Stringendo all’osso, si torna a una domanda: perché non guardare? Ci sono almeno tre ragioni per non farlo.
La prima è la più semplice: non ci interessa. In un’indagine su 1.508 imprese tedesche (Cedefop, 2011) nessun beneficio esterno compare fra le ragioni per cui si forma. Guardano tutte dentro casa, dalle competenze alla produttività. Ruhose e colleghi (2019), che hanno misurato quanto la formazione aumenti la partecipazione civica, lo scrivono senza giri di parole: è improbabile che chi promuove i corsi si curi del capitale sociale dei dipendenti. Aggiungo una cosa che ogni direttore del personale sa: nessuno di noi ha il mandato di spendere il budget su esiti che non appartengono all’azienda. Quel mandato lo dà il consiglio, e non mi risulta che l’abbia mai fatto.
Sì, lo so che cosa state pensando. E tutti quegli interventi sul benessere dei lavoratori? Quella formazione su come stare meglio? Quelli non c’entrano, perché lì lo scopo dichiarato è proprio migliorare la vita anche fuori dall’uscio. Un corso sulla genitorialità nasce per migliorarla. Quello su cui mi arrovello, trascinandoci anche voi, è un’altra cosa: perché non ci chiediamo mai se un corso aziendale qualsiasi migliori l’occupabilità di un lavoratore o la sua qualità della vita.
La seconda l’aveva segnalata Bates (2004) vent’anni fa: salire di livello espone chi valuta, restare ai numeri finanziari assolve. Ho anche un sospetto, e resta un sospetto: alcune esternalità positive somigliano a una perdita. Se un corso vi rende migliori fuori, vi rende più appetibili altrove. La paura ha persino un nome: il paradosso dell’occupabilità. La ricerca che ha provato a verificarlo ha rilevato un legame molto più debole di quanto si temesse, ma nelle riunioni sui piani formativi quella paura circola comunque, “non facciamo beneficenza, non siamo una ONLUS”. E poi la vera paura: se, dopo averli resi competenti, se ne vanno? O peggio, se vanno da un concorrente?
La terza sono i dati. In una banca brasiliana, il modello logico di un corso sul credito prevedeva un livello finale dedicato alla società (Abbad e colleghi, 2012). La riga c’era. La casella accanto era vuota, perché costruire quegli indicatori costava troppo. Dove gli indicatori esistevano, le caselle restavano vuote perché i dati erano riservati (Nascimento e Abbad, 2024): sono della banca e restano in banca. Quando si dice “mettere in banca un risultato”.
Tre ragioni e nessuna decisione. Nessun consiglio di amministrazione ha mai messo a verbale che, fuori dall’uscio, non si guarda: non lo si è mai fatto e basta. Le società per azioni, su questo, procedono per inazioni.