

Le fonti di introito per chi vuol fare della propria musica un lavoro sono diverse.

La più semplice è la vendita di cd, vinili e album attraverso le piattaforme di streaming. La Siae riconosce per ogni cd o disco venduto da 1,17 a 1,60 euro e tra gli 11 e i 16 centesimi per il singolo download agli esecutori, che devono però dividerli con la casa discografica se non sono autoprodotti. All’autore del brano invece vengono riconosciuti 92 centesimi per ogni disco venduto e 1 centesimo per il download della canzone da internet.

Il passaggio di un brano in radio poi permette al musicista di incassare dalla Siae oltre 60 euro (per ogni singola occorrenza) che saranno divisi a metà con la casa discografica, mentre altrettanto guadagno spetta all’autore del brano.

Se invece una canzone viene utilizzata in tv (come semplice sottofondo di una scena oppure come sigla) il compenso, stabilito a priori tra le piattaforme televisive e la Siae, ammonta a circa 100 euro nel primo caso e può arrivare anche a sfiorare i 50.000 euro nel secondo, anche in base alla capacità contrattuale dell’autore (il tutto poi va comunque distribuito tra artista, autore e casa discografica). Ma arrivare alla radio o alla televisione non è così semplice. In prevalenza sono palcoscenici riservati a grandi nomi, e non esistono nemmeno aree protette reali riservate agli emergenti.

La musica dal vivo, specialmente nei teatri, è ancora la via più semplice. Una serata a teatro con esecuzione di dieci pezzi propri e qualche passaggio su una radio locale online possono rendere a un cantautore fino a 70 o 100 euro. «Sono riuscito a maturarli – dice un cantautore – non appena ho fatto una serata, dopo essermi iscritto a dicembre. Ma non ho ancora visto un euro, perché con quelli ci ho pagato l’iscrizione; subito dopo è iniziato il COVID-19, e i locali hanno chiuso».

Radio killed the live music star: fare concerti conviene sempre meno

Di questi tempi restano solo le radio, magari quelle nate nel web, alcune delle quali si fanno pagare piccole cifre per passare i pezzi di artisti emergenti. Anche perché i grandi network, per chi non ha un nome o non arriva da un reality show, sono off limits.

Il regolamento della Siae per il riconoscimento dei diritti d’autore delle canzoni prevede che per le esibizioni dal vivo si paghi un tot per ogni canzone eseguita, mentre in radio e tv la ripartizione è basata sulla durata delle utilizzazioni, moltiplicata per dei coefficienti che tengono conto della funzione assolta dalla musica e della fascia oraria nella quale è trasmessa.

In alternativa si usa il modello di ripartizione campionaria: è basata sulla rilevazione delle musiche trasmesse da un campione rappresentativo di emittenti radiofoniche nel periodo di riferimento. Per riuscire ad avere riconoscimenti con questo metodo è necessario che una canzone entri nei “radardei rilevamenti, cosa che richiede molti passaggi radio (tutte grandi network, dopo la scomparsa delle radio libere), difficili da ottenere per un artista emergente. A meno che non sia sotto contratto con una major o con una casa discografica dalla grande influenza sulle radio, o magari con dei soci che siano proprietari di radio. È il caso di Ultrasuoni, casa discografica che ha come nome di punta i Modà, e che appartiene in egual misura a Baraonda Edizioni Musicali (appartenente a sua volta al presidente di RTL Lorenzo Suraci), a Mario Volanti (presidente di Radio Italia) e a Eduardo Montefusco (presidente di RDS).

L’agonia della musica dal vivo 

I live in teoria garantiscono introiti maggiori. L’artista si fa pagare per la serata e può eseguire i propri pezzi, che frutteranno in diritti d’autore. E poi anche i piccoli gruppi possono reggersi sulla vendita diretta dei cd (calata a causa dello streaming) e del merchandising (magliette, tazze e spille), che da sempre hanno rappresentato un florido mercato per cantanti e gruppi. Da un anno tutto questo non esiste più a causa del COVID-19, e anche prima le cose non andavano meglio.

Silvio Petitto ha 57 anni. Ha iniziato la sua carriera come segretario della FGCI ai tempi delle feste dell’Unità. Erano gli anni di Guccini, De Gregori e Area anche nei campi sportivi di provincia, tra salamelle e bandiere. Oggi è il principale organizzatore di concerti in provincia di Pavia.

«La musica dal vivo sopravvive nei live club – racconta – che danno continuità con anche cento concerti all’anno, ma in generale i live sono in calo. Da un lato perché ci sono molte meno entrate, anche se gli incassi sono di più del passato perché i costi sono più alti

La circolare Gabrielli, che disciplina la partecipazione a eventi pubblici, ha ridotto le capienze e fatto lievitare i costi. Per fare un concerto oggi si devono pagare due ingegneri per le consulenze in sicurezza. Tutti i lavoratori devono fare il corso antincendio e poi si deve comunque chiamare una squadra di vigili del fuoco. Le spese organizzative sono il 70% circa rispetto al cachet dell’artista.

«Per questo conviene concentrarsi nei grandi concerti – continua Petitto – con nomi che attirano più pubblico, ma da queste realtà i piccoli e medi promoter rimangono esclusi». Questo si riverbera sui lavoratori, molti pagati a giornata, che guadagnano comunque la stessa cifra indipendentemente dal costo del biglietto e da chi c’è sul palco.

Le grandi agenzie d’altro canto centellinano i grandi nomi, che è meglio spendere in una location come San Siro o il Forum, che portano maggiori sponsor pubblicitari, attirati anche da biglietti a costi stracciati (0,50 euro l’uno) che consentono facili sold out.

Tuttavia la riduzione del lavoro non tocca solo tecnici e maestranze. Chi ne ha pagato lo scotto sono stati anche i famosi turnisti: musicisti diplomati che suonano in studio, ma anche nei live con i grandi nomi.

Mille ascolti per un panino. La musica online non paga poi tanto

Da anni ormai una corrente di pensiero vuole che internet e le piattaforme di streaming siano l’alternativa al mondo chiuso della discografia tradizionale. Sono ormai molti, anche in Italia, i giovani partiti dal nulla che grazie alla rete sono riusciti ad avere successo. L’esempio più eclatante è quello di Rovazzi, autore del tormentone di qualche estate fa Andiamo a comandare. I veri guadagni però arrivano sempre dai canali tradizionali.

I dati forniti dal MEI (Meeting Etichette Indipendenti), storico organizzatore del festival di Faenza dedicato alla discografia indipendente, mostrano come per ciascun ascolto Spotify paga 0,0043 $, iTunes 0,00735 $, Deezer, 0,004 $, YouTube 0,001 $ e Amazon Music 0,00402 $. Per arrivare ai famosi soldi del panino, come si diceva ai tempi in cui a pagare poco erano i gestori di birrerie, ci vogliono mille ascolti; per vedere una cifra congrua, tra i 5.000 e i 7.000 dollari, ce ne vogliono un milione. Sommando questi numeri e ipotizzando quindi un milione di streaming per un singolo brano in ognuna di queste piattaforme, un artista può vedersi riconosciuto un compenso di 33.240 $, a patto che non sia pubblicato da una casa discografica, che in questo caso richiede una fetta del guadagno. Tutto questo prima di aver pagato le tasse.

Le piattaforme, insomma, possono diventare un buon veicolo pubblicitario per un esordiente che vuole proporsi in eventi live, i quali però sono sempre più in calo a causa delle spese che lievitano e della troppa burocrazia.

Photo credits: www.reportpistoia.com