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Sanremo pagati? Umiliato al Festival il lavoro degli orchestrali

Sanremo pagati? Umiliato al Festival il lavoro degli orchestrali

Le confessioni in esclusiva a Senza Filtro di tre musicisti che suoneranno a Sanremo 2020. C’è da vergognarsi di un’Italia che guarda solo ai dati di ascolto, al gossip e alle polemiche strappanotizia.

Le chiamano stabili ma di stabile le orchestre italiane hanno pochissimo; forse nemmeno i nervi, se l’Italia continua a trattarle così.

Sanremo è tra queste, in bilico tra la fatica del rinunciare a una portata di notorietà grossa come il Festival gestito con la Rai e la faccia di bronzo con cui ogni anno deve convincere i musicisti a suonare per la manifestazione canora dato che i suoi – quelli che suonano tutto l’anno nell’Orchestra sinfonica di Sanremo – sempre più se la danno a gambe viste le condizioni di sfruttamento. Per l’edizione 2020, dei 30 musicisti sul palco, solo un quinto fa parte degli “stabili” e ha accettato di andare al Festival.

Tra contatti e tentativi, siamo riusciti a raggiungere tre degli orchestrali che suoneranno a Sanremo 2020, parlare con loro è stato difficile su più piani.

Intanto il tempo da rubare loro tra le prove, visto che sono quasi in ostaggio per più di quaranta giorni dalla mattina alla sera. Ma il vero ostacolo resta la riservatezza della fonte: a tutti ho chiesto se potessi rivelare i loro nomi, mi sono arrivati all’orecchio due no gentili e carichi di buoni motivi, tutti me lo hanno chiesto con quell’educazione che evidentemente la musica insegna e che non si può tradire. Di cose gravi da denunciare, però, in esclusiva a Senza Filtro ne hanno dette.

Franco Invidia è l’unico che parla con una bella libertà e fornisce un quadro molto utile e pulito dei meccanismi.

Lui è il primo violino della compagine musicale che vedremo in televisione. Lavora stabilmente nell’Orchestra sinfonica di Sanremo e ci tiene a sottolineare subito cosa voglia dire suonare invece per il Festival. Ha 53 anni e suona a Sanremo dal 1997, alle spalle aveva già il Teatro dell’Opera di Roma, Santa Cecilia e molto altro. Dal 2001 vive da sanremese ogni giorno dell’anno. “Ovviamente il nostro mestiere di musicisti dentro un’orchestra stabile è un lavoro totalmente diverso, concentrato solo in un paio di giorni di prove prima del concerto. Per il Festival iniziamo a Roma intorno al 3 gennaio con le prime prove che durano dieci, dodici giorni da circa 8-10 ore di lavoro al giorno: facciamo le prime letture dei brani e i cantanti iniziano per la prima volta a vedere i pezzi insieme a noi.

Ogni anno cambiamo la sede degli studi per esigenze Rai. Proviamo coi cantanti, proviamo gli attacchi, le sigle, le entrate degli ospiti. Per Sanremo entriamo dentro una macchina organizzativa mostruosa in cui non decidiamo nulla e nel lungo periodo di prove lavoriamo dalle 10 alle 21. Ogni due ore circa c’è un quarto d’ora di pausa e poi c’è la pausa pranzo di un’ora e mezza ma qui dentro si perde completamente la cognizione del tempo. Si entra di giorno con la luce e si esce di notte col buio, dopo aver passato un giorno con le cuffie e la musica nelle orecchie che vuol dire portarselo dietro anche di notte durante il sonno. Certo l’altro lato della medaglia è la particolarità dell’evento e anche la bellezza di farne parte di cui vado orgoglioso. Va poi spiegato che esistono due binari al Festival: quello dell’orchestra sinfonica che dipende direttamente dalla Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo e quello dell’orchestra ritmica che viene chiamata direttamente dalla Rai (n.d.r.: ritmica vuol dire chitarre tastiere, bassi, pianoforte, percussioni)”.

Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo, dietro cui c’è il Comune, tiene i fili di tutto: per capirci è il datore di lavoro degli orchestrali stabili. Le sovvenzioni arrivano da Stato, Regione (in piccola quota) e Comune di Sanremo: è quest’ultimo a investire di più in veste di socio fondatore ma è un più che negli anni ha virato progressivamente al meno. Anche la Rai per questa edizione ha ridotto la sue disponibilità e alla fine è il valore dato alla musica come mestiere che ne risente.

Quindi i vostri stipendi derivano da lì?

Sì, le sovvenzioni statali variano in base a ciò che produciamo durante l’anno, a come lavoriamo, alla qualità dei concerti. Possono scendere o salire.

Una sorta di premio produzione.

Esatto. Quest’anno ci hanno riconosciuto dei miglioramenti ed è aumentata la sovvenzione. Il Comune ogni tre o quattro anni fa una sorta di accordo per riallineare. Il nostro fisso resta comunque lo stipendio anche se è vero che negli ultimi sei anni la situazione non è stata semplice: siamo prima andati in contratti di solidarietà e ci siamo anche abbassati lo stipendio.

Facendo un part time?

No, ci fu semplicemente una riduzione delle ore di lavoro e, di conseguenza, anche dello stipendio. Minor lavoro, minor guadagno.

 

Festival di Sanremo: vado o non vado?

La nota dolente tocca la questione degli “aggiunti”, sia perché la formazione stabile non avrebbe tutti gli strumentisti necessari per Sanremo, sia perché molti preferiscono non andare viste le retribuzioni. Gli aggiunti sono musicisti che conoscono già la dimensione del sinfonico perché a giro frequentano l’Orchestra di Sanremo durante l’anno per il repertorio dei classici.

Il nodo della questione è tutto qui: nel periodo del festival, l’attività dell’Orchestra stabile di Sanremo non viene interrotta, prosegue. I musicisti, però, possono scegliere se sospendere i lavoro annuale e “darsi alla televisione” o restare nell’ombra. Anche i riflettori di Sanremo hanno le loro ombre.

“Sì, alla fine ho deciso di venire per capire da dentro questa macchina”

Di età è tra i quaranta e i cinquanta e di musica tra le mani gliene è passata.

Che contratto viene fatto per il periodo di Sanremo?

Dipende se si ha già un contratto stabile o meno. Io, che ho una partita iva, prendo un forfettario e confesso che non è affatto entusiasmante quello che viene riconosciuto come retribuzione. Sono condizioni economiche assurde per la professionalità e la formazione che abbiamo alle spalle; credo vengano pagati meglio – con tutto il rispetto per il loro lavoro – gli addetti alle pulizie di Sanremo.

Avete un sindacato?

Dovrebbe essere l’Orchestra a farsi tutelare ma non è così, è evidente che non ha interesse a farlo. Quello che bisogna dire è che i titolari stabili che vanno anche a Sanremo non hanno lo stesso trattamento di noi aggiunti: nel loro caso c’è lo stipendio stabile e il cachet per il Festival ma non so davvero a quanto ammonti.

Anche per gli aggiunti è variabile?

No. Quello che varia, però, è la cassa da cui escono i soldi: l’orchestra classica del festival è pagata dalla Fondazione mentre l’orchestra ritmica è nel “libro paga “della Rai. Non ho mai capito fino in fondo il meccanismo con cui viene gestito il tutto. Anche per i musicisti della ritmica, pagati dalla Rai, ci sono quotazioni diverse.

Arriviamo al sodo: quanto prendete?

Circa 50 euro al giorno, 1930 euro lordi per i circa 40 giorni di lavoro, 180 euro di rimborso.

Si tratta di un rimborso settimanale?

Magari. Sono 180 euro per tutto il periodo, assurdo.

Per gli aggiunti c’è la possibilità di scegliere se accettare vitto e alloggio a Roma o a Sanremo e ovviamente tutti scelgono la seconda opzione perché ci sono molti più giorni da coprire. Io fortunatamente ho il contatto con una signora che mi ospita sempre da quando faccio concerti anche a Roma quindi contengo i costi nella Capitale ma per molti vuol dire spendere buona parte del misero compenso. 

Altre brutte sorprese?

Nessuno mi aveva avvertito che il compenso viene pagato dopo un anno: ecco se avessi saputo questo non avrei mai accettato. A dire il vero anche l’orario eccede rispetto agli accordi che comunque restano sempre parecchio vaghi perché tanto chi accetta lo fa anche perché è Sanremo ed esserci diventa un vanto: suoniamo e proviamo dalle 10 del mattino fino alle 21 di sera e nei giorni di diretta iniziamo sempre alle 10 di mattinata tiriamo fino a notte. Sì, ci sono molti punti morti ma resti comunque a loro disposizione.

La discrezionalità (tutta all’italiana) del Festival di Sanremo

A Sanremo succede spesso che a decidere non sia la misura uguale per tutti. Innegabile che lì dentro il lavoro assuma mille forme e si porti dietro percorsi di formazione e notorietà distinte, ma poco ha a che vedere con l’arbitrio sospetto con cui vengono gestiti alcuni anelli della catena.

L’Ufficio Stampa del Festival, gestito dalla Rai, è il primo.

Con la redazione di Senza Filtro possiamo testimoniarlo tramite il testo della loro mail in risposta alla nostra richiesta di accredito stampa 2020 dello scorso autunno.

“Quest’anno per accreditarsi sarà necessario ricevere prima “l’invito di accreditamento” che sarà recapitato in base alle certificazioni Audipress, Audiradio, Audiweb e anche alla disponibilità di capienza certificata delle sale stampa”. Quando riporto al terzo dei miei interlocutori le parole della mail firmata Rai, si mette a ridere e risponde: “Se vedeste che giro c’è a Sanremo, impallidireste. Entrano persone che non hanno niente a che vedere coi dati di ascolto e di lettura ma soprattutto si è arrivati a lasciare fuori dalle sale stampa o dal festival persone che ne avevano pieno diritto o professionisti attinenti alla manifestazione pur di far entrare chi si aveva interesse a mettere tra il pubblico”.

Anche gli studi Rai che vengono scelti a Roma per una parte delle giornate di prove iniziali destano qualche sospetto ai musicisti ormai veterani del Festival.

“Ormai conosco Sanremo da troppi anni per non essermi fatto un’idea coi miei colleghi. In media ogni anno la Rai ci porta in studi diversi, in zone diverse, e ogni anno ci sembra di aver scoperto finalmente l’ultimo studio ma puntualmente l’anno dopo ne arriva uno nuovo convenzionato con loro. Che poi, dei 10 giorni romani iniziali, 2 vengono dedicati a questi studi privati dove di fatto facciamo un lavoro che potremmo gestire direttamente a Sanremo e con strumentazioni e metodi ben più avanzati per garantire un risultato musicale eccellente visto il livello tecnologico avanzatissimo del Festival. In pratica non solo soldi persi ma anche tempo, e tutto per fare evidentemente favori a qualcuno. Non parliamo poi della disorganizzazione interna e dei 12 direttori che quest’anno gestiscono Sanremo: se fossero coordinati avrebbero anche senso di esistere ma, per come lavorano e ci fanno lavorare, sono davvero soldi buttati”.

Anche nei pagamenti la discrezionalità è di casa.

“C’è una differenza abissale tra certe paghe esorbitanti e noi. Non mi riferisco ai cachet dei personaggi famosi o degli ospiti, mi riferisco proprio ai compensi per i musicisti. Ci sono chitarristi che chiedono dai 350 euro ai 500 euro al giorno, da liberi professionisti prezzano liberamente la propria prestazione. Nel mondo della musica, noi della classica non siamo proprio considerati rispetto alla leggera. 

Qual è il contributo di strumenti classici dentro Sanremo?

Puramente scenico, come del resto buona parte del Festival dove c’è tanta finzione. Vogliono loro così, ci sono arrangiatori incompetenti, i direttori – che non sono direttori veri – fanno arrangiamenti col computer e non sfruttano minimamente le potenzialità di un’orchestra sinfonica e attribuiscono agli strumenti delle note che non hanno niente a che vedere con quello strumento. Per incompetenza non lo sanno valorizzare, vale per molti componenti dell’orchestra. Chitarra, chitarra elettrica, batteria e ottoni: ecco chi fanno muovere, e non ha senso per la musica.

Quanta competenza c’è tra chi fa girare la musica a Sanremo?

Pochissima. Spesso durante le prove ci guardiamo tra di noi perché ci troviamo davanti direttori che si perdono, che non riescono a fare una battuta in quattro. Essendo professionisti andiamo per conto nostro perché, se dovessimo seguire loro, andremmo fuori ad ogni battuta. Il pubblico non sa mica che a Sanremo abbiamo un clic nelle cuffie, un metronomo che ci dà il tempo battendo nelle orecchie. Anche i cantanti ce l’hanno. I direttori sono solo scenografici, credimi, perché sono arrangiatori prestati a coprire quel ruolo. Ce ne sono anche di validi, ovviamente, ma pochissimi.

Qui da musicista ho visto cose che mi fanno vergognare per un programma in visione mondiale.

Ma tu solitamente guardavi Sanremo?

Mai visto, non amo questo mondo. Diciamo che per una volta ho voluto vederlo da dentro, avendone la possibilità. Cerco almeno di prendere il buono dei rapporti e dell’esperienza fatta. La nostra politica ha svuotato di senso la musica in Italia, orchestre che chiudono e interi patrimoni culturali che rischiamo di perdere per sempre. Credo che il meccanismo malato dipenda anche da noi che conteniamo a dire sì e alimentiamo il sistema. Ora però scusami, devo chiudere perché devo rientrare dalla pausa, riprendiamo con la seconda parte di Nigiotti dopo Le Vibrazioni.

Chiudo il mio giro di telefonate con uno degli orchestrali raggiunto a singhiozzo durante le prove.

Quando iniziai a suonare, il compenso per tutto il periodo di Sanremo era intorno ai 3.500 €, poi ci fu un primo brusco crollo ed eravamo nei primi anni Duemila. Ci mettemmo d’accordo tra tutti noi musicisti dell’Orchestra di Sanremo per non andare al Festival, insomma “fare cartello” in nome della musica ma fu una brutta esperienza perché ci dicevamo uniti a parole, nei fatti non fu così. Oggi il compenso è ridicolo eppure continuiamo ad accettare e chi non accetta suggerisce i nomi degli aggiunti al posto suo anche se poi è l’Orchestra che cerca e chiama i rimpiazzi. Ogni settore lavorativo ha bisogno di fortissima coesione dal basso se vuole progredire e farsi rispettare, evidentemente a Sanremo non è così. Anche per mangiare o andare in bagno abbiamo pause vergognose. Nessuno vede davvero la musica a Sanremo per quello che dovrebbe essere, così come non si ha interesse a vedere chi la vive e la costruisce ogni giorno in Italia con la fatica e lo sforzo di tenere in piedi un sistema come facciamo noi orchestrali. Tanti anni fa, in un’edizione condotta da Pippo Baudo, il Tg1 chiese la diretta per un saluto a venti minuti dal via della prima serata. Noi dovevamo ancora finire le prove e cambiarci e nessuno aveva avuto nemmeno il tempo di mangiare dalla mattina, il direttore era Pippo Caruso. Me lo ricorderò sempre a testimonianza non tanto di quanto ci fanno lavorare ma di quello che ci pagano per lavorare in questo modo”.

Sanremo non è quello che ci fanno vedere ma le polemiche interessano solo se toccano questioni inutili, buone per durare una settimana sui giornali e sui social e poi chi se le ricorda più fino all’anno dopo. C’è un lavoro che viene umiliato tutti gli anni, vestito in abito elegante dagli orchestrali di Sanremo. Li fanno sorridere a favore di telecamera, li fanno sembrare radiosi, qualcuno li invidia di suonare così attaccati al palco che sfavilla, i grandi artisti uno dopo l’altro in mano loro. Quante stonature, invece. Quante stecche, l’Italia.

 

Foto di copertina: Larisa Birta