Sostenibilità, non filantropia

Scopriamo come si è evoluto il concetto di sostenibilità aziendale, dalla semplice filantropia alla responsabilità sociale d'impresa, e con quali differenze.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Il 25 settembre 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, corredata da una lista di 17 obiettivi e 169 sotto-obiettivi che riguardano tutte le dimensioni della vita umana e del Pianeta, sottoscritta da parte di 193 Paesi delle Nazioni Unite. Con l’adozione dell’Agenda 2030 è stato espresso un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e si è superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale, a favore di una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo.

A quattro anni dalla sottoscrizione dell’Agenda 2030, in tutto il mondo, Italia inclusa, si registra una crescente consapevolezza da parte di tutti i vari attori dello sviluppo (governi, imprese e società civile) della necessità di adottare un approccio integrato per affrontare le complesse sfide economiche, sociali, ambientali e istituzionali, e per realizzare la transizione verso un modello sostenibile di sviluppo.

Ma che cosa significa per un’azienda essere veramente “sostenibile”, al fine di rendere possibile questa transizione e quindi contribuire a un reale percorso di “sviluppo sostenibile”? In questo contesto, un peculiare e repentino (e a volte ancora ondivago) cambio di semantica è entrato nel lessico delle imprese, guidandone le scelte, le ambizioni e le sfide. E ancora una volta saranno le azioni che cristallizzeranno i significati delle parole, rimarcando così la differenza di approccio e approdo finale.

 

Dalla filantropia alla CSR alla sostenibilità aziendale

In principio era la beneficenza: da sempre le aziende più sensibili alle questioni sociali si sono espresse in termini di iniziativefilantropiche”, verso cui destinare una parte dei loro introiti. Un approccio ancora oggi diffuso, che vede però un impatto nel breve periodo e può essere subordinato a decisioni episodiche.

È nato poi il concetto di responsabilità sociale d’impresa (dall’inglese Corporate Social Responsibility – CSR): un modello strutturato che integra le azioni in favore dello sviluppo sociale nei processi e nelle strategie aziendali, e che richiama già dal nome a una maggiore responsabilità. La CSR rende più solidi e duraturi i benefici per la società, ma le aziende (come nel caso della beneficenza) spesso la percepiscono come un costo. Inoltre, le varie iniziative che seguono questo approccio sono tendenzialmente orientate a bilanciare le diverse esigenze degli azionisti e degli altri “attuali” stakeholder che ruotano attorno all’impresa.

Un’azienda socialmente responsabile che si occupa di energia elettrica, ad esempio, costruirà scuole e ospedali nelle aree dove implementa le proprie attività per “compensare” le comunità dell’attività di sfruttamento delle risorse locali; ma tali misure non sempre tengono in debita considerazione l’impatto a lungo termine sulle comunità, la traiettoria temporale di lungo periodo intergenerazionale. Scuole e ospedali richiedono personale, materiali, supporto continuo; spesso in contesti fragili e/o poveri, queste attività di CSR non sono sostenibili nel lungo periodo per le comunità coinvolte, rendendo così “insostenibili” le buone azioni.

La sostenibilità per un’azienda non è quindi filantropia, né responsabilità sociale d’impresa, bensì un approccio orientato a promuovere l’equità intergenerazionale e ad assicurare il rispetto dei diritti umani, compresi i diritti dell’infanzia, delle generazioni attuali e di quelle future. “La sostenibilità, a differenza della responsabilità, permette di riflettere e quindi di agire sulle eventuali iniquità che l’azienda pone in essere con le proprie attività di business in un’ottica temporale di lungo periodo” (Vincenzo Solenne).

La sostenibilità aziendale è la capacità delle aziende di far fronte alle proprie esigenze a breve termine senza compromettere la capacità di soddisfare le esigenze future collettive.

 

La nascita del concetto di sviluppo sostenibile e di valore condiviso

Tutto questo trova origine nel rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future) pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED), in cui per la prima volta venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile: «Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».

Negli anni poi l’idea di sostenibilità in ambito aziendale è andata evolvendosi, includendo sempre più i concetti di innovazione e di creazione di valore. In particolare, il concetto di Michael Porter e Mark Kramer, Creating Shared Value (“creare valore condiviso”), introdotto nel 2011 attraverso un articolo sulla Harvard Business Review, guida un modello di fare impresa in cui la soluzione dei problemi sociali diventa anche un’opportunità per realizzare profitti.

L’azienda Lavazza, per citare un esempio, si sta muovendo sempre più verso questo modello. Come documentato nel bilancio di sostenibilità 2018, l’azienda sta educando i propri fornitori a una produzione sostenibile ed efficiente, sia orientando buone pratiche che promuovano i diritti umani e quindi dell’infanzia, sia avviando buone pratiche agricole, collaborando così a contrastare gli effetti del cambiamento climatico. Il risultato cui si vuole arrivare è doppio: aumentare la produttività e la qualità del prodotto e al tempo stesso migliorare la vita delle famiglie dei coltivatori di caffè, supportando uno sviluppo sociale sostenibile.

Le questioni sociali e ambientali, allora, non sono più esterne al business ma hanno un impatto sul business. Non ci si focalizza sui risultati finanziari di breve/medio termine, ma il presupposto è una visione di lungo periodo. È proprio un capovolgimento rispetto alla filosofia della CSR e della filantropia, basate sull’idea che un’azienda debba minimizzare l’impatto sociale della propria attività o “restituire” alla società una parte del profitto. Nell’ottica del valore condiviso contribuire allo “sviluppo sostenibile” non è per l’azienda un costo o un’esigenza di immagine, bensì un vantaggio.

 

Un’alleanza mondiale che lega profit e no profit

In questa prospettiva, l’approccio con i propri stakeholder si fa partecipativo e si può finalmente cambiare anche la modalità di collaborazione con le organizzazioni no profit (ONG) creando alleanze strategiche. Qui risiede l’opportunità di riuscire veramente a rinnovare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile, obiettivo numero 17 dell’Agenda 2030: migliorare e condividere le risorse finanziarie, le conoscenze e le competenze attraverso un’alleanza mondiale per lo sviluppo sostenibile.

Se pensiamo ad esempio alla collaborazione tra le aziende profit e il settore non profit, che è un fatto ormai storico, ecco, qui c’è spazio per l’innovazione, per modelli di partenariato che possono essere replicabili e scalabili e di grande impatto positivo. Tuttavia questo tipo di partnership può considerarsi innovativo se si supera una logica di filantropia e si arriva a portare una convergenza d’intenti, quindi “creazione di valore”, e se tale partnership risiede nella nascita di progetti che si basano su una vera e propria integrazione: condivisione di obiettivi e strategie, governance, processi operativi, competenze, reporting. Questo significa che le due realtà iniziano a co-progettare, a sviluppare progetti con la prospettiva di integrare la missione dell’associazione con lo “scopo” dell’azienda, in un’ottica di lungo periodo, di coerenza di valori.

Il momento storico in cui ci troviamo è tanto singolare nella sua urgenza di risposte quanto sfidante nell’individuazione di quelle che aiutino concretamente a toglierci dallo stallo esistente. Bertrand Badrè, ex direttore generale della World Bank e oggi CEO del fondo Blue like an Orange Sustainable Capital, ha affermato in un’intervista sul Corriere della Sera: “Dobbiamo ricominciare a pensare come società. A concepirci come comunità (locali, nazionali sovranazionali) fatte di istituzioni, aziende, associazioni in grado di sperimentare soluzioni. Soprattutto dobbiamo superare la sindrome dell’osservazione impotente di una complessità che non troviamo più comprensibile. E ritrovare entusiasmo”.

Non ci sono ricette per trovare unità di intenti, ma tutti abbiamo una fame insopprimibile di trovare un senso alle cose che facciamo. Perché le nuove generazioni ci guardano e non abbiamo più tempo, nemmeno quello di sbagliare ancora.

Essere ogni giorno attori di cambiamento, navigare con coerenza la complessità di un mondo in continua evoluzione, creare relazioni di valore: questi i suoi tre “attrezzi” preferiti con i quali ha forgiato la sua passione per i temi della sostenibilità sociale in ambito aziendale. Laureata in Scienze Politiche a Torino, con un Master in Studi Europei presso il Collegio d’Europa in Belgio, si è occupata di cooperazione internazionale, di advocacy e di sviluppo sostenibile con diverse organizzazioni no profit, istituti di ricerca e con il Ministero degli Esteri, lavorando in Iraq, in Burundi e in Italia. I temi su cui ha indagato e realizzato progetti sono: educazione, salute, migrazione, agribusiness, ambiente, diritti dell’infanzia, modelli di partenariato pubblico - privato. Per Save the Children, nel 2015, ha introdotto i temi della sostenibilità legandoli ai 17 Obiettivi dell’Agenda 2030, attivando alleanze con istituzioni pubbliche e reti di imprese; dal 2016, dopo una formazione accademica sulle politiche di CSR e di sostenibilità, anima ed è responsabile dello sviluppo di collaborazioni strategiche con grandi aziende nazionali operanti a livello globale accompagnandole nel percorso di integrazione dei diritti umani e diritti infanzia nelle policy e nelle attività di business. Parla quattro lingue, mamma equilibrista di Giovanni e Francesco. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

X